Il mio viaggio a New York e San Francisco di Michela Poggipollini

Erano anni che desideravo visitare l’America ed in particolare New York e San Francisco. Finalmente si è presentata l’occasione e sono partita piena di aspettative.  Sono architetto ma, ora che sono in pensione, soprattutto fotografa. Queste città, belle sopra ogni aspettativa, mi hanno offerto molto anche in campo fotografico.

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Sono andata lì col preciso intento di fotografare  palazzi e grattaceli, non visti dal basso verso l’alto a bucare il cielo e perdersi nella foschia o inseriti  nel loro contesto cittadino, ma ripresi ortogonalmente,  per ottenere delle inquadrature globali dei grattacieli ed evidenziare i particolari più significativi quando si trattava di edifici.

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Per ottenere questo effetto, avevo la necessità di inquadrare i grattaceli da molto lontano. Così il primo giorno mi sono recata a Brooklyn, attraversando a piedi il bellissimo ponte, dove sapevo che il fiume Hudson mi avrebbe allontanato a sufficienza da Manhattan. Mi aspettavo di riprendere tutti grattaceli moderni ed invece  la vista che trovai fu molto più particolare ed interessante. C’era la storia dell’architettura di questa parte di città, grattaceli moderni accostati ad edifici e grattaceli  antichi ed il riflesso di una gru parlava anche di futuro.

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Nella seconda parte  del portfolio, realizzato, soprattutto a San Francisco, oggetto delle mie foto sono stati  edifici più bassi, che non mi interessava riprendere  nella loro interezza come i grattaceli di New York,  bensì,  adottando la stessa tecnica, concentrarmi sui loro particolari  più significativi.

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Anche qui le foto più  interessanti sono state quelle dove  un edificio antico era accostato ad uno moderno.

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Il portfolio è così suddiviso in due parti. Le prime tre foto riprendono i grattaceli di Manhattan,  le successive  prevalentemente riprese a San Francisco, sono edifici di diverse tipologie.

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La meraviglia del bello di Michela Poggipollini

di Michela Poggipollini

Roma, la mia città, è ricchissima di opere d’arte nei palazzi, nelle gallerie, nei musei ed in altri luoghi ancora che io ho iniziato  a scoprire da quando, studentessa di Architettura frequentavo  le lezioni di storia dell’arte.

Negli anni successivi cominciai ad appassionarmi anche alla fotografia ed andavo in quei luoghi d’arte  come una turista che riporta a casa i ricordi e le emozioni del proprio viaggio.

Presto mi domandai perché riprendere le opere d’arte dal momento che avevo la possibilità di poter tornare a godere degli originali ogni volta che volevo e sfogliare libri le cui immagini erano senz’altro migliori e più ricche di quelle che potevo realizzare io.

Girando per i musei mi accorsi allora che era molto più interessante cogliere le emozioni del visitatore di fronte alle opere d’arte, la sua meraviglia se non addirittura l’estasi per il bello. Tanto era la concentrazione dei visitatori che non si accorgevano di essere ripresi da me, il più delle volte molto da vicino.

Anni dopo, mi accorsi che quello che stavo facendo corrispondeva alla visione che Roberto Cotroneo suggerisce nel suo libro Genius Loci e che è riassunta nel testo presentato come sottotitolo della sua opera:

le sale di un museo d’arte  prevedono un pubblico che guarda le opere ma non un pubblico che osserva un pubblico, eppure tra le prime cose di cui ho dovuto prendere atto, che ha dato origine a questo lavoro è che nel teatro dell’arte la scena non è quella dell’opera ma del pubblico.”

Le immagine presentate sono state riprese nella Galleria Borghese, nella Villa Farnesina e nel Palazzo Altemps.

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“L’OSPEDALE DELLE BAMBOLE” di Michela Poggipollini

Di Michela Poggipollini

 

Vicinissimo a Piazza del Popolo, nel centro storico di Roma, tra Via di Ripetta e Via del Vantaggio, c’e un negozietto di restauro artistico, meglio conosciuto come “L’ospedale delle bambole”.

Quando ero bambina chiedevo sempre di fermarmi, incantata davanti a quella vecchia vetrina delle meraviglie, tutta impolverata. Vedevo bambole accatastate una sull’altra e gambe, braccia, mani, occhi che immaginavo un mago curasse e ricomponesse  con amore e delicatezza per restituirle alla vita ed alla loro proprietaria.

Recentemente sono andata al negozietto per aggiustare un oggetto di porcellana e, una volta dentro, ho visto file di bambole allineate, decapitate e senza occhi, convivere con marionette, gufi, Pinocchi, soldatini di piombo ed oggetti antichi, uno sull’altro in un sapiente disordine che solo il mago conosceva e tutto ricoperto dalla polvere. Mi è sembrato un negozio un po’ inquietante  ma anche molto interessante e proprio questo, come fotografa, mi ha attratta.

Ho cominciato a scattare una foto dietro l’altra ma non in tutti questi scatti riuscivo a rievocare le emozioni che provavo quando ero bambina.

Allora sono andata fuori davanti la vetrina di Via del Vantaggio, dove allora sostavo affascinata, e nella fragilità di queste bambole nude e malate o vestite di abiti principeschi, ho ritrovato  la bellezza di alcuni  particolari soprattutto quando i raggi del sole le colpivano.

 

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Quotidianità nel centro storico di Roma di Michela Poggipollini

Ho voluto distinguere in queste foto la quotidianità del centro storico di Roma, come può essere percepita da chi vi lavora giornalmente, dalla specificità di chi viene a visitarla come turista, che non per questo è risparmiato dall’essere ingoiato dagli aspetti  negativi che ogni città d’arte presenta: le lunghe file, la confusione e la stanchezza.

Quando però a Roma, nella mia città, si è finalmente raggiunta la meta è l’entusiasmo, la gioia e l’allegria per le bellezze della Città eterna che vedo negli occhi di tutti..

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Ambientazioni classiche di Michela Poggipollini

In queste mie immagini ho voluto cogliere persone e figure umane all’interno di silenziosi luoghi di classica bellezza, fermando l’attimo in cui  entrano in relazione con le opere d’arte.

Sono andata, all’aperto, ai Mercati Traianei, dove negli ampi ambienti voltati dell’architettura romana ho avuto la fortuna trovare una esposizione di moda, nel giardino di Valle Giulia e nel Chiosco del Bramante e negli spazi chiusi del Museo Borghese.

Mi sembra che queste immagini, più di altre, tradiscano la mia formazione di architetto.

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Dalla Cina con amore di Michela Poggipollini

Ho sempre saputo del grande amore tra mio padre, marò italiano del Battaglione San Marco e mia madre, ragazza danese proveniente da un’agiata famiglia. Un amore nato a Shanghai durante la seconda guerra mondiale e molto contrastato, tutti elementi che lo rendevano ai miei occhi molto romantico.Mia madre mi disse che quando mio nonno seppe dell’amore di sua figlia per un soldato italiano, di cui non si conosceva la famiglia, per giunta appartenente allo schieramento dell’Asse e campione di boxe, non volle più vederla, non andò al suo matrimonio né alla sua partenza per l’Italia, dove c’era, di nascosto,soltanto mia nonna.

Mio padre, il più piccolo di cinque fratelli,  aveva avuto una infanzia difficile. Mio nonno,che faceva parte del gruppo fondatore del Partito Popolare guidato da Don Sturzo,morì a soli trentotto anni, stroncato da un infarto durante un dibattito politico, quando mio padre aveva solo due anni. Il fratello maggiore sin da piccolo gli insegnò i primi rudimenti della boxe per potersi difendere. Successivamente lo iscrisse ad una palestra dove subito cominciò a vincere. La sport lo aiutò a trovare una strada in cui realizzarsi che gli tornerà utile anche nel futuro.

Quando papà andò in pensione, si comprò una Olivetti portatile, un piccolo tavolino di noce e cominciò a scrivere, per molte ore della giornata,la sua grande avventura in Cina. Quando andai io stessa in pensione, mentre riordinavo la libreria, trovai un libro verde e capii che era la sua storia in Cina,di cui per molto tempo aveva scritto. Decisi allora di leggerla e fu per me una grande scoperta conoscere quali avventure avesse passato, quanto romantico e struggente fosse stato il grande amore dei miei genitori,sullo sfondo degli eventi bellici che li vedevano su fronti opposti.Andai allora a cercare le fotografie dei miei genitori di quell’epoca e le trovai sepolte in alcune scatole cinesi.Da qui,complice la mia passione per la fotografia,è nato il desiderio di raccontare la storia delle mie origini a Shanghai attraverso queste immagini ingiallite.

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Questa immagine rappresenta il Bund, l’arteria principale ed il simbolo di Shanghai durante quel periodo. La metropoli, era la sesta più grande del mondo e la più importante dell’Oriente. Il Bund fu la prima immagine della Cina che mio padre deve aver visto nel 1939,scendendo dalla nave “Conte Verde”, ancorata sul fiume Wan Pu. Si stabilirà definitivamente a Shanghai, dopo essere stato per due anni nella caserma di Tientsin, soggiornando sulla nave Eritrea. Ogni mattina un barcaiolo cinese lo portava alla banchina sfidando la corrente sulle acque limacciose del fiume. Da questa distanza poteva ammirare gli alti palazzi del Bund dai più vari stili architettonici. C’erano alberghi, uffici di rappresentanza, banche, locali notturni. Sui marciapiedi e nella strada si potevano incontrare frettolosi uomini di affari, cinesi arricchiti in lussuosissime macchine, elegantissime signore europee e persone di tutte le razze; Shanghai era la città più cosmopolita degli anni ’30. Negli androni dei palazzi vi sostavano anche mendicanti in attesa di qualche moneta. Dappertutto si sentivano gli odori dei rifiuti, del pesce, del fumo di carbone che si mischiavano con i profumi delle avvenenti signore.

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Le immagini di mio padre iniziano con una foto scattata durante i campionati italiani di boxe del 1939. Nella seconda foto mio padre sta accanto alla Nave Conte Verde dopo aver superato una selettiva visita medica, che gli  consentirà di arruolarsi nel Battaglione San Marco, andare per due anni in Cina ed  evitare la partenza per la guerra che sembrava imminente. In basso c’è la prima immagine di mio padre in Cina, nella caserma di Tientsin.

4-5 Ho selezionato alcune foto tra le moltissime che ho trovato, purtroppo tutte molto piccole. Sono prevalentemente ambientate a Pechino e a Shan Hai Kuan.

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Del periodo in cui mio padre risiedeva in Cina, dal 1939 in poi, non ho molte immagini di mia madre. Ho invece numerose foto,molto belle e curate, della famiglia danese di mia nonna ed i miei bisnonni Suenson. E’ per questo che ho introdotto mia madre nel racconto fotografico partendo da un bellissimo ritratto dei miei nonni, Paul e Vera. Mio nonno, che mia madre descriveva come un grande idealista, durante la prima guerra mondiale, era partito con la Legione Straniera per combattere i tedeschi in Africa. A Copenaghen lasciò mia nonna Vera, allora sua fidanzata, che lo aspettò per quattro anni, fino a quando non tornò, dopo aver trascorso un periodo in un campo di prigionia tedesca,senza un dito per via di una pallottola e senza i capelli, secondo mia madre, a causa dell’elmetto.

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Queste sono immagini della vita familiare dei miei nonni, con i loro tre figli piccoli. C’è un riuscitissimo ritratto di tre bambini, mia madre nel centro,sua sorella più grande ed il fratello più piccolo ai lati.In un’altra foto mia nonna guarda con tenerezza mia madre.

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 Ritratto di gruppo, presumibilmente risalente agli anni 40, ambientato nel parco della villa. 

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 Ho accostato una foto di mia madre in abito da sera per un ballo nell’esclusivo Circolo Francese, a quella di mio padre in posa ad una premiazione per un incontro di boxe. Benché passassero buona parte della giornata nello stesso edificio, vivevano in mondi completamente diversi. Mio padre si allenava nel piano dove c’era la palestra, la più attrezzata per la boxe a Shanghai, ad un altro piano mia madre partecipava a feste organizzate dal Club dove si ballava, fumava, si bevevano alcolici, le ragazze erano in abito lungo o vestite per una festa a tema mentre i ragazzi indossavano sempre lo stesso vestito bianco. Mio nonno stava in qualche altra parte del Circolo dove giocava e vinceva molto a bridge, contribuendo così al bilancio familiare.

Dopo l’otto settembre i marò del Battaglione S. Marco, e tra questi mio padre, furono internati dai giapponesi in un campo di prigionia per tre mesi. Dopo di che furono liberati e la maggior parte si trovò allo sbando in una Shanghai in piena crisi economica. I miei genitori riuscirono a cavarsela solo perché, contro il volere di mia madre, mio padre continuava a combattere e vincere sul ring. Chi si era ribellato ai giapponesi era finito invece nei lager in Corea ed in Giappone. I miei genitori partirono per l’Italia otto mesi dopo la fine della guerra, con la nave italiana Eritrea che recuperò e rimpatriò tutti i marò del Battaglione S. Marco sparsi per la Cina.

Contest di Ottobre la foto più votata : Aldo Carumani

Nel primo Contest del Circolo PhotoUp dal tema:

Roma: la sua storia e la sua quotidianità

L’immagine in bianco e nero di Aldo Carumani ha ottenuto il massimo punteggio nella votazione che si è svolta tra i soci.

Le altre foto del contest:

   Alessia Ambrosi                                                                                                 Andrea Alessandrini

Anna Ranucci                                                                                                            Antonella Simonelli

M. Elena Ania                                                                                                              Elisabetta Manni

Erica Cremenich                                                                                                           Fabio Faltelli

Lillo Fazzari                                                                                                                 Lucio Baldelli

Magda Laini                                                                                                         Massimo  Giannetti

Maurizio De Angelis                                                                                      Michela Poggipollini

Sergio D’Alessandro                                                                                           Simonetta Orsini

Marine Nordiche di Michela Poggipollini

Il mio interesse per il mare e le spiagge della costa settentrionale della Francia e della Spagna credo sia innato. Forse deriva dall’aver avuto una madre danese o perché detesto il gran caldo estivo ed i colori saturi che tanto piacevano a Van Gogh. Amo la luce di quando si alza il vento, il cielo si fa repentinamente oscuro ed in poco tempo i bagnanti scappano dalla spiaggia, quella delle giornate malinconiche in cui il cielo è bianco e nessun oggetto proietta la sua ombra ma anche quando risplende il sole sempre discreto e non infuoca mai le spiagge. Per via della marea che rende le spiagge molto ampie e sempre bagnate, i frequentatori non possono sedersi e camminano senza sosta o fanno il bagno in un mare dove non ho mai osato neanche bagnare i piedi. La maggior parte dei luoghi che fotografo è popolata da persone viste da lontano e sempre dall’alto. Rispetto all’ambiente in cui si muovono, naturale o cittadino, sono piccole, talvolta piccolissime.

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