CHILDREN ( Erwitt – McCurry – Mitidieri)

di Antonella Simonelli

Ancora per pochi giorni è visitabile la mostra fotografica Children con cui Bologna celebra i diritti dei bambini in occasione dei 60 anni della Dichiarazione dei diritti del fanciullo e dei 30 anni della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Gli scatti dei tre autori Erwitt, McCurry e Mitidieri profondamente diversi dal punto di vista espressivo sono accomunati dall’identica volontà di testimoniare in prima persona le vicende dei bambini che hanno incontrato negli angoli più remoti del mondo.

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Con questi presupposti i tre autori sono stati messi in scena nel palcoscenico della mostra dallo scenografo Peter Bottazzi che ha progettato le tre aree dove troviamo in modi differenti  rappresentato  il mondo dell’infanzia.

Nella prima area troviamo le immagini a colori di Steve McCurry, esse  rimandano ad una struttura che ricorda una giostra. La seconda area è occupata dalle fotografie di Mitidieri collocate su blocchi di legno quasi a ricreare le costruzioni con cui gioca il bambino da piccolo. Nella terza sezione invece abbiamo le immagini di Elliott Erwitt allestite su una specie di abaco ,uno degli strumenti piu antichi utilizzati per l’apprendimento e lo studio, un diritto, spesso negato, all’istruzione e alla conoscenza.

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Un catalogo di immagini , quelle  di Steve McCurry , che coglie come solo lui sa fare lo stupore , la meraviglia , l’intensita nello sguardo di chi  è fotografato, oppure quelle di Dario Mitidieri che con il suo bianco e nero ci da una partecipazione diversa ma non meno intensa di quella che Hannah Arendt definiva la “banalita del male” o attraverso la commedia umana che Erwitt rappresenta come lo scorrere del tempo che diventa storia .

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Una riflessione, insomma , sull’infanzia e i diritti , spesso negati, che gli appartengono.

Bologna, 20 novembre 2019- 6 gennaio 2020

Auditorium Enzo Biagi- Biblioteca Salaborsa

La città del Sole

Lavoro collettivo di alcuni soci di PhotoUp

Testo di Pino Giovine

Immagine in copertina di Pino Giovine

La “Città del Sole” individua l’intervento inserito all’interno del programma di valorizzazione delle rimesse Atac intrapresa dal Comune di Roma per i depositi ormai in disuso.

Maurizio de Angelis
Maurizio De Angelis

A tal proposito, il progetto, firmato dallo studio romano Labics, risultò vincitore di un concorso bandito dal Comune di Roma nel 2007 con l’intento di recuperare l’area dell’ex rimessa Atac edificata negli anni ’30 dallo IACP, sottraendola al degrado nel quale era immersa da anni.

Antonella Simonelli
Antonella Simonelli

La “Città del Sole” è un complesso di edifici con uffici, spazi commerciali e circa 80 residenze, realizzato in un’area a ridosso del quartiere popolare ICP Tiburtino II, costruito negli anni Trenta in quella che allora era l’estrema periferia della città.

Magda laini
Magda Laini

Il tentativo fu quello di realizzare una porzione di città integralmente e realmente sostenibile a tutela dell’ambiente e del benessere degli abitanti, con nuovi servizi e spazi urbanistici. Il complesso si trova a poca distanza da Piazza Bologna, dall’Università La Sapienza, dal Policlinico Umberto I e dalla nuova Stazione AV Tiburtina.

Lillo Fazzari
Lillo Fazzari

Tutto il complesso si pone in continuità e in rottura con l’edificio di fronte, la Casa del Sole, progettata negli anni ‘30 dall’Arch. Innocenzo Sabbatini.

Simonetta Orsini
Simonetta Orsini

La “pelle” dei corpi di fabbrica valorizza e contraddistingue i vari fronti, privi di elementi descrittivi, così da favorire la  percezione dei volumi, che devono inserirsi sia nel contesto, ma anche identificarsi all’interno di spazi aperti poco definiti.

Lucilla Silvani
Lucilla Silvani

Le tipologie funzionali dettano in facciata i ritmi degli involucri: il piano-terra commerciale si contraddistingue per le sue ampie superfici vetrate, la parte direzionale è  invece scandita da elementi “brise-soleil” verticali in alluminio, i quali assolvono alla funzione di protezione dall’irraggiamento termico ed all’alleggerimento del volume del basamento.

Lucio baldelli
Lucio Baldelli

Durante gli scavi è venuto fuori dal silenzio dei secoli una notevole e vasta area archeologica non conosciuta col ritrovamento di numerosi reperti.

M.Luisa Giorgi
Maria Luisa Giorgi

Benchè prevista in progetto, la biblioteca di quartiere, ubicata proprio all’interno dell’ex deposito Atac, è di fatto  l’unica opera pubblica dell’intero progetto, ma che è purtroppo ancora lungi dall’essere realizzata.

Sergio D'Alessandro
Sergio D’ Alessandro

 

Identificazioni Visionarie di Antonella Simonelli

Girovagando nelle stanze dei musei ti accorgi che quello che hai davanti agli occhi è qualcosa di vitale. Da qui una riflessione sul rapporto tra opera d’arte e spettatore. Molto spesso colui che guarda nell’opera si riflette ma anche si perde, nonostante si metta di fronte all’opera ben strutturato con le sue conoscenze, le sue esperienze, le sue emozioni, a volte trova in essa qualcosa in cui perdersi, un io che non è il suo io ma un’identità aperta, spesso ritroviamo noi stessi dopo esserci smarriti. Da qui l’idea che colui che guarda da senso all’opera: dalla relazione tra ciò che vede e ciò che questo gli provoca si attua quell’esperienza di perdita che in realtà permette di conoscersi. Allora se l’opera viene vitalizzata da colui che guarda, allo stesso modo il visitatore guardando vive un’esperienza di identificazione visionaria che in un modo o nell’altro può trasformarlo e cambiarlo.

Con queste foto cerco di raccontare tutto questo su un piano metaforico e simbolico e in un linguaggio estetico il più vicino possibile all’esperienza vissuta.

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Radio Città Aperta intervista Paola Bordoni e Sergio D’Alessandro

I soci del Circolo fotografico PhotoUp hanno  partecipato alla manifestazione  “La Via Semantica-Ostiense” , organizzata dall’Associazione Culturale Controchiave in collaborazione con l’VIII Municipio, allestendo grazie ai loro scatti fotografici, scorci sulla realtà umana e sociale del quartiere Ostiense,  la mostra fotografica “GAS-O-METRO” all’interno dello Spazio Rossellini.

Durante l’evento la nostra Presidente Paola Bordoni e il nostro Vice Presidente Sergio D’Alessandro sono stati intervistati da Radio Città Aperta. Qui di seguito potete ascoltare l’intervista.

Mostra Fotografica “GAS-O-METRO”

Circolo Fotografico PhotoUp

Data: 23 e 24 novembre 2019
Luogo: Spazio Rossellini, Via della Vasca Navale, 58, Roma
Orari: la mostra è visibile nell’orario della manifestazione “La Via Semantica-Ostiense”

La mostra “GAS-O-METRO” del Circolo Fotografico PhotoUP è allestita all’interno dello spazio Rossellini dove si svolgerà la manifestazione “La Via Semantica-Ostiense” organizzata dall’Associazione Culturale Controchiave in collaborazione con l’VIII Municipio. Nella mostra collettiva dei fotografi del Circolo Fotografico PhotoUP, dal titolo “GAS-O-METRO”, le foto ritraggono scorci del quartiere Ostiense nella complessità delle sue geometrie urbane e cromie, in un’alternanza d’immagini da cui traspare lo stile personale di ogni fotografo. La mostra offre così una partitura visiva poliedrica del quartiere e lascia al visitatore la sensazione di averlo attraversato in tutte le sue dimensioni fisiche ed umane. Altri interventi saranno proposti da diversi artisti che attraverso musica, danza e teatro continueranno a parlare del Quartiere Ostiense offrendo così un fine settimana di eventi e riflessioni culturali.

Fotoit settembre: Vedere per credere ( o no?)

di Paola Bordoni

Terza  parte

L’immagine fotografica ha un forza espressiva molto potente ma un’informazione falsa è la negazione stessa dell’informazione poiché genera la costruzione di una realtà artefatta sulla quale il pubblico/lettore crea le proprie convinzioni. Quali sono quindi i codici deontologici che un’immagine deve avere per garantire oggettività all’informazione che trasmette? I criteri di correttezza, integrità, indipendenza, imparzialità come possono essere tradotti in linee guida universali? In realtà spesso si è tentato di costruire codici di autoregolazione deontologici e condivisi, alcuni molto specifici, ma l’applicabilità ai molteplici casi che si possono verificare ha reso vani tutti gli sforzi.

Si potrebbe però segnare almeno un limite etico invalicabile basato sulla destinazione d’uso: un’immagine artefatta non può e non deve essere destinata alla comunicazione di informazioni che influenzino il comportamento, le scelte, le opinioni dei singoli individui, diventando così formidabili mezzi di disinformazione e di persuasione occulta.

Già nel giugno 1994 il prestigioso Time fu costretto ad imbarazzate scuse per la pubblicazione, come immagine di copertina, della foto segnaletica ritoccata e virata del giocatore di football O.J. Simpson accusato dell’omicidio della moglie. La stessa foto era stata utilizzata dal Newsweek ma il Time l’aveva elaborata scurendo la pelle del giocatore ed accentuando il contrasto, rappresentandolo più torvo e minaccioso, con suggerimento di colpevolezza.

Quanto siano disposti a farci mentire dalle fotografie e dall’editing, accettando un’alterazione della realtà percepita e, soprattutto, quali antidoti e strumenti possiamo adottare per essere fruitori non passivi?

5.O.J.Simpson

Fotoit settembre: Vedere per credere (o no?)

di Paola Bordoni

Seconda parte

Nella società dei primi del Novecento, nella quale si avvertiva sempre più l’esigenza di ampliare e diffondere l’informazione, le immagini fotografiche sembravano offrire la possibilità di riproduzione fedele e diretta del mondo esterno.

“Le fotografie – scrive Susan Sontag – forniscono testimonianze. Una cosa di cui abbiamo sentito parlare, ma di cui dubitiamo, ci sembra provata quando ce ne mostrano una fotografia……Una fotografia è considerata dimostrazione incontestabile che una data cosa è effettivamente accaduta.”

Non è semplice, forse è impossibile, comporre una lista completa degli esempi di fake fotografie che sono comparse nel corso degli anni; forse fu l’inglese Roger Fenton a manipolare per primo una fotografia. L’immagine la conosciamo tutti: durante la guerra di Crimea, nella calda primavera del 1855, la Valle dell’Ombra della Morte era disseminata di palle da cannone e Fenton, primo fotografo di guerra embedded dalla Regina Vittoria, impressionò le sue immagini su lastre al collodio umido. Ma la foto più famosa e conosciuta è forse il risultato di una ben organizzata rappresentazione scenica? Quale fotografia, tra quelle scattate, è veramente riproduzione del reale e quale altra è dovuta a manipolazione decisamente fisica con lo spostamento manuale dei proiettili anche sulla strada? Occorreva forse al fotografo una drammatizzazione del suo reportage realizzato prevalentemente nelle retrovie e nei momenti di pausa e ristoro delle truppe, in parte per problemi tecnici ma soprattutto per il proposito di ottenere un risultato finale vittoriano di piacevole e rassicurante escursione militare?

1.R.Felton, la valle dell'ombra della morte, 1855, Crimea

Se Felton operò per accrescimento non si contano, in ambito fotografico, le omissioni e le cancellazioni messe in atto in gran parte per ragioni di stato e politiche.

Tra le più famose quelle di Lev Trotsky, leader della rivoluzione bolscevica caduto in disgrazia e definito da Lenin “canaglia”, mandato in esilio e fotograficamente epurato da tutte le immagini ufficiali. La propaganda politica e la rimozione di personaggi però non è retaggio solo dei secoli passati e di regimi totalitari.

2.Rimozione fotografica di Lev Trotsky

Il quotidiano israeliano The announcer ha eliminato le figure femminili nell’immagine della manifestazione che si è tenuta a Parigi l’11 gennaio 2015 in seguito all’attentato terroristico a Charlie Hebdo: sono state epurate il Ministro degli Affari Esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, il Sindaco di Parigi Anne Hidalgo e la Cancelliera tedesca Angela Merkel, uniche donne presenti in prima fila. La fotografia da elemento documentale del vero diviene, con l’alterazione del messaggio, strumento di persuasione più o meno orwelliano per rafforzare e conformare il modo di pensare dei lettori conservatori del giornale.

3.Manifestazione per l'attentato Hebdo Parigi 2015

4.The Annoncer

L’inganno perpetrato mira scorrettamente alla disinformazione. E’ questo dunque un primo confine di eticità che non deve essere superato? e come tutelare lo spettatore/fruitore? Scriveva Sergio Romano “il giornalismo fotografico e televisivo può essere, grazie all’apparente realismo delle immagini, ancora più ingannevole e mistificatorio… Se vado al supermercato e compro un barattolo di marmellata, l’etichetta mi dice con quali ingredienti è stata fatta. Ma se leggo un giornale o guardo la televisione non sempre, apparentemente, ho il diritto di sapere chi ha scattato quella fotografia, a quando risalgono quelle immagini, in quali condizioni sono state riprese e che cosa accadeva in quel momento al di fuori del quadro». Potremmo anche aggiungere : “quanto e come le immagini sono state successivamente manipolate”.

Robert Frank, lo straniero che ha fotografato l’America

di Paola Bordoni

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Il fotografo e regista svizzero, naturalizzato statunitense e famoso per il suo libro di culto The Americans,  è morto  all’età di 94 anni in Canada. Robert Frank ha ispirato generazioni di fotografi con il suo lavoro che traeva origine dalle foto di Bill Brands e di Walker Evans, del quale era stato assistente.

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Con il suo reportage “The Americans” cambiò la storia della fotografia, con un racconto fotografico di un viaggio attraverso 48 stati americani a metà degli anni Cinquanta.

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Con  un finanziamento da parte della Fondazione Guggenheim, con una Ford Business Coupe, due macchine fotografiche e centinaia di rullini in bianco e nero percorse migliaia di chilometri.

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Delle quasi 30.000 foto scattate nel viaggio solo  83 vennero raccolte nel libro  The Americans. Il libro fu pubblicato nel 1958  in Francia dall’editore Delpire con il titolo Les Americains e con saggi ad accompagnare le foto di Frank. Solo l’anno successivo il libro fu pubblicato negli Stati Uniti, nella famosa edizione con l’introduzione di Jack Kerouac .

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 Una sequenza di immagini in grado di vivere di vita propria, senza testo, senza didascalie, quelle immagini imperfette non avevano bisogno di spiegazioni.

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Fotografie dirette, a volte ruvide, altre sfuocate, a volte scattate senza scendere dall’auto, dove niente era conforme alle regole del racconto patinato. Frank aveva fotografato scene di vita di ogni tipo, spesso in contraddizione con l’idea positiva che gli Stati Uniti volevano dare di loro stessi in quegli anni.

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Il caso e la necessità di Lucilla Silvani – prima parte

Foto di copertina di Elisabetta Manni

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Foto di Antonietta Magda Laini

Appartengo, per età, a quella generazione che ha assistito a tali radicali cambiamenti della società da non potere né dovere dare per scontato nulla; diciamo che qualsiasi nuovo incontro, come la signora eritrea che sull’autobus lamentava come una prefica, sicura che noi italiane l’avremmo aiutata a trovare un dentista, o eventi epocali annunciati da un mio nipotino ” oggi a scuola è arrivato un bambino marrone” con la stessa naturalezza con la quale mi dichiarava il suo amore per i gatti arancioni; o ancora necessità familiari che mi hanno rivelato che il latte al curry non uccide gli anziani o che un vescovo ortodosso può essere un grande sollievo spirituale per mia nonna che si avvicinava alla morte.

 

5.Fabio Faltelli
Foto di Fabio Faltelli

Flash della vita che mi hanno imposto analisi su analisi, ovviamente desunte dal sistema di valori dai quali non mi vorrò mai allontanare.

Breve premessa per chiarire sopratutto a me stessa quanto sia stata inaspettata l’emozione che ho provato entrando per la prima volta al MAAM e a quali percorsi della mia mente e delle mie specifiche conoscenze ho dovuto far ricorso ogni volta che, ritornando per fotografare, si sono materializzate realtà e situazioni a me estranee sebbene comprensibili.

7.Lucilla Silvani
Foto di Lucilla Silvani

La storia di questo museo, considerato il terzo polo museale di Roma per l’importanza delle opere presenti, risale a circa 10 anni fa quando varie etnie si sono insediate in un salumificio abbandonato, semplicemente per trovare un modo di vivere.

3.Maria Elena Ania
Foto di Maria Elena Ania

Tutto ha avuto inizio quando alcuni Artisti, un “etnia” particolare di uomini e donne che non si riconoscono abitanti di una patria specifica ma  sono fuori dal tempo fisico, al quale però spesso e volentieri riconoscono un valore metafisico, disfano e ricostruiscono la realtà della quale ambiscono solo scoprire il senso più profondo, hanno deciso di girare un documentario intitolato Space Metropolis e Giorgio De Fini, che ne è l’ideatore insieme a Fabrizio Boni, sostiene semplicemente di voler “ridare voce al sogno”. Da subito è chiaro che le due “etnie” non coabitano ma si pongono l’una a difesa dell’altra per un arricchimento reciproco: la barriera immateriale dell’arte tutela il meticciato dalle possibili incursioni razziste e a sua volta è ispirazione.

1.Mauro Perdicca
Foto di Mauro Perdicca

In una situazione del genere si pongono domande elementari e cruciali alle quali l’antropologia tenta di dare risposte plausibili; per quanto riguarda il “meticciato” il grande antropologo Claude Levi-Strauss ipotizzò una teoria positiva basata sul fatto che il mescolamento fra persone, gruppi e sistemi culturali costituisce una strategia adattiva vincente per la specie umana, non solo sul piano biologico, come peraltro ampiamente dimostrato, ma anche sul  piano sociale perché il non uccidersi a vicenda avvantaggia una sopravvivenza più fluida e mista dell’umanità, così come si è prefigurata nei millenni.

2.Massimo Giannetti
Foto di Massimo Giannetti