Mostra fotografica “MAAM: il museo abitato” alla Festa per la Cultura

Per il terzo anno consecutivo il Circolo Fotografico PhotoUp partecipa alla Festa per la Cultura con una sua mostra fotografica. Quest’anno è la volta del “MAAM: il museo abitato”.

La mostra è visitabile nei giorni 14, 15 e 16 giugno 2019 in occasione della Festa per la Cultura presso la sala del Teatro della scuola primaria “Principe di Piemonte”, via Ostiense, 263c, Roma.

Il giorno 14 giugno 2019, alle ore 19:30, il Circolo presenterà il progetto fotografico: “MAAM: il museo abitato” in forma di proiezione presso la sala teatro della scuola.

La proiezione delle foto verrà intervallata dagli interventi di alcuni degli autori delle foto.

Vi aspettiamo!

Mondo Perduto di Paolo Di Paolo

di Antonella Simonelli

Nel 1966 Paolo Di Paolo , con la chiusura del “Mondo”, la rivista fondata da Mario Pannunzio e con la quale aveva collaborato dal 1954, lascia la fotografia. Fino ad allora aveva raccontato i protagonisti del mondo dell’arte, della cultura e del cinema ma anche la gente comune in un paese che stava rinascendo dalla tragedia della guerra. Così nel 1966 esce l’ultimo numero del “Mondo” con un bellissimo editoriale di Pannunzio che ne annunciava la chiusura . Il giorno stesso Di Paolo scrive un telegramma al direttore : “Oggi muore l’ambizione di essere fotografi “. Cominciava l’epoca del narcisismo senza anima e Di Paolo dichiarera’ di “aver smesso di fotografare per amore della fotografia “e  trasferirà i suoi 250.000 negativi in cantina, dove rimarranno dimenticati finchè la figlia Silvia li ritrova una ventina di anni fa . 250 foto di quell’archivio sono il nucleo del “Mondo Perduto” la mostra esposta oggi al Maxxi di Roma.

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La mostra qui realizzata, con un percorso fluido e permeabile, ci conduce negli ambiti di interesse di Paolo Di Paolo : la società italiana raccontata dalla città al contesto rurale, i ritratti di scrittori, poeti, artisti, attori, politici, che Paolo di Paolo ha l’abilità di raccontarci “pensosi ma senza pensiero, ammiccanti senza la consapevolezza del gioco seduttivo “ ( Roberto Cotroneo – La Repubblica ) e i viaggi che ha compiuto in tutto il mondo.

Lui scopre le facce vere, lo spessore umano in un tempo dominato dai giochi di superficie. Le sue foto obbligano il lettore a leggere l’immagine partendo dal soggetto per scoprire poi tutto intorno gli elementi dello spazio che lo circonda rendendolo centrale e protagonista. Tutto questo si puo’ vedere bene nei ritratti di Pasolini, a cui è dedicata un’altra speciale sezione in mostra. E’ ritratto molte volte sul set dei suoi film ma anche in immagini private in casa con la madre, al Monte dei Cocci a Roma o in raccoglimento sulla tomba di Antonio Gramsci.

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Di Paolo ha con Pasolini un rapporto speciale, nel 59 partono insieme, commissionati dal “Mondo“, per realizzare un servizio, “ La lunga strada di sabbia”, sulle vacanze estive degli italiani. Nel corso della prima tappa da Roma a Ventimiglia capiscono di cercare cose diverse, Pasolini rincorreva un mondo perduto che non c’era più, Di Paolo invece un’Italia che guardava al futuro. Decidono quindi di concludere il viaggio al Sud ognuno per conto proprio, ma questo non compromettera’ il loro rapporto . Un’altra sezione della mostra e’ dedicata a questo viaggio.

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Suggestiva e’ anche, al centro della mostra, la ricostruzione fisica della redazione della rivista “Il Mondo” che ha rappresentato per l’Italia un luogo di cultura alta e liberale, un tentativo di costruire uno spazio politico ricco di idee e proposte, ed e’ senz’altro questa rivista a costituire il cuore del lavoro di Paolo Di Paolo, un esempio ancora valido oggi di saper coniugare racconto della realtà, dovere d’informazione e sensibilità artistica.

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Maxxi Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Via Guido Reni,4A   Roma

17 marzo-30 giugno

 

 

Un viaggio e tre viaggiatori

Foto di:  Baldelli Lucio, Fazzari Lillo e Nourinaeini Solmaz

Testo di: Solmaz Nourinaeini

Un viaggio e tre viaggiatori è una raccolta di foto di tre persone che hanno visitato più o meno gli stessi luoghi in Iran nell’arco di pochi anni. Quando siamo partiti ognuno di noi ha portato con sé una valigia di pensieri e di aspettative differenti, ma nessuno di noi ha dimenticato la macchina fotografica.

Arrivi lì,  l’aria è secca e senti subito che sei in un posto lontano. Sono passati solo 4 o 5 ore ma gli odori, i colori,  la luce sono cambiati.

Ti trovi in uno spazio aperto, pochi alberi ma tanto rumore del vento. Ti sembra che la terra e il cielo non si stacchino mai. Le carovane  oggi sono sostituite dai tir e i carovan-serraglio da distributori di benzina ma l’entusiasmo del viaggio e di scoprire ancora scorre tra le pieghe del deserto. Lucio ha visto tutto ciò come in un film dove ancora  ci sono  i cavalli che portano le notizie da una città all’altra e carovane che si spostano finché non tramonta il sole: nelle sue foto il passato rimane un  miraggio nel deserto.

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Con Lillo arriviamo in città. Vediamo subito due uomini che chiacchierano: ora siamo fra i vicoli che abbracciano il passato. Con le mani tocchiamo le pareti di case fatte con il fango e la paglia. Quando piove si sente l’odore di terra bagnata ed è facile ricordarsi  che qui la gente aspetta la pioggia con ansia.

In fondo alla strada con gli archi c’è la moschea. Qui le moschee hanno un colore azzurro per ricordare il cielo e i fiori sulle loro ceramiche ricordano il giardino dell’eden.

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Con Solmaz si va a fare un giro nei vicoli di pomeriggio…

Ho voglia di uscire, voglio andare a fare un giro con la bicicletta. Fa caldo ma io esco. Passo nel bazar, ma quanta gente che passeggia. Mi perdo tra i vicoli e guardo i fili elettrici che dividono il cielo e le nuvole. Mi ricorderò tutto di questo paese, la luce, i mattoni, i fili elettrici….le tortore no! Si spostano troppo.

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Identificazioni visionarie di Antonella Simonelli

Concorso Portfolio in mostra – Apertura mostra lunedì 8 aprile – Spazio Piano Aule

fotografie di Antonella Simonelli

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Girovagando nelle stanze dei musei ti accorgi che quello che hai davanti agli occhi è qualcosa di vitale. Da qui una riflessione sul rapporto tra opera d’arte e spettatore. Molto spesso colui che guarda nell’opera si riflette ma anche si perde, nonostante si metta di fronte all’opera ben strutturato con le sue conoscenze, le sue esperienze, le sue emozioni, a volte trova in essa qualcosa in cui perdersi, un io che non è il suo io ma un’identità aperta, spesso ritroviamo noi stessi dopo esserci smarriti. Da qui l’idea che colui che guarda da senso all’opera: dalla relazione tra ciò che vede e ciò che questo gli provoca si attua quell’esperienza di perdita che in realtà permette di conoscersi. Allora se l’opera viene vitalizzata da colui che guarda, allo stesso modo il visitatore guardando vive un’esperienza di identificazione visionaria che in un modo o nell’altro può trasformarlo e cambiarlo.

Queste foto cercano di raccontare tutto questo su un piano metaforico e simbolico e in un linguaggio estetico il più vicino possibile all’esperienza vissuta.

 

Officine Fotografiche Roma- via G. Libetta, 1- 00154 Roma

08-19 aprile 2019 spazio aule

orario visite: lunedì-venerdì 10.00/13,30 – 14,30/19,00

 

 

 

 

 

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Parlano di noi!

Il Circolo Fotografico PhotoUp dal 9 marzo al 6 aprile 2019 presso la Biblioteca Comunale Guglielmo Marconi di Roma espone la mostra : “MAAM: il museo abitato”.  La mostra fotografica si articola in due sezioni in ognuna delle quali sono esposti due gruppi di circa 50 foto: il primo dal 9 marzo (giorno dell’inaugurazione) al 22 marzo, il secondo dal 23 marzo al 6 aprile. Inoltre il giorno martedì 26 marzo 2019 alle ore 18, il Circolo Fotografico PhotoUp ha presentato il progetto fotografico: “MAAM: il museo abitato” in forma di proiezione presso la Sala Cinema del MACRO ASILO, via Nizza 138, Roma. Alla proiezione sono seguiti gli interventi di alcuni degli autori delle foto e delle opere in esposizione nel museo.

Durante la diffusione e pubblicizzazione di questo evento abbiamo avuto la fortuna di incontrare tante persone che ci hanno sostenuto. Ringraziando tutti gli uffici stampa e le redazioni e tutte le persone che  hanno favorito la promozione della mostra, qui di seguito riportiamo alcuni siti e magazine che hanno parlato di noi.

  • FOTOIT la fotografia in Italia

Edizione Marzo 2019

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fiaflazio

  • Radio Cusano Campus

cusano

  • WWW. ARTE.IT

arte

  • WWW. POLINICE.ORG

polinice

biblio

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Paolo Pellegrin. Un’antologia

di Antonella Simonelli

Dal 7 novembre 2018 è possibile visitare al Maxxi di Roma la mostra “Un’antologia” di Paolo Pellegrin.

Si tratta di oltre 150 scatti che ci introducono all’interno del percorso creativo che ha animato la ricerca del grande fotografo. Un percorso lungo due anni attraverso il quale possiamo ripercorrere il lavoro di Pellegrin che fonde documentazione e arte.

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Paolo Pellegrin è stato vincitore di ben 10 edizioni del World Press Photo Awards e dal 2005 è membro permanente dell’agenzia Magnum.

Contestualmente a questa mostra il Maxxi ha richiesto al fotografo di realizzare un lavoro dedicato all’Aquila e alla sua ricostruzione.

Un allestimento sofisticato che passa dal buio alla luce in un percorso che per Pellegrin è la metafora stessa delle manifestazioni più estreme dell’essere umano.

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Da un antro oscuro in penombra corredato dall’immagine e dal suono del mare si entra in uno spazio completamente buio dove sono esposte foto di Gaza e Guantànamo, impressionanti le gigantografie dei tre prigionieri dell’Isis in attesa di essere processati, e poi ancora la battaglia di Mosul, la madre di tutti i conflitti. Gaza, Beirut, El Paso, Tokyo, la guerra, i suoi danni ma anche la bellezza dell’umanità nelle sue espressioni più profonde.

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In fondo alla galleria troviamo gigantografie di ritratti, “ghost” come li definisce lo stesso Pellegrin, che fanno da tramite per il passaggio ad un ambiente completamente bianco e luminoso dove troviamo foto come quelle dei ghiacci dell’Antartide o come la spiritualità di una delle foto più rappresentative dell’umanità di Pellegrin: i giovani palestinesi che fanno il bagno nel Mar Morto.

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Queste due parti della mostra sono unite tra loro da un corridoio dove troviamo una quantità immensa del materiale con cui Pellegrin lavora (disegni, taccuini, fotografie, appunti, portfoli….) che ci introduce e ci spiega il processo creativo e la ricerca con cui Pellegrin lavora. Ne viene fuori quella che per lui è l’essenza della fotografia, una vera e propria lingua fatta di regole e di istinto dove il soggetto “l’essere umano” è in stretto contatto con i luoghi e gli avvenimenti.

Quello che resta di questa mostra antologica di Paolo Pellegrin è che “il reportage” come afferma Celant, curatore della mostra ”non è un’operazione accelerata e veloce, distaccata e fredda, ma come per Walker Evans e Lee Friedlander, è una manifestazione dell’interpretazione personale, che si alimenta di estetica e di espressività, di angoscia di sofferenza…………Le sue fotografie sono frammenti di una scrittura per immagini e riflettono un tempo storico………..ma esse diventano anche una storia privata di Pellegrin che sente la necessità di condividere, con la sua presenza e la sua testimonianza la responsabilità della nostra cultura verso questi eventi drammatici.”

 

7 novembre 2018 -10 marzo 2019

Maxxi- Via Guido Reni 44, Roma

 

Link

La fotografia nel film “Un affare di famiglia – Shoplifters”

di Antonietta Magda Laini

Regia, sceneggiatura e montaggio Hirokazu Kore-Eda   Fotografia Ryuto Kondo

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Kore-Eda si avvale di Ryuto Kondo per la direzione della fotografia e, mantenendo regia, sceneggiatura e montaggio, ottiene un’ottima collaborazione e risultati utili al suo stile.

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La famiglia di Shoplifters, composta da un’anziana nonna, un uomo (operaio edile), due figlie adulte di cui una moglie dell’operaio, un bambino ed una bimba, la piccola Yuri trovata sola, abbandonata e maltrattata all’interno di un balcone posto a livello della strada, risulta essere un nucleo coeso e solidale.

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Vivono tutti in una minuscola abitazione che, una ripresa dall’alto, ci fa notare di architettura tradizionale giapponese, circondata da nuovi edifici in stile occidentale, nell’immensa periferia di Tokyo.

Il film è girato prevalentemente in interni; della metropoli viene mostrata solo una parte della squallida periferia.DSC01760_2 a

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Il gruppo appare come una normale famiglia ma nessuno dei componenti è legato agli altri da vincoli di parentela; sopravvivono di lavori part time, occasionali, piccoli espedienti e furtarelli: nella prima sequenza, in un supermercato (scena che sembra richiamare lo stile del film muto) le tecniche del “taccheggio” vengono tramandate dall’uomo al bambino con sguardi, cenni e piccole complicità.

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Kore-Eda e Ryuto Kondo riprendono questo mondo isolato, a suo modo felice e un po’ fuori dalla legalità, con lunghi piani fissi pieni di oggetti raccolti e ammassati in casa alla rinfusa che, tuttavia, non provocano un senso di soffocamento o di oppressione anche in virtù di ambienti comunque ricchi di colori caldi.

Vediamo i protagonisti nel tempo trascorso nell’abitazione fra riti, sorrisi, scambio di battute e piccole effusioni: mangiano, scherzano e ragionano sulla giornata

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La cinepresa tenuta ferma in bassa posizione produce l’effetto di maggior partecipazione dello spettatore alla situazione e permette particolare attenzione a tutti i piccoli eventi che si svolgono davanti ai suoi occhi.

Le riprese fisse consentono di apprezzare la capacità di raccontare per immagini

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In esterno il quadro familiare viene ricomposto e ripreso mentre, dalla porta dell’abitazione, guarda i fuochi d’artificio e quando esulta sul bagnasciuga di una spiaggia.

Nella seconda parte del film luce e colore scompaiono, i personaggi vengono isolati, le inquadrature risultano prive di ogni elemento decorativo. Sono svelati i rapporti reali: primi piani frontali fissi per gli interrogatori dove l’obiettivo stringe con lentissimi movimenti sui volti.

Ed ecco, infine, la piccola Yuri (ritornata nella “vera” famiglia) inquadrata sola all’interno dello stesso balcone dove era stata trovata, guardare fuori come da una prigione.DSC01771 a

 

Non si può non pensare al grande regista Ozu per l’attenzione alla forma, la padronanza nella narrazione delle piccole cose e dei piccoli gesti.

 

Source: https://www.comingsoon.ithttps://www.cineforum.ithttps://www.mymovies.it

https://www.sentieriselvaggi.it

Fotoit settembre: Leggere di fotografia – Walter Guadagnini – La fotografia in 100 immagini

di Paola Bordoni

Tutti noi abbiamo nella mente un’immensa galleria di immagini, ma se qualcuno ci imponesse di sceglierne solo 100 e di creare una compilation che rappresenti quasi un secolo e mezzo di fotografia? Quali criteri scegliere? Chi includere e chi escludere? L’autore ha scelto il criterio dell’emblematicità, intendendo sia le immagini che in quanto celebri sono diventate delle icone e sia quelle, meno famose, che rappresentano in modo significativo l’identità multipla della fotografia ed il suo essere irrimediabilmente legata all’evoluzione della società e della tecnologia. Nella prefazione un intrigante suggerimento di percorso è dato dall’autore: non seguire un ordine cronologico ma crearsi ulteriori chiavi di lettura, segnando nuovi e personali collegamenti nella storia delle immagini.

Fotoit settembre: Pierluigi Rizzato – Hunting in the rain

di Paola Bordoni

A volte una singola immagine, un veloce scatto, può contenere in sé un lungo racconto e, pur rimanendo entro i confini del “visibile”, trasporta l’osservatore al di là  del reale, mettendo in azione dei meccanismi di memoria e di emozioni che vanno oltre ciò che effettivamente si osserva. La storia raccontata da questa immagine del talentuoso fotografo non è solo quella spettacolare della natura che esiste ancora nel copione che noi umani abbiamo assegnato agli animali, con la celebrazione della meraviglia della natura selvaggia, ma anche quella del richiamo spaventoso e drammatico alle nostre paure istintive ed ataviche, del nostro sgomento di fronte ai pericoli della vita, della dura lotta per la sopravvivenza, del riconoscersi sia nella preda che nel predatore. La forza espressiva di questa immagine deriva quindi, oltre che dal sapiente uso della macchina fotografica e dai soggetti rappresentanti, anche e soprattutto dalle proiezioni ancestrali e personali che genera nella mente dell’osservatore.