Fotoit di marzo: Paolo Di Paolo

di Paola Bordoni

Foto di copertina : Pier Paolo Pasolini al “Monte dei Cocci” (Roma), 1960

per gentile concessione dell’ Archivio Fotografico Paolo di Paolo

“Ho chiuso quelle porte e non sono più tornato».

Un telegramma: “Per me e per altri amici muore oggi l’ambizione di essere fotografi”. Era l’8 marzo 1966 ed il Mondo, il settimanale fondato e diretto da Mario Pannunzio, pubblicava l’ultimo numero prima della definitiva chiusura. Paolo Di Paolo, il più amato dal direttore tra il piccolo gruppo di fotografi che collaborava con il periodico, comunicava così, con scarne parole, la scelta di abbandonare la fotografia non sentendosi più in accordo con le mutazioni che stavano avvenendo nella società italiana. 

Marina Vlady a Villa Borghese (Roma),1966 Archivio Fotografico Paolo Di Paolo

 E l’immagine dell’attrice Marina Vlady, ritratta a villa Borghese, pubblicata sull’ultimo numero, appare come il suo commiato, un sorridente abbraccio, da parte di chi per più di un decennio, era entrato nella rivista nel 1954, aveva offerto ai lettori con i suoi scatti una visione autentica e compiuta della trasformazione della società italiana dal post-bellico alla modernità. Con la sua capacità analitica, quasi sociologica, aveva fissato a tutto tondo, su pellicola, l’identità di un Paese raccontando in maniera essenziale la complessa ripresa economica, i difficili mutamenti sociali, l’ intensa vita culturale ma anche l’alta società, il cinema e i suoi divi.

Anna Magnani nella sua villa al Circeo 1955 Archivio Fotografico Paolo Di Paolo
Marcello Mastroianni a Cinecittà anni ’60 Archivio Fotografico Paolo Di Paolo

L’immagine dell’inaugurazione della Autostrada Roma-Firenze unisce questa lucida capacità di racconto, di storia in se stessa conclusa  con il suo modo discreto, immediato ed emozionante di rappresentare il suo tempo. Con una scelta audace, anche per il direttore Pannunzio, invece di fotografare l’apparato ufficiale e di rappresentanza delle istituzioni, fissa di spalle il mondo contadino, l’uomo, i due ragazzi, gli animali che guardano, come uno spettacolo, quel taglio chiaro di asfalto impresso nel paesaggio della Tuscia, il nuovo rettilineo che avrebbe condotto al boom economico degli anni successivi.

Inaugurazione dell’Autostrada del Sole 1962 Archivio Fotografico Paolo Di Paolo

Foto di un abbraccio per la scelta dolorosa di rinunciare a raccontare per immagini le trasformazioni della società. Anche l’ultimo editoriale dello stesso Pannunzio era stato, d’altro canto, un violento atto d’accusa contro la concentrazione del potere economico, politico e sindacale che si era consolidata nel Paese ed impediva una informazione corretta ed indipendente: “Domina soprattutto, in Italia, la presenza di un potere radicato e penetrante, di un governo segreto, morbido e sacerdotale, che conquista amici ed avversari e tende a snervare ogni iniziativa e ogni resistenza”.

Il raffinato settimanale, voce critica laica e liberale nei diciotto anni della sua vita, ebbe firme importanti dei più influenti intellettuali quali quelle di Luigi Einaudi, Thomas Mann, Ennio Flaiano, Antonio Cederna, Vitaliano Brancati. Nel giornale, che per la sua difficile lettura “aveva più scrittori che lettori”, come ricorda ironicamente lo stesso fotografo, Pannunzio ebbe un approccio decisamente innovativo nella pubblicazione di immagini in un Paese con un elevato tasso di analfabetismo, con il ricorso a fotografi amatoriali, ai quali non veniva dato incarico ma erano lasciati liberi di cercare le loro storie, con la scelta di scatti di grande formato, selezionati per essere guardati indipendentemente dai testi, immagini senza didascalie che avessero già in se stesse una narrazione, un racconto e soprattutto scatti che portavano in calce, per la prima volta, il nome dell’autore, restituendo dignità e autonomia al linguaggio visivo.

Paolo Di Paolo, con la chiusura del Mondo, compi il gesto radicale di abbandonare la fotografia non credendo più nella possibilità effettiva di compiere scelte lavorative autonome e ritenendo che mancassero ormai i margini per un impegno individuale che tangibilmente portasse ad un risultato partecipativo e costruttivo nella comunicazione visiva, valutando forze e  prospettive future. Il mondo era cambiato e non era più possibile far finta che tutto fosse come prima.

La scelta di Paolo Di Paolo, dettata non da rassegnazione ma da necessità di mantenere indipendente l’informazione, prendendo lucida coscienza del contesto socio-economico, si presenta quanto mai attuale nel malessere della attuale società, dove la crisi economica e la recentissima crisi sanitaria hanno accresciuto il senso di sfiducia e di disorientamentoindividuale con la conseguente riflessione al ribasso su quello che si vuole realizzare e quello che non si può realizzare.

Mare, mare e…fotografia di Paola Bordoni

“Il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole” – Giovanni Verga, I Malavoglia

La foto di copertina: Luigi Ghirri, Tellaro, 1980

di Paola BordoniL’immagine in copertina è di Luigi Ghirri, Tellaro, 1980“Il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole” – Giovanni Verga, I Malavoglia

Caldo e soffocato dalla plastica eppure basta chiudere gli occhi e sentirne il rumore, il ritmo delle onde ed è lì, esiste, ti invade superando tempo e luogo, suscitando la meraviglia e la percezione dell’istante infinito.

Proprio per queste sue profonde suggestioni, il mare è sempre stato fonte di ispirazione per pittori, poeti, cantanti, fotografi e scultori, ma è impossibile catturare una linea dritta di un percorso storico che si dipani lungole diverse rappresentazioni ed interpretazioni proprio perché queste sono legate non solo al contesto storico e sociale nel quale sono state create, ma perché il mare è un simbolo soggettivo, una delle configurazioni principali e radicali della nostra personale interiorità, percepito come luogo dell’anima. Scriveva Rainer Maria Rilke “Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso.”

Gustave Le Gray The Great Wave 1857

Quanto avrà meditato Gustave Le Gray prima di comporre, sovrapponendo due negativi, l’immagine “The Great Wave”? Durante l’esposizione alla mostra della Société Française de Photographie nel 1857 la critica scrisse: “le marine di Le Gray sono al di là del confronto, sono completamente diverse da qualsiasi cosa fatta prima, quanto avrà analizzato il proprio inconscio con una scelta audace e moderna, prefigurando così la specificità dell’immagine come lettura interiore?

Mimmo Jodice Marelux, 2009
Ferdinando Scianna, Venezia, 2005

Di fronte ai contenuti simbolici del mare, che appartengono alla struttura più profonda della psiche di ciascuno, non é possibile accostare o anche  trovare una traccia comune tra il mare metafisico, luogo del vuoto e dell’assenza di Mimmo Jodice e quello emozionale e colorato di Ferdinando Scianna. Eppure è la stessa civiltà marina, quella del Mediterraneo, che li accomuna, divisi per nascita da una manciata di anni e di chilometri. Ma il mare è una realtà individuale e racconta storie diverse, antiche e straordinarie. 

I colori tenui, le tinte pastello di Luigi Ghirri narrano il mare quotidiano e banale, quello “a tre chilometri di distanza”, provocando tuttavia l’incantamento dello sguardo e lo stupore delle memorie scritte nel nostro personale immaginario. C’è la traccia dell’uomo ma non la sua presenza, perché il confine è proprio lì in quella soglia che ci separa dall’ignoto del nostro inconscio, mentre il mare prende forma solo  in quanto lo osserviamo.

Mario Giacomelli, La notte lava la mente, 1994-95
Bill Armstrong, Sea,2003

Con l’accettazione di questa impossibilità di piegare a un ordine prestabilito e trovare una struttura che racchiuda le rappresentazioni fotografiche del mare che si sono dispiegate numerose nel corso del tempo, contempliamo la rigorosa bicromia di Mario Giacomelli, che lo libera dalla mera riproduzione per una visione arcaica e materica, accanto alla ricerca sul colore di Bill Armstrong, dal linguaggio sfocato e difficile, privo di connotazioni spazio-temporali, che crea percorsi speculativi sulla precarietà del vedere e dell’interpretare il mare in quanto archetipo dalla profonda ricchezza simbolica.

Hiroshi Sugimoto, Black Sea,1991

Il giapponese Hiroshi Sugimoto cerca l’origine del mondo e la sua eternità al di là dell’uomo; i suoi scatti rappresentano sempre il mare nei momenti di assoluta tranquillità, con la linea dell’orizzonte che taglia in due esatte metà ogni immagine. La ripetizione di questo formato nelle sue numerose fotografie allude al tempo infinito e al senso di eternità  “nel mare posso trovare la memoria dell’umanità – o meglio, la memoria della vita stessa – che persiste ancora debolmente nel fluire del sangue. Per me il mare è il liquido amniotico. Fu nel mare che la vita nacque per la prima volta tre miliardi di anni fa”. 

Lorenzo Cicconi Massi, Salento, 2001

Il mare non ci indica percorsi o sentieri già battuti ma è esso stesso luogo di libertà e di abisso, non è paesaggio ma vastità, non è cultura ma  spazio di molteplici civiltà, è richiamo ad osare e sgomento del perdersi, è aspra voce imprevedibile e dimensione monotona. 

E se dunque è tutto questo, la sua raffigurazione nelle immagini di Lorenzo Cicconi Massi è finalizzata alla trasmissione di un messaggio che oltrepassi la mera figurazione per divenire narrazione dell’ambiente dell’anima, con i forti contrasti, la luce abbacinante. Nel bianco e nero che congela tempo e spazio anche la figura umana diventa silhouette, stagliandosi in esso e al tempo stesso entrando a farne parte integrante, congelata nel fermo immagine. 

La celebrazione fotografica del mare è dunque varia e molteplice con strutture rappresentative estremamente diverse ma con la presenza costante di un coinvolgimento personale ed inconscio, quasi un comune sentiero di esplorazione intima del luogo più ancestrale della terra. 

Fotoit ottobre: Andrea Valenti

di Paola Bordoni

Segnalato al progetto FIAF Presidenti Talent Scout 2019 da Roberto Rossi, presidente del Club Fotografico Avis di Bibbiena, Andrea Valenti presenta tre portfolio ed una ventina di foto singole. Il tessuto connettivo che tiene insieme tutte le immagini, oltre alla quasi totale scelta dell’acromatismo, è la sospensione della struttura spazio-tempo che crea un potente senso di isolamento e distacco dal mondo reale.

Nel portfolio “C’è qualcosa di strano sotto quel cielo” la presenza della religione a Gerusalemme, città sacra per cristianesimo, ebraismo ed islam, diventa una continuitàinfinita, atemporale ma con ‘valori tattili’, secondo la nota espressione coniata Bernard Berenson, che abbattono i confini e le differenze tra le diverse fedi religiose. Davanti al muro del Pianto, la pietra del Santo Sepolcro e la roccia di Maometto si ripete un eterno rituale spirituale ed emozionale, identico nei modi, nei gesti, nei suoni e nei sospiri, che svela uno straordinario terreno d’incontro tra gli uomini.

Il fotografo ama ombre dure e chiuse, dove la luce netta serve solo da contrappasso al nero ed annulla le identità dei singoli perché la narrazione è rivolta all’antico  sentimento del sacro che intride le pietre, i vicoli, le piazze di Gerusalemme mescolandosi agli odori di spezie e di incenso. 

Nel portfolio “Ready for the sea” è sempre il bianco e nero dai netti contrasti lo strumento per raccontare la storia di un percorso verso il mare come meta ideale ma non necessariamente da raggiungere. Il viaggio può essere tante cose, turismo, fuga, spostamento ma quello di Andrea Valenti è soprattutto corporeità, coscienza della propria fisicità in assenza di luogo dove il mare, la destinazione d’arrivo, è riconoscibile solo in labili tracce. Nello sfondo cupo, che annulla lo spazio, il corpo, dai tagli stretti, diventa una sorta di viaggio mentale, vertigine del sentirsi vivi e felici perché, come scrisse Seneca nelle lettere al suo amico Lucilio “è l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi”. Nello stile straniante del fotografo il corpo umano, con le sue ‘imperfette’ perfezioni dalla nitidezza iperdescrittiva, si immerge nella negazione spaziale del buio, con ironica allegria sulle incongruenze e debolezze umane, restituendo al tempo stesso la percezione dell’empatia tra le persone, dell’odore degli olii solari, della pelle arrossata, della sabbia ruvida.  

In Google Maps la funzionalità “Live View”, titolo del terzo ed ultimo portfolio, aiuta a non perdere l’orientamento nel cammino ed a raggiungere la meta. Le immagini che il fotografo presenta cercano di indicare la traccia, come tante briciole di Pollicino, per ritrovare il percorso smarrito dall’individuo e per riconquistare i benefici dello stare a contatto con la natura, rinnovando l’equazione di felicità e bellezza, che troppo spesso in quest’era ipertecnologica abbiamo perso.

Fotoit Luglio-Agosto – leggere di fotografia: “Etica e Fotografia”

di Paola Bordoni

Michele Smargiassi 

Un’autentica bugia – Contrasto editore – 2009 –  Euro 19.90 – pag. 320

Il libro è stato definito un “manuale di autodifesa” per il consumatore d’immagini, fornendo  gli strumenti di sostegno per affrontare consapevolmente la comunicazione visiva poiché la fotografia, sia analogica che digitale, ha da sempre “mentito”. Divertente ed acuto, il testo utilizza, adattandole, le famose cinque W del giornalismo per ripercorrere, attraverso centinaia di esempi ed aneddoti, la storia della fotografia e mostrare come “la bugia” sia, volontariamente o involontariamente, sempre inclusa nelle immagini. La soluzione individuata è nel conoscere e riconoscere l’ambiguità fotografica compiendo sempre un benefico esercizio di critica.

Luigi Zoja

Vedere il vero e il falso –  Giulio Einaudi Editore – 2018 – Euro 12.00   – pag.125

In un’epoca di difficoltà sempre maggiori nel distinguere tra realtà e finzione nei mass media Luigi Zoja, psicanalista ed esperto nel mondo della comunicazione, sceglie otto fotografie, conosciute e selezionate per l’universale e sicuro consenso; quattro di queste sono immagini iconiche che appartengono alla memoria collettiva storica pur essendo consapevolmente manipolate. La seconda parte del testo analizza le altre celebri fotografie che hanno per soggetto bambini, usati con finalità propagandistiche. L’analisi dell’autore riflette sul subconscio individuale e collettivo ed esamina come la verità venga considerata di secondaria importanza in una società caratterizzata da flussi ininterrotti di informazioni ed immagini.

Ferdinando Scianna

Etica e fotogiornalismo – Mondadori Electa  – 2010 – Euro 19.00 – pag. 76

“L’etica è l’etica. Non credo che sussista un’etica specifica del giornalismo, con una conseguente sottoetica del fotogiornalismo.” Sono le prime frasi del saggio del fotografo italiano che con pragmatismo e scrittura scorrevole, ricca di esempi sull’ambiguità insita nel mezzo fotografico, ci aiuta a riflettere sul ruolo etico del lavoro del fotogiornalismo. Il linguaggio dell’immagine ha una forza espressiva e persuasiva molto potente ma, sostiene Scianna, la “fotografia mostra e non dimostra”; è la coscienza del singolo fotogiornalista che decide cosa rivelare in ogni situazione anche dentro i meccanismi del mercato dell’informazione. Nonostante il tema affrontato, è un libro breve, di facile lettura, accompagnato da un ricco ed interessante apparato iconografico. 

Fotoit giugno: Amaltea di Valeria Coli

di Paola Bordoni

Nel quarto secolo d.C. Quinto Aurelio Simmaco scriveva che “tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci accomuna, un medesimo universo ci racchiude…”, tuttavia, vedendo le immagini del portfolio Amaltea, è naturale chiedersi quale distanza abissale separi il nostro mondo quotidiano da quello narrato dalle immagini della giovane fotografa Valeria Coli. Dove sono le contaminazioni, i disturbi urbani, le distrazioni tecnologiche, i rumori che caratterizzano il nostro vivere?

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Il racconto visivo ci conduce in un universo di miti arcani, dove la natura è aspra e indomita e l’uomo e gli animali sviluppano un legame quasi simbiotico che li conduce ad una comunione tra le loro dimensioni. Le immagini parlano di luoghi e silenzi, di freddo e brume, di vita semplice, di spazi aperti e riti antichi, dove le piccole case ammassate l’una sull’altra testimoniano un profondo legame della ristretta comunità con il territorio e una collettività isolata ma non solitaria, capace di cogliere l’interazione tra la propria identità e l’ambiente.

Amaltea 02La forza del progetto è nel loop di immagini semplici e silenziose che, in uno scorrere continuo, conducono l’osservatore ad una suggestione visiva antica e mitologica, ad un disvelamento del senso di appartenenza dell’uomo ad uno spirito indefinibile ma chiaro, che persiste segretamente nel Genius loci, divinità che nella mitologia pagana proteggeva, controllava e tutelava un luogo e quanti lo abitavano. Ed ecco dunque Giove, dio supremo dell’Olimpo, messo in salvo dalla madre dai progetti omicidi del padre e nutrito dalla capra Amaltea, che ci compare nelle vesti di pastore, negli spazi silenti dove la frontiera tra realtà e mito è separata da una cedevole membrana osmotica. Nel vissuto di tutti i giorni il luogo ristretto ma protetto dal nume consente al singolo di identificarsi nella comunità ed a questa nella divinità dei monti, delle valli, degli alberi, dei fiumi, delle foschie e delle piogge che la circondano.

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L’uso dell’indefinito, dello sfocato, del mosso alternato alla definizione dei dettagli insieme all’impiego dei non colori, propri della funzione mnemonica e dell’irrealtà (bianco, nero e seppia), operano un’azione di espansione e di fusione tra i due cosmi temporali, quello del mito e quello della vita quotidiana, sospesi in una enigmatica situazione di visione molteplice, contenente al tempo stesso le memorie sedimentate del luogo mitologico e i gesti ordinari di ogni giorno. Nei panorami, nelle immagini di animali, di lavori pastorali la fotografa evoca un mondo nascosto, misterioso e divino, dove entità spirituali sono custodi e protettori dei luoghi e dei loro abitanti.

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La duttilità espressiva dell’autrice diviene ricerca per virare dalla raffigurazione dell’ambiente esterno a quella ben più misteriosa della realtà nascosta in un luogo ritenuto sacro e dell’interazione tra l’uomo e le divinità, riscoprendo quell’anima mundi che ormai non siamo più in grado di riconoscere, frastornati dalle trasformazioni della modernità che ci ha portato a sostituire l’individualità ed autenticità intima e specifica di un luogo con il concetto razionalista di spazio, misurabile, occupabile ed in-significabile ossia privo di quei riferimenti peculiari e specifici che ci pongono in relazione con esso.

Fotoit maggio: Vedere per credere ( o no?)

di Paola Bordoni

«A te ti frega la cultura, cerca di essere un po’ cretino, no?» 

(Giovanna Ralli nel film La vita agra)

Sembra una semplice informale immagine di un microcosmo familiare: il papà, la mamma, le due figlie adolescenti che posano sorridenti. E’ successo a tutti di essere sottoposti al rito del ritratto di gruppo in occasione di ricorrenze (dai, sedetevi, mettetevi in posa che vi scatto una foto, sorridete!). Certo sono gli Obama e la stanza è la Green Room della Casa Bianca, ma la foto è spontanea, accattivante. Ci sembra di conoscerli (amici, i vicini di casa o forse quella famiglia che abbiamo incontrato durante le vacanze?). Poi la curiosità spinge a cercare il nome del fotografo: Annie Leibovitz. La famosa e raffinata ritrattista di celebrità? L’autrice di numerose e prestigiose copertine di riviste come “Vogue” e “Vanity Fair”? Ma com’è possibile che un quadretto e lo stipite di una porta spuntino dietro la testa di Sasha e di Michelle, che lo sfondo sia perfettamente leggibile e non sfocato? Che tutta l’immagine sembri essere piuttosto improvvisata? E’ noto invece che la fotografa svolga uno studio anticipato del soggetto e del luogo da ritrarre e che la sua preparazione sia minuziosa anche nei dettagli, dove nulla è lasciato al caso. Ad una più attenta lettura ci si accorge allora della perfetta ellisse formata dalla posizione dei soggetti, rafforzata dalle braccia che circondano ed abbracciano, dalle mani che si intrecciano suggerendo una forte intimità e complicità, dei due soli colori scelti per l’abbigliamento, il bianco ed il nero, con un chiaro rimando alla multietnica platea elettorale del Presidente e dove la forte rivendicazione dell’origine afro-hawaiana di Obama è rappresentata dalla donna/madre Michelle vestita interamente di scuro, nella cui figura l’inconscio collettivo identifica l’archetipo della identità nera.

Ma in questa immagine dov’è la “bugia” fotografica? Semplicemente la fotografa mente, con le tante imperfezioni, sulle sue capacità tecniche e visuali per dare un prodotto persuasivo e di rapida comunicazione emotiva, portatore di significati sovrapposti che si legano ai fatti sentimentali e ai ricordi dei fruitori: convince a fidarsi.

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I codici comunicativi usati per la produzione dell’immagine veicolano strategicamente, la nostra attenzione verso valori come amicizia, fiducia, complicità, semplicità, solidarietà, integrazione razziale. Portano a credere che il Presidente di una delle maggiori potenze mondiali sia un caro amico al quale rivolgersi perché fidato, sereno, premuroso, a tutti vicino. L’immagine del ritratto familiare agisce ed orienta persuadendo, attraverso i suoi artifici e le sue imperfezioni, i pensieri e le convinzioni. Niente può essere efficace come una fotografia, messaggio diretto e adatto a superare le diffidenze, per fare reagire emotivamente chi la guarda.

Durante l’amministrazione Nixon fu coniato il temine “photo opportunity” per indicare le immagini di un normale evento ma attentamente pianificato, il più possibile aderente alla realtà e destinate ad uso e consumo dei media. Le “photo op” sono diffusissime soprattutto tra le fotografie dei politici, nel tentativo di soddisfare le mutevoli aspettative del pubblico che nei leader ricerca ormai non più l’autorità ma l’autenticità, la spontaneità delle persone normali con risultati a volte molto diversi da quelli auspicati. Ha suscitato infatti i commenti ironici degli utenti di Twitter su possibili e fantasiosi incidenti l’immagine del Primo Ministro svedese Fredrik Reinfeldt che porta David Cameron, Angela Merkel e la loro controparte olandese Mark Rutte a fare un giro in barca sul lago davanti alla sua casa estiva, in vista di un  mini-summit.

 

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Nelle “photo op” la menzogna è nel costruire e attentamente pianificare un avvenimento con lo scopo di farlo apparire semplice e spontaneo, sfruttando un’analisi dell’immagine meno vigile ed accurata, proprio perché informale ed amichevole.

Ormai lo sappiamo bene, in un’epoca sempre più digitale le immagini sono codici comunicativamente ricchi e sempre più utilizzati, soprattutto a livello mediatico,  per veicolare messaggi plasmati che direttamente o indirettamente interessano ed influenzano l’esistenza delle persone, ancor più perché alla fotografia è stato da sempre attribuito un dichiarato statuto di veridicità.

Quale può essere allora una soluzione possibile per non essere fotoanalfabeti, passivi consumatori d’immagini? Perché, nonostante tutto, abbiamo bisogno di loro per capire la società in cui viviamo. Occorrerà imparare a leggere le fotografie così come abbiamo imparato a leggere i testi, decodificandole come facciamo ormai abitualmente con tutto ciò che è scritto. Più conosci e più riesci a decostruire l’immagine mettendo in esame anche l’implicito. Questo processo di alfabetizzazione visiva non ha caratteristiche negative, non porta alla demonizzazione della fotografia come codice occulto e strumento di persuasione, ma anzi potrà essere motivo per conoscere logiche e meccanismi cognitivi, sviluppando capacità per capire appropriatamente  e a fondo l’immagine che ci viene proposta.

Un esempio di quanto verificare e applicare un paradigma critico nella lettura di fotografie possa in realtà ampliare la fruizione della stessa? Nel 2016 il fotografo Naved Kander scattò un efficace ritratto al neo eletto Presidente americano Donald Trump. La foto era destinata alla copertina del Time che lo aveva eletto ‘uomo dell’anno’. L’immagine ci restituisce la raffinata raffigurazione di una persona infastidita, irritata, voltata di spalle al pubblico che in maggioranza lo aveva eletto, ma la rivista,  nella composizione della copertina, ha fatto in modo che le due punte della M, per di più rosse, corrispondessero con la testa del Presidente, dandogli un’impronta diabolica. Coincidenza? Il giornale afferma assolutamente di sì, nulla di voluto, problemi di impaginazione. Ma il lettore accorto saprà e si divertirà nel “leggere” nell’imposizione delle corna la volontà da parte della testata, come già fatto in diverse copertine con altri personaggi, di beffare Trump da sempre in rotta con i media.

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Fotoit aprile: Donatella Guerrini “Lugo – Via Mentana 2019

di Paola Bordoni

Basta attendere. Basta guardarsi intorno. Qualcosa accadrà. Scattare all’improvviso, senza seguire tante regole compositive, cogliendo in una immagine caotica il momento irripetibile e pieno d’incanto, l’attimo che sembra aspettarti e, con il cuore a mille, fermarlo prima che sfugga via e non esista più. Nel caldo di una macchina parcheggiata in una striminzita ombra, immerso nella noia di un’attesa, lo sguardo del bimbo incrocia con l’obiettivo fotografico, legati da un nulla che non sia la casuale vicinanza di uno spazio temporaneamente condiviso. I tagli compositivi, la sovrapposizione di piani e di oggetti, le sovraesposizioni vengono mediati dall’interno dell’abitacolo di una autovettura con un continuo rimando tra il primo piano di un ‘dentro’ immobile, un ‘fuori’ caotico e frenetico ed ancora un altro ‘dentro’ immerso nella sospensione temporale dell’attesa.

Donatella Guerrini

Fotoit aprile: Talent scout junior – Alessandro Castellani

di Paola Bordoni

Ritratto di un microcosmo familiare. Le accattivanti e colorate fotografie, ingannevolmente semplici, raccontano in un geometrico mosaico la storia e gli interessi  di quattro persone unite da un legame affettivo e bloccate in una sequenza di scatti frontali, quasi giocose foto segnaletiche.A. Castellani-Noi-1

Lo sguardo del fotografo, premiato giovane Talent Scout, si poggia su uno spazio umano privato recependo, attraverso un dispositivo magico quale è la macchina fotografica, le poliedriche possibilità dei singoli individui che, nella vita quotidiana come in un teatro, impersonano e conducono una molteplicità di ruoli. Il ritratto è stato da sempre ritenuto uno degli strumenti più validi per celebrare la necessità inconscia di celebrare se stessi e gli altri, soprattutto per interpretare le identità dei soggetti rappresentati, il famoso ‘rubare l’anima’. Attraverso la rigorosa divisione del corpo, nella quale i volti vengono sempre negati, Alessandro Castellani ci mostra le diverse ‘anime’ di se stesso e dei componenti la sua famiglia.

Il risultato fotografico è una specie di stratificazione di identità di origine differente e tra loro non conflittuali; così il professionista in giacca e cravatta, nelle sue diverse ma al tempo stesso aggregate personalità, si connette con l’altro sé, l’appassionato motociclista e giocatore di calcio, l’arciere si sovrappone all’esperta di lingue straniere, lo sciatore abita nello stesso corpo del fotografo. In questi scatti c’è un investimento emotivo ed affettivo espresso attraverso una rappresentazione colorata e spontanea di un tema strettamente autobiografico che mostra un forte senso di appartenenza.

 

Sempre il tema di un legame forte e profondo è presente nel portfolio “Un po’ di colori”, dedicato alla narrazione astratta della terra di origine del fotografo, la Bassa Padana dove l’ambiente è dominato dalla presenza del Po. E’ una natura introversa dal respiro lento e silenzioso quella raccontata con empatia da Castellani, fatta di riflessi, arbusti, limo secco, aloni luminosi dai pallidi colori che riprendono vita solo nelle immagini dei detriti del lavoro umano, le corde, i legni delle barche. Non c’è la maestosità della natura in questi scatti, mancano i grandi spazi, il fluire del fiume, l’orizzonte, tutti quegli elementi narrativi che da sempre fanno parte integrante della rappresentazione del paesaggio. Il fotografo ricerca invece il significato nei dettagli, subordinando la visione del panorama alla composizione ed agli accordi tonali in una visione ravvicinata ed intima, convinto che le forme astratte aprano una via d’accesso alla creazione di una visione soggettiva e  rivelino l’emozione profonda che scaturisce dalla consapevolezza  di appartenere ad un luogo.

Fotoit di febbraio: Vedere per credere (o no?)

di Paola Bordoni

seconda parte

“Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro.”  László Moholy-Nagy

2a.Autoritratto Wanda Wulz 1932
Autoritratto di Wanda Wulz 1932

Nel 2012 il Metropolitan Museum of Art di New York dedicò la mostra “Faking It: Manipulated Photography Before Photoshop” ai fotografi che avevano creato immagini alterate e manipolate ben prima della nascita del famoso software di ritocco. La volontà di intervenire sulla realtà ed interpretarla è sempre stata presente nella fotografia anche in quella predigitale; mancava il timbro clone, i livelli, la bacchetta magica ma spesso, all’interno delle camere oscure, veniva effettuato un incredibile lavoro di sovrapposizioni, cancellature, ritagli, opacizzazioni, colorazioni a mano, per rendere la realtà più interpretazione che rappresentazione.

 

 

3a.Louis Lowery la prima immagine della conquista del Monte Subachi febbraio 1945
Louis Lowery “Raising the flags  on Iwo Jima”  1945

 

4a.Joe Rosenthal Old Glory sul monte Subachi
Joe Rosenthal “Old Glory sul monte Suribachi”1945

Anche immagini divenute nel tempo iconiche sono state oggetto di manipolazioni o sono state composte ed elaborate in un momento successivo all’evento storico. Due sono le foto famose ed emblematiche, scattate entrambe durante la seconda guerra mondiale, che hanno fortemente influito sull’opinione pubblica diventando simbolo di valori universalmente condivisi.

Nell’isola giapponese di Iwo Jima venne combattuta una delle più sanguinose battaglie del Pacifico. Nella mattina del 23 febbraio 1945 un gruppo di marine issò la bandiera americana sulla vetta del vulcano Suribachi e il fotografo militare Louis Lowery scattò, mentre i combattimenti erano ancora in corso, l’immagine “Raising the Flag on Iwo Jima”. Quella che doveva diventare una delle fotografie più famose e più riprodotta di tutti i tempi “Old Glory sul monte Suribachi” fu ripresa in un momento successivo da Joe Rosenthal, che realizzò una sequenza fotografica mentre i soldati issavano nuovamente l’asta su un terreno irregolare e scivoloso per sostituire il primo, piccolo vessillo con uno più grande e visibile. Delle tante immagini sarà proprio questa, presa quasi per caso perché il fotografo fu distratto da un cameraman, a divenire la grande fotografia che è incisa nella memoria di tutti. L’equilibrio della composizione con la diagonale dell’asta e dei corpi dei marine, lo sforzo fisico comune, la cancellazione delle singole identità che rafforza la drammaticità e l’eroicità, hanno fatto di questa foto una potente icona emblematica. Pubblicata su tutti i giornali, convinse gli americani che la guerra ormai era vinta ed è rimasta nella memoria collettiva statunitense come emblema di valore e di coraggio.

5a.Evgenij Chaldej Soldati dell'Armata Rossa issano la bandiera sovietica sul Reichstag a Berlino 1945
Evgenji Chaldej “Soldati dell’Armata Rossa sul Reichstag di Berlino” 1945

Sempre una bandiera è presente nella seconda immagine “Soldati dell’Armata Rossa issano la bandiera sovietica sul Reichstag a Berlino il 30 aprile 1945”, tra i più celebri simboli del ventesimo secolo, anche per la sua realizzazione attraverso ritocchi, correzioni e fotomontaggi. L’urgenza di testimoniare la liberazione dal nazismo e creare un documento che fosse sintesi emotiva degli avvenimenti spinse il fotografo ucraino Evgenij Chaldej a condensare nell’immagine i segni della libertà e dell’eroismo. Sullo sfondo di una Berlino conquistata e in fiamme un soldato, in equilibrio precario, sventola una grande bandiera rossa sovietica, peccato però che la bandiera l’avesse commissionata lo stesso fotografo perché quella effettivamente trovata in cima al Reichstag era troppo piccola, che le nuvole di fumo degli incendi fossero il risultato di sovrapposizione con altre immagini e che fossero cancellati, in camera oscura, alcuni oggetti prova dei saccheggi sistematici dell’Armata rossa. Tuttavia questa fotografia, come “Old Glory”, non è un falso in senso stretto, ma il risultato di una traslazione atta a documentare un avvenimento già accaduto, quasi il risultato di un disallineamento del tempo.

In queste due costruzioni del mito iconografico, forse creato non del tutto consapevolmente dai fotografi, il confine tra ‘lecito’ ed ‘illecito’ risulta molto labile e la verità che le foto siano state scattate in un tempo successivo appare ai fruitori di secondaria importanza, perché quei miti, quelle icone hanno davvero funzionato nell’immaginario collettivo suscitando emotività e convinzioni personali che superano il fatto oggettivo. Le due fotografie, dove il falso ed il vero convivono,  sono un adattamento temporale della realtà e trasmettono, attraverso segni convenzionali quali la bandiera, le linee diagonali e la tensione emotiva, una comunicazione intensa capace di condizionare il nostro pensiero e soddisfare l’esigenza di veder confermato in una immagine ciò che crediamo sia stato reale.

6a.Brian Walski Iraq 2003
Brian Walski “Iraq” 2003

Quale reazione susciterebbe attualmente l’uso di tali e tanti artifici? Nel 2003 il Los Angeles Times pubblicò l’immagine di un reportage nei campi profughi iracheni dello statunitense Brian Walski. La fotografia si rivelò poi essere il risultato della sovrapposizione, in fase di postproduzione, di due scatti consecutivi e il fotografo fu licenziato.

7a. Donald Trump twitta sanzioni economiche contro la Cina novembre 2018
Twitt di Donald Trump

Nell’arco di tempo che separa le immagini di Rosenthal e Chaldej da quella di Walski è avvenuta una profonda mutazione non solo quantitativa di fotografie scattate, ma soprattutto di mentalità dovuta all’avvento e rapido sviluppo delle nuove tecnologie digitali sempre più alla portata di tutti. Virtual Reality, Second Life, App di ritocco sul cellulare, Photoshop, Instagram ci hanno abituato ad alterare la realtà e la sua manipolazione appare sempre più coinvolgente ed attraente del mondo vero, dissolvendo il confine percettivo tra realtà e finzione. La stessa comunicazione politica mostra quanto ormai questo limite sia fragile con i twitt di Donald Trump in stile Games of Thrones, ciclo televisivo di genere fantastico, che fanno riferimento ai famosi mantra della fortunata serie. Il linguaggio fotografico si è per lo più adeguato alle attese ed ai desideri del pubblico creando nuove convenzioni e schemi omologati dove la realtà coesiste con la sua alterazione. Il destinatario delle immagini d’arte, di moda, di pubblicità spesso è consapevole della manipolazione e l’accetta.

8a.Adnan Hajj Libano 2006
Adnan Hajj “Libano” 2006

Ma cosa succede se la rielaborazione riguarda l’informazione e questa può condizionare le nostre opinioni? Quello tra realtà e manipolazione nel fotogiornalismo è un equilibrio fragile ed è impossibile stabilire regole prefissate di comportamento etico universali. Così l’agenzia di stampa Reuters ha licenziato il fotografo Adnan Hajj che ha arricchito con colonne di fumo la foto panoramica di Beirut in fiamme, le stesse che Chaldej aveva aggiunto alla sua immagine  di Berlino conquistata ma, in un conflitto intensamente ideologico come la seconda guerra mondiale, lo scatto divenne per meccanismo mediatico un’icona, immagine sacra di una società laica e non più soggetta a critiche, mentre la foto di Hajj fu vista solo come una spettacolarizzazione di una drammatica realtà.

Come possiamo quindi continuare a credere nelle immagini? Michele Smargiassi nel suo blog ci suggerisce una traccia “……dico che non ci resta altro, come spettatori, che credere nelle fotografie, cioè in quello che possono a volte darci, se chi ce le propone ha fatto in modo che ce lo diano, sempre con tutti i loro limiti: cioè qualche piccolo, incerto indizio di realtà, tutto da verificare.” Credere quindi con ragionevole certezza che ogni immagine attuale menta ma che contemporaneamente racchiuda in sé un grado di veridicità condizionata da numerose variabili.

Fotoit novembre: Talent Scout FIAF – Mario Vani

di Paola Bordoni

Da più di un mese osservo queste fotografie. Torno continuamente a guardarle. Non so dire il perché. Mi catturano. Questa è la sensazione che provo di fronte alle quindici immagini del portfolio “La mattanza”. Il mio occhio identifica immediatamente il complesso codice di gesti e segni rappresentativi del feroce, antichissimo rito della tradizione contadina della uccisione del maiale, allevato per più di un anno per essere poi macellato: la corda insanguinata, il gancio,  l’ombra di una mano, il lungo coltello, il sangue rappreso. L’effetto percettivo prodotto dai contenuti e dalla sequenza delle immagini è rapido, violento e nel mio “vedere” intuisco l’invisibile, il non mostrato: le grida, la paura, la frenesia degli atti, il silenzio “in un crescendo e decrescendo di note che alternano momenti di calma a momenti di forte concitazione, come un’onda che sale e che scende”, scrive Mario Vani, autore del portfolio, presentato per il progetto Talent Scout da Silvio Mencarelli, presidente del Circolo fotografico Photosophia. Le dominanti cromatiche e l’uso del mosso accrescono l’impressione di assistere direttamente all’epifania del rito contadino, avvertendo nelle narici l’odore mescolato del sangue e del sudore, cogliendo le grida degli uomini e l’urlo  dell’animale,  superando il vuoto temporale tra il tempo dello scatto e quello della sua visione. Siamo testimoni anche noi, insieme ad un impassibile gatto, del transito dalla vita alla morte e della scomparsa di una cultura antica che ha avuto la sua ragion d’essere e che oggi non esiste quasi più.

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Nel portfolio “La mamma” il fotografo è testimone dell’uso della macchina fotografica come mezzo tecnico, tramite attraverso il quale vedere i luoghi consueti, abituali, già acquisiti, rifiutando l’assuefazione dello sguardo, per realizzare progetti al di là degli stili e delle mode, seguendo istinto e emozioni. Staccandosi dai fumosi e spesso fosforici colori del precedente lavoro, il fotografo usa una ridotta gamma di sfumature di grigio per sintetizzare e semplificare la visione del lento fluire della vita di una mamma, impegnata nella soffocante routine quotidiana, consumata all’interno di ambienti familiari, dove anche la visione del cielo è negata dalle persiane abbassate. Il fotografo confeziona e consegna ai nostri occhi un poetico e grigio documento di un microcosmo familiare, dove si raccolgono i suoi ricordi e le sue memorie, in una fusione del tempo remoto e presente.

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Nel terzo portfolio “Dioscuri” il fotografo racconta, in una lucente visione, i personaggi mitologici impegnati in una eroica battaglia. Il bianco ed il nero definiscono gli spazi mentre il denso spessore del vuoto muta il reale nell’irreale, in una dimensione contemporaneamente antica e nuova.

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Tre portfolio e tre linguaggi fotografici diversi, eppure a tutti i fotografi viene indicato di scegliere un proprio stile. E se fosse proprio questo il gioco di Mario Vani? quello di non imprigionare la foto in un tratto riconoscibile ma di cambiare l’atto fotografico in base alle esigenze di contenuto?