Fotoit settembre: Leggere di fotografia – Walter Guadagnini – La fotografia in 100 immagini

di Paola Bordoni

Tutti noi abbiamo nella mente un’immensa galleria di immagini, ma se qualcuno ci imponesse di sceglierne solo 100 e di creare una compilation che rappresenti quasi un secolo e mezzo di fotografia? Quali criteri scegliere? Chi includere e chi escludere? L’autore ha scelto il criterio dell’emblematicità, intendendo sia le immagini che in quanto celebri sono diventate delle icone e sia quelle, meno famose, che rappresentano in modo significativo l’identità multipla della fotografia ed il suo essere irrimediabilmente legata all’evoluzione della società e della tecnologia. Nella prefazione un intrigante suggerimento di percorso è dato dall’autore: non seguire un ordine cronologico ma crearsi ulteriori chiavi di lettura, segnando nuovi e personali collegamenti nella storia delle immagini.

Fotoit settembre: Pierluigi Rizzato – Hunting in the rain

di Paola Bordoni

A volte una singola immagine, un veloce scatto, può contenere in sé un lungo racconto e, pur rimanendo entro i confini del “visibile”, trasporta l’osservatore al di là  del reale, mettendo in azione dei meccanismi di memoria e di emozioni che vanno oltre ciò che effettivamente si osserva. La storia raccontata da questa immagine del talentuoso fotografo non è solo quella spettacolare della natura che esiste ancora nel copione che noi umani abbiamo assegnato agli animali, con la celebrazione della meraviglia della natura selvaggia, ma anche quella del richiamo spaventoso e drammatico alle nostre paure istintive ed ataviche, del nostro sgomento di fronte ai pericoli della vita, della dura lotta per la sopravvivenza, del riconoscersi sia nella preda che nel predatore. La forza espressiva di questa immagine deriva quindi, oltre che dal sapiente uso della macchina fotografica e dai soggetti rappresentanti, anche e soprattutto dalle proiezioni ancestrali e personali che genera nella mente dell’osservatore.

La mostra “La famiglia in Italia” – di Angela Maria Russo

Ho visitato, presso la Biblioteca comunale Marconi, la mostra fotografica del gruppo romano PHOTOUP, dedicata alla famiglia.

Una mostra interessante, piena di sentimenti e di una notevole dose di nostalgia.

La vita che passa nell’intimità di una casa, avvenimenti gioiosi e tristi, ricordi condivisi e, forse, rimpianti.

La caratteristica che più mi ha colpito di questa mostra è che molti dei fotografi hanno fotografato “fotografie”, sembra un gioco di parole ma è proprio successo questo.

Parto dalla foto con l’albero genealogico che è stata sapientemente costruita con vecchie e nuove foto della famiglia, unite nella loro genealogia, da un filo rosso che mette in evidenza i legami generazionali.

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Maria Rosaria Marino

Poetica e piena di atmosfera e ricordi la sequenza di foto dove, come in un libro di Proust, troviamo la cara zia nel fondo della tazza, avvolta dal profumo del te, e il babbo che spunta tra le carte di una partita a briscola, e la mamma ritrovata nella farina mentre si impasta e così via. Un’idea geniale in cui troviamo tutto l’affetto, lo struggimento, la dolcezza di una famiglia unita nei gesti quotidiani e banali della vita.

Fabio Faltelli
Fabio Faltelli

In un’altra serie, invece, viene rappresentato l’oggi con una famiglia stretta su un divano i cui membri, pur essendo così vicini, non comunicano tra loro, ognuno perso tra computer, libro e televisione, immersi in altri mondi e dimentichi dei propri congiunti.

Anna Ranucci
Anna Ranucci

Tra le foto della mostra troviamo il dolore causato dalla malattia che, però, non divide ma unisce ancora di più.

Aldo Carumani
Aldo Carumani
Maurizio De Angelis
Maurizio De Angelis

Poi ancora, matrimoni tardivi, ricorrenze, feste, adozioni, figli lontani ma sereni e felici che sorridono da foto amorevolmente incorniciate, gruppi in vacanza, nonni e nipoti, bimbi già cresciuti, appena nati o in procinto di…

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Maria Elena Ania

Essendo una mostra italiana, non poteva mancare il rito della pasta fatta in casa. Troviamo foto di donne di generazioni diverse che insegnano e imparano, divertendosi insieme, a preparare le fettuccine per il pranzo della domenica. Assenti, nelle foto, gli uomini, che sicuramente spunteranno quando sarà pronto in tavola.

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Solmaz Nourinaeini
Stefano Marcovaldi
Stefano Marcovaldi

Per finire due foto che escono un po’ dal coro: una roulotte in un campo con due uomini, forse padre e figlio e un immigrato che mostra la foto della sua famiglia lontana e chiede aiuto affinché possano riunirsi al più presto. Due famiglie quindi “diverse” che aspirano come tutte alla pace, alla serenità e a poter condividere la vita con i loro cari.

Angela Maria Russo

Gam di Torino ed Instagram

segnalato da Anna Fadda

La Galleria d’arte moderna e contemporanea (GAM), in occasione della mostra Suggestioni d’Italia. Dal Neorealismo al Duemila. Lo sguardo di 14 fotografi, in programma a Torino dal 19 luglio al 23 settembre, propone il GAM Photo Project, che coinvolgerà la popolazione social attraverso Instagram.

GAMPhotoProject , attraverso la piattaforma Instagram, propone alla community un viaggio attraverso il paesaggio italiano per un racconto corale per immagini della nostra realtà. Il contest è aperto a tutti gli appassionati che sono invitati a fotografare, secondo il proprio punto di vista,  sia gli ambienti urbani, sia le piccole località italiane abitate o semideserte.

Una giuria di esperti visionerà le fotografie pubblicate su Instagram con l’hashtag #GAMPhotoProject e le migliori verranno inserite sul canale ufficiale Instagram della GAM e, successivamente, stampate da Nikon, per la realizzazione di un’installazione negli spazi del Dipartimento Educazione del Museo.

Sources: http://www.gamtorino.it/it

When Will It Be Tomorrow di Sylvia Plachy

di Antonella Simonelli

 Il 22 giugno si è inaugurata presso il Museo di Roma in Trastevere la mostra retrospettiva “When Will It Be Tomorrow “della fotografa americana di origini ungheresi Sylvia Plachy e vi rimarrà fino al 2 settembre. La mostra è curata da Gabriella Csizek e fa parte di Fotoleggendo il festival della fotografia di Roma che quest’anno è alla sua quattordicesima edizione.

“Quando sarà domani? Era quello che chiedevo ogni notte prima che mia madre mi baciasse e spegnesse la luce. Non c’era risposta, solo una bambina, una brezza che passava attraverso una finestra aperta e il cielo celeste.”

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Proprio da queste parole prende l’avvio la mostra di Sylvia Plachy, un excursus di circa centoventi stampe, sessant’anni del suo lavoro dal 1958 al 2018.

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Il suo modo di fotografare è una “ribellione contro la tirannia della progressione del tempo”, esiste solo l’incanto del legame che si crea tra la fotografa e ciò che vede. Nelle sue foto non c’è sguardo, non c’è posa, non c’è composizione programmata. Il soggetto non si accorge dello scatto, ne lo scatto è pura e semplice registrazione del visibile, non è neanche l’esperienza dell’autrice, ma piuttosto la magica connessione tra la fotografa ed il suo oggetto.

La sua fotografia esprime una verità immediata, che precede il momento in cui l’elaborazione cosciente ne coglie il significato.

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E’ proprio questo che caratterizza le sue immagini e le pone al di fuori del tempo. Immagini che producono calore, immediatezza, fascino, profondamente sovversive per la razionalità del nostro tempo. Quindi il suo stile non si preoccupa della tecnica, l’errore a volte diventa il suo tratto distintivo. Quando scatta cerca di far sparire tutto ciò che la circonda, perfino se stessa. Non ama riflettere sulla fotografia o spiegare le sue immagini “preferisco odorarle e comprenderle con l’istinto”

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André Kertész amico e mentore di Sylvia Plachy, riguardo alla sua fotografia ha detto: “Non ho mai visto il momento percepito e intrappolato nella pellicola con maggiore intimità e umanità.”

La mostra promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali è prodotta da Robert Capa Contemporary Photography Center, Budapest, Ungheria, con il supporto dell’Accademia di Ungheria in Roma. A cura di Gabriella Csizek. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

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Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1/b Roma

23 giugno – 2 settembre 2018

source: www.arte.it

Link

La fotografia di Ben Davis nel film “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

di Antonietta Magda Laini

Produzione USA/UK 2017   Regia Martin McDonagh – Fotografia Ben Davis

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2017 e premiato per la migliore sceneggiatura. Oscar agli attori Frances  McDormand  come migliore attrice drammatica e Sam Rockwell come migliore attore non protagonista.  

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Lo scenario sembra quello di un western moderno abilmente  intrecciato con una commedia nera. Si è trasportati nel microcosmo della provincia americana (il Midwest  al centro degli States) spesso teatro di violenza gratuita e caratterizzato da depressione economica, solitudine,  alienazione, razzismo e omofobia.

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Le prime inquadrature mostrano una campagna nebbiosa all’alba, colori freddi che accentuano il disfacimento di alcune strutture pubblicitarie, collocate ai margini di una lunga strada e proposte in affitto: una vettura si ferma e poi riparte verso la cittadina.

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Tre cartelloni, nelle vicinanze del paese, che riprenderanno vita con tre manifesti rosso sgargiante che recano scritte accusatorie nei confronti della polizia locale e, in particolare, dello sceriffo Willoughby e che causeranno reazioni diverse, anche estreme, nella comunità. Mildred Hayes (Frances McDormand), figura dotata di grande determinazione,  con quei manifesti, inizia una guerra contro le forze dell’ordine  che nulla hanno fatto per risolvere l’omicidio di sua figlia.

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I manifesti compaiono in una assolata giornata di luce non viva ma che, leggermente sottoesposta, risulta cupa e malinconica come a sottintendere una minaccia: un cielo velato e triste, seppur con la presenza del sole, che persisterà per l’intero film. Un solo momento nell’arco dei 115 minuti la luce si farà più viva, l’esposizione più luminosa, quasi a proporre una tregua, con la visione di un elemento di pace (una cerva).

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Cupi anche gli interni di pub, case, locali, negozi: nel paesaggio urbano si colgono angoli spesso squallidi e degradati. 

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L’intreccio del film gioca con l’assurdo e il paradossale proponendo ottimi primi piani, quali quelli di scontro fra una madre ferita nel più profondo dell’anima e il poliziotto razzista: contrapposizioni come fra animali che si fronteggiano.

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Buon gusto nelle inquadrature prive di inutili ghirigori estetici e retorici: si colgono espressioni dure e stanche dei protagonisti e tutte le sfumature dettate dal loro carattere.

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Le immagini si presentano ruvide, collegate ad avvenimenti che, inesorabilmente, spiazzano il giudizio dello spettatore, i personaggi risultano ambigui.

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Il piano sequenza dietro le spalle del vicesceriffo (Sam Rockwell) che, ubriaco e violento, sale le scale della società che affitta manifesti e targhe spaccando ogni cosa sul suo percorso e gettando il giovane gestore dalla finestra è, probabilmente, una delle scene più intense e potenti.

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Mildred e il vicesceriffo finiscono per compiere un viaggio verso l’Idaho nel corso del  quale sembrano riflettere sugli avvenimenti trascorsi, forse con la speranza, che tuttavia appare vana, di risolvere i loro problemi; emerge un’ironia amara mista a sentimenti di rabbia, solo in parte espressa, che testimonia la loro tragica esistenza.

Le diverse inquadrature dei visi evidenziano le loro perplessità e l’assurdità della situazione; la vena involontariamente comica che ne deriva non riesce, comunque, a mascherare la desolazione dei due personaggi.

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 Ultima annotazione (che nulla ha a che vedere con la fotografia del film): per l’aria da cowboy che “mai arretra”, Frances MacDormand (Mildred) si è ispirata alla celebre camminata di John Wayne.

 Ben Davis, direttore della fotografia britannico, ha collaborato con Martin MacDonagh anche in “7 psicopatici” e “In Bruges”

Source: https://www.comingsoon.it/   https://www.mymovies.it/  http://www.cineforum.it

                                          

 

 

 

 

La meraviglia del bello di Michela Poggipollini

di Michela Poggipollini

Roma, la mia città, è ricchissima di opere d’arte nei palazzi, nelle gallerie, nei musei ed in altri luoghi ancora che io ho iniziato  a scoprire da quando, studentessa di Architettura frequentavo  le lezioni di storia dell’arte.

Negli anni successivi cominciai ad appassionarmi anche alla fotografia ed andavo in quei luoghi d’arte  come una turista che riporta a casa i ricordi e le emozioni del proprio viaggio.

Presto mi domandai perché riprendere le opere d’arte dal momento che avevo la possibilità di poter tornare a godere degli originali ogni volta che volevo e sfogliare libri le cui immagini erano senz’altro migliori e più ricche di quelle che potevo realizzare io.

Girando per i musei mi accorsi allora che era molto più interessante cogliere le emozioni del visitatore di fronte alle opere d’arte, la sua meraviglia se non addirittura l’estasi per il bello. Tanto era la concentrazione dei visitatori che non si accorgevano di essere ripresi da me, il più delle volte molto da vicino.

Anni dopo, mi accorsi che quello che stavo facendo corrispondeva alla visione che Roberto Cotroneo suggerisce nel suo libro Genius Loci e che è riassunta nel testo presentato come sottotitolo della sua opera:

le sale di un museo d’arte  prevedono un pubblico che guarda le opere ma non un pubblico che osserva un pubblico, eppure tra le prime cose di cui ho dovuto prendere atto, che ha dato origine a questo lavoro è che nel teatro dell’arte la scena non è quella dell’opera ma del pubblico.”

Le immagine presentate sono state riprese nella Galleria Borghese, nella Villa Farnesina e nel Palazzo Altemps.

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Fotoit – maggio: Marpessa di Ferdinando Scianna

 

di  Paola  Bordoni

Nel 1982 Ferdinando Scianna, su indicazione di Henri Cartier Bresson, presentò la sua candidatura all’agenzia internazionale Magnum Photos divenendone, primo fotografo italiano, membro effettivo nel 1989; aveva già pubblicato “Le feste religiose in Sicilia”, libro che suscitò, per dirla con il coautore Leonardo Sciascia, “accese polemiche e scontrosi silenzi” e “Les Siciliens”, racconto per immagini strettamente legato alla cultura ed alla memoria identitaria della sua terra. Ritornato a Milano, dopo il periodo parigino, e lasciato l’impegno con il settimanale l’Europeo realizzò lunghi reportage sociali come “Kami” sui minatori nelle Ande boliviane e, in singolare contemporanea, la prima campagna pubblicitaria di moda per due giovani stilisti emergenti con protagonista la modella olandese Marpessa Hennick, già molto famosa.

…Mi hanno telefonato questi due tipi che io neanche sapevo chi fossero “ io sono Domenico Dolce, insieme ad un mio amico Gabbana, siamo due stilisti e abbiamo cominciato da poco: facciamo una moda ispirata alla Sicilia ed abbiamo visto delle foto che ci hanno detto che sono sue. Vorremmo proporle di fare un catalogo di moda perché vorremmo farle con un fotografo che non è un fotografo di moda.” Io avevo il sospetto che non fossero mie queste foto…ed in effetti ho saputo anni dopo, che non erano mie…Loro sono venuti a casa mia ed io gli ho mostrato i miei libri e gli ho detto io faccio questo, non ho mai fatto altro….Ad un certo punto Stefano Gabbana ha detto una frase che stava per cambiarmi la vita ”Guardi è proprio quello che volevamo: il nostro look con il suo feeling”.

Suscitò molto clamore e scandalo la decisione di Scianna impegnato nel sociale, tanto più appartenente alla famosissima Agenzia Magnum, di dedicarsi anche alla fotografia di moda che aveva sempre riflesso il volto mutevole dei valori culturali della società ma era ancora lontana dal rivelarsi anche coscienza etica dalle molteplici sfumature, veicolante idee e nuove suggestioni politiche e sociali.

...Ho fatto una cosa scandalosa, pare, che adesso non lo sarebbe più, ma che allora fu vista come scandalosa e provocò grandissime discussioni perché c’erano le mie foto classiche, più Magnum di così…impegno sociale, fotografia sociale, ma accanto a quelle ho portato le mie fotografie di moda…un cane in chiesa…c’era molta gente scandalizzata.

Con il suo “moda-reportage” Scianna destabilizzò la rappresentazione visiva e formale del mondo pubblicitario, diviso tra esigenze commerciali e creatività. Suo punto di riferimento fu l’approccio rivoluzionario alla fotografia di moda di Frank Horvat con l’accostamento delle modelle alla vita quotidiana della gente comune nei luoghi pubblici, distanziandosi dalla produzione di immagini di moda più convenzionale e patinata.

Contravvenendo all’insegnamento bressoniano “mai mettere in posa il mondo” Scianna dispose la modella negli stessi luoghi e nelle stesse semplici e dense atmosfere della sua Sicilia che già aveva fotografato. Il risultato fu un racconto suggestivo e cifrato dove il mondo abbacinato dal sole e dalle ombre della sua memoria si snoda tra realtà e finzione, con un linguaggio aspro che rivela donne vestite di nero, antichi mestieri, tradizioni di immutabile ed ontologica sicilianità.

…perché nella mia etica ed estetica di fotografo era legge il rifiuto della messa in scena, della finzione, di qualsiasi intervento nello svolgersi della vita davanti a me che non fosse il solo mutamento del punto di vista mediante una silenziosa, quasi invisibile danza nello spazio, interrotta a tratti dalla scelta fulminea dell’istante, dello scatto, ad immobilizzare un frammento di tempo, forse di vita, contestualmente uccisa e salvata nelle forme che la esprimono. Adesso, invece, ero lì, a dirigere, a chiedere a Marpessa di muoversi in un certo spazio, a cercare relazioni con le persone…Trasgredivo al mio tabù fondamentale, cioè che io intervenivo nel mondo…

Tra le immagini del servizio di moda, realizzato con un budget ristrettissimo, vi è quella di un piccolo gruppo di quattro donne che, chiacchierando, prendono l’ultimo sole, appoggiate ad un muro. Scianna chiese a Marpessa di inserirsi nel gruppo.

… Il suo imbarazzo le fece mettere i piedi nella posizione di una ragazzina rimproverata…..questa cosa è quello che Barthes chiama il punctum, quello che senza che la gente se ne renda conto rende questa fotografia ambigua, sul crinale tra la verità e la finzione, che poi è stata la caratteristica della migliore foto di moda che io ho fatto…

La realtà quindi davanti all’intrusione del fotografo si “riorganizzava” imprevedibilmente in un nuovo paradigma, in un nuovo scenario , diviso tra verità e finzione. L’alta, sottile modella dagli occhi verdi e  di origini olandesi e surinamesi appoggiata, insieme alle piccole donne scure, al muro caldo di sole siciliano conciliò in un’unica miscela l’istante reale e l’istante fotografato.

Bibliografia                                                                              

Contrasto – Fotografia italiana  Giart 2009- Ferdinando Scianna

“Marpessa, un racconto”- Ferdinando Scianna, Leonardo, Milano 1993

Repubblica – Fotocrazia – Michele Smargiassi – 22.02.2012

www.maledettifotografi.it Intervista a Ferdinando Scianna

Conversazione tra Ferdinando Scianna ed Angela Madesani 1998

Il Mondo Nascosto di Valentina Vespa

Prefazione:   siamo stati contattati, come Circolo fotografico e nell’ambito della mostra Gas – O – Metro, che si è tenuta presso la Biblioteca Marconi, da una giovane laureanda in Ingegneria, Valentina Vespa,  che  ha chiesto di poter usufruire di alcune delle foto esposte per la presentazione della sua tesi di laurea sul quartiere Marconi-Ostiense. Siamo stati ben lieti di accettare e di mettere a disposizione le foto secondo il principio di cultura libera e circolare che  caratterizza il circolo.

Di seguito un piccolo omaggio che il neo Ingegnere ha voluto fare al Circolo PhotoUp ed alla biblioteca Marconi :

di Valentina Vespa

Mi sono approcciata allo studio dell’area Marconi-Ostiense circa un anno fa, un po’ per caso, per individuare quello che sarebbe stato il tema della mia tesi. Confrontandomi col mio relatore l’argomento che era emerso era stato un progetto di riqualificazione della zona Marconi, ma per far questo mi disse subito che avrei dovuto analizzare tutto ciò che la circondava, sia dal punto di vista della cultura, che dell’ambiente e dello sport, “perché questa zona si sta evolvendo verso una Città della Cultura e dello Sport, ma va strutturata sia urbanisticamente che paesaggisticamente per configurarla come una vera e propria centralità appunto culturale e sportiva”.
Gli strumenti tecnologici che al giorno d’oggi possono sembrare utili per conoscere la realtà (Carte CTR, Google, Engine Maps, Street View) in realtà celano più della metà di quelle sfumature, di quei rumori, di quei profumi che possono essere percepiti solo di persona; come l’essere umano si serve di tutti e cinque i sensi, che nel loro intreccio permettono di vivere a pieno la vita e conoscerla sotto innumerevoli sfaccettature, per analizzare cosa davvero contiene questa zona ho voluto “viverla” coi miei occhi, per arrivare fino in fondo all’anima di questo territorio.
Innanzitutto è stato necessario partire da un’analisi storiografica ed in questo è stata fondamentale la Biblioteca Cardano e le speciali persone che lavorano al suo interno, che mi hanno non solo consigliato i diversi libri in materia a loro disposizione ma mi hanno anche indirizzato verso tutti quegli enti, centri ed associazioni che potevano fornirmi quella perla in più per arricchire questo lavoro. E’ fondamentale studiare la storia di un luogo, come di una persona per comprenderla davvero, la sua evoluzione, le sue vicissitudini… sono tutti tasselli che nel bene e nel male spiegano l’immagine che ci appare oggi.
Dopodiché ho avuto la fortuna di trovare la disponibilità di una figura che lavora al municipio in esame, che con serietà e professionalità ma anche un po’ di leggerezza mi ha ricevuto più volte per illustrarmi i progetti che attualmente riguardano questo quartiere o per presentarmi all’ufficio tecnico di urbanistica per fornirmi la cartografia di mio interesse.
L’ultima grande fortuna che ho avuto è stata quella di conoscere personalmente Paola Bordoni, che oltre ad essere una notevole insegnante…si nota subito che è una di quelle persone belle! Ho avuto l’occasione d’incontrarla per la prima volta alla Mostra Fotografica “Gas- O- Metro”, una incantevole mostra di suggestivi scatti sparsi tra l’Ostiense…che mostrano il quartiere con occhi diversi. I suoi modi gentili, la sua generosità e disponibilità immediata mi hanno colpito molto e soprattutto per quella testa aperta e predisposta a nuove idee che risulta così rara e a mio avviso segno d’intelligenza. Dunque grazie ad alcune fotografie della mostra sopracitata ho avuto l’opportunità di scorgere l’Ostiense direttamente dal cuore dei fotografi del Circolo “Photo Up” e con me anche gli “spettatori” che si trovavano alla mia discussione si sono sorpresi dall’unicità e dalla varietà con cui un unico “oggetto” possa essere visto, concepito, “masticato” e restituito al mondo in così tanti modi e tutti così peculiari.
Ovviamente per svolgere al meglio questo lavoro di tesi ho dovuto effettuare numerosi sopralluoghi in sito, ritrovando anche le opere fotografate e poi rappresentate nella mostra, ma dai miei occhi, col sole, con la pioggia, con un turista o con un clochard sembrava già un altro luogo. Ognuno di noi prende dalla realtà un aspetto, qualcosa con cui ha un’affinità o una repulsione rispetto al mondo che si porta dentro, lo interiorizza in base al proprio bagaglio di esperienze o al proprio stato d’animo ed infine ne può tirar fuori un’opera d’arte… questo è il bello della fotografia come di ogni altra forma d’arte, non dipende solamente dagli occhi o dalle mani della persona ma anche e soprattutto dal proprio cuore!