Fotoit settembre: Leggere di fotografia – Walter Guadagnini : Fotografia, quaderni d’arte e comunicazione

di Paola Bordoni

E’ il testo che tutti avremmo voluto trovare agli inizi del nostro percorso di conoscenza fotografica quando occorreva una guida che tracciasse il cammino per l’acquisizione degli strumenti metodologici, critici e tecnici della comunicazione visiva. La scrittura semplice e rapida ci conduce all’analisi dell’evoluzione e del cambiamento della fotografia e dei suoi linguaggi, separando il complesso percorso in tre parti: storico, tecnico e lettura di immagini con 25 schede dedicate, secondo la logica della interdisciplinarietà, a rappresentare la complessa storia e la multiforme natura della fotografia.

Fotoit settembre: Leggere di fotografia – Walter Guadagnini “Una storia della fotografia dal XX al XXI secolo”

 

di Paola Bordoni

Un buon libro, per essere definito tale, deve soddisfare numerose nostre esigenze: deve essere testo di riferimento nel quale cercare quella particolare immagine che non ricordiamo; deve soddisfare il nostro gusto di leggere ed apprendere il suo contenuto; deve diventare parte di una nostra personale raccolta di testi, e tanti altri usi; in tutto questo il volume di Guadagnini è un ottimo libro. Ma la sua qualità maggiore è soprattutto quella di essere un saggio scritto come una densa narrazione dove la storia della fotografia diviene un insieme di storie perché, come scrive l’autore “la fotografia vive all’interno di un più articolato sistema di relazioni, non è solamente una forma d’arte, è una pratica”. Suddiviso per blocchi cronologici, esamina le multiple identità della fotografia ed i loro rapporti con il contesto sociale, politico, economico e non da ultimo quello dell’innovazione tecnica, percorrendo gli anni che vanno dagli ultimi decenni del XX secolo fino ai nostri giorni.

Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo (1)

Werner Bischof e la guerra di Corea – seconda parte – di Elisabetta Manni

di Elisabetta Manni

Werner Bischof accompagnò un piccolo gruppo dell’United Nations Civil Assistance Corps Korea (UNCACK) mentre evacuava gli abitanti di questo villaggio dimenticato e le foto che ne ricavò fecero luce sulla dura realtà dei civili coinvolti nel conflitto. Nel suo rapporto riuscì a descrivere le scene che gli si presentarono davanti gli occhi: civili affamati e malati, molti dei quali erano riluttanti a lasciare le loro case quindi il gruppo UNCACK si muoveva di casa in casa fornendo cibo, vestiti e assistenza medica.

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Village of San Jang Ri, located on the frontline between South and North Korea. 1951.

«Davanti a un’altra casa, un piccolo corpo scheletrico siede nella luce abbagliante del sole, acquattato nudo sul pavimento, assolutamente coperto di mosche. Vicino a lei, il fratello sedicenne non è in grado di usare gli arti…Pensiamo che sia un bambino, ma l’interprete dice che è una donna di trent’anni» recita un estratto del rapporto.

Nel gennaio del 1952 Bischof si recò nell’isola di Koje-Do in Corea del Sud per documentare il campo di rieducazione delle Nazioni Unite per prigionieri comunisti nordcoreani e cinesi. Sentendo la notizia che alcuni prigionieri erano stati uccisi, un collega con cui viaggiava lo esortò ad andare. «Ero contrario, ma John lo riteneva molto importante – così siamo volati via, come se fosse un’escursione domenicale» scrisse.

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SOUTH KOREA. 1952. Korean War. Koje Do island. Camp fot North Korean prisoners of war.

Il campo era distribuito su una vasta area che attraversava due valli e ospitava circa 160.000 prigionieri.
I giornalisti erano relativamente liberi di poter esplorare il campo, ma era proibito parlare con i detenuti. Bischof si concentrò soprattutto sui prigionieri creando una serie di immagini che documentavano la vita all’interno del campo e la loro rieducazione, successivamente le foto vennero pubblicate su LIFE nel marzo del 1952.
«È difficile scattare fotografie in un campo di prigionia, aggrapparsi alla propria umanità cercando di ottenere gli scatti migliori per poi vedersele scartare dai censori. A volte mi chiedo se sono diventato solo uno dei tanti “reporter”, una parola che ho sempre odiato.»

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SOUTH KOREA. 1952. Korean War. Town of Kaesong.

Bischof fu colpito profondamente dalla sofferenza che vide in Corea e le sue immagini rappresentano una potente testimonianza del massiccio costo civile di quella guerra, che ad oggi rimane ancora irrisolta. Dopo il suo lavoro in Corea, trascorse cinque mesi in Giappone, prima di recarsi a Hong Kong e poi in Indocina. Rimase fedele alla fotografia fino alla sua prematura scomparsa in un incidente stradale nelle Ande il 16 maggio 1954.

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Statua della libertà a Reducation camp a Kojedo Island

 

Sources:https://www.magnumphotos.com/newsroom/conflict/werner-bischof-korean- war/?utm_source=Magnum+Photos&utm_campaign=3365c0d134 – EMAIL_CAMPAIGN_2018_07_27_11_49&utm_medium=email&utm_term=0_8b268cbf2c- 3365c0d134-4229357&mc_cid=3365c0d134&mc_eid=fe0b37f83d

Fotoit – Storia di una fotografia – “L’Italia rinasce” di Federico Patellani

di Paola Bordoni

Il 1946 fu un anno importante per l’Italia, denso di avvenimenti decisivi per il suo futuro. Paolo Conte nella canzone “La topolino amaranto” intona: “oggi la benzina è rincarata è l’estate del quarantasei un litro vale un chilo d’insalata ma chi rinuncia. A piedi chi va? L’auto: che comodità! Sulla Topolino amaranto si sta ch’è un incanto nel quarantasei….”  ma, in realtà, l’Italia era ancora in ginocchio dopo la guerra e stentava a rimettersi in moto; il sistema dei trasporti e delle infrastrutture aveva riportato gravissimi danni con quasi la metà dei ponti e dei binari distrutti, le industrie meccaniche e siderurgiche erano state duramente colpite, il patrimonio edilizio era stato pesantemente danneggiato. Alle gravi difficoltà dell’economia corrispondevano profonde lacerazioni con forti agitazioni sociali nelle fabbriche, nelle campagne e persino lo scoppiare di movimenti separatisti in Sicilia. Eppure un sentimento nuovo permeava la nazione: la volontà di essere partecipi all’opera di ricostruzione con la convinzione di essere diventati finalmente protagonisti.

Dopo le votazioni amministrative del 10 marzo, il 2 giugno gli italiani votarono nuovamente per  il referendum popolare per scegliere tra repubblica e monarchia e designare i candidati all’Assemblea Costituente con il compito di eleggere il Capo dello Stato e scrivere la nuova Carta Costituzionale. Anche le donne si recarono per la prima volta alle urne per votare e per essere per la prima volta votate, grazie ad un decreto del 1945 del governo Bonomi. E’ in questo contesto sociale e politico che Federico Patellani scatta per la rivista il Tempo la celebre foto della bella ragazza sorridente che sbuca con la testa dalla prima pagina del Corriere della Sera. La foto, pubblicata in copertina il 15 giugno con il titolo “Rinasce l’Italia”, verrà poi riproposta dallo stesso Corriere della Sera. L’immagine della giovane donna sorridente diverrà un icona: la ragazza della Repubblica, simbolo di speranza  dell’Italia che guarda al futuro con ottimismo e fiducia. L’immagine si fissò nella memoria collettiva, diventando un archetipo carico di valori etico-sociali al quale far riferimento nella ricostruzione del Paese, a tal punto che fu successivamente utilizzata per assemblee, cortei e celebrazioni della Festa nazionale del 2 giugno, sostituendosi a quella immagine ufficiale “dell’Italia Turrita” che troviamo ancora sul retro delle nostre carte d’identità cartacee. L’immagine, simbolo della nostra Repubblica, fa parte di due rullini di fotografie che Patellani scattò con la sua inseparabile Leica il giorno del risultato del referendum del 1946, con l’incredibile capacità di “saper cogliere l’atteggiamento momentaneo, il movimento, il sensazionale, l’essenziale di ogni cosa. I provini a contatto dei due rullini, conservati ora con tutto l’archivio del fotografo al Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, mostrano il processo di costruzione della  fotografia: la giovane donna viene ripresa mentre sorride all’obiettivo,  alza il braccio al cielo, legge il giornale, quello stesso giornale che poi verrà forato per infilare la testa ed ottenere così quella che diverrà l’icona della rinascita dell’Italia. 

rullino 2rullino1Alcune immagini mostrano sullo sfondo un muro coperto di manifesti dedicati alla vittoria della Repubblica che probabilmente coprono un’altra foto dello stesso periodo, sempre di Patellani: lo scatto della famiglia reale nei giardini del Quirinale che era stato realizzato per la propaganda monarchica dello stesso referendum.

Savoia

Nell’immagine della ragazza che sorride sbucando dal giornale c’è un intenso racconto narrativo: ci sono tutte quelle donne che nella lunga guerra si erano sostituite agli uomini nelle fabbriche, nei campi, che avevano partecipato alla lotta partigiana, che si erano battute per diritti che oggi appaiono scontati; c’è il superamento della famiglia patriarcale; c’è l’individuo che diventa protagonista ed attore delle scelte politiche; c’è il desiderio di riscatto da un tragico passato e la volontà di guardare al futuro con ottimismo e fiducia. Ma c’è anche tutto il progetto professionale e fotografico di Patellani con il “fototesto”, reportage fotografico nel quale il consueto rapporto tra testo ed immagine veniva ripensato a favore di quest’ultima, che diventava essenziale per comunicare il significato del testo stesso. L’immagine fotografica veniva concepita come autonoma informazione e non più come semplice illustrazione didascalica o riempitiva. In una nazione che presentava ancora un tasso di analfabetismo molto alto, il fototesto ebbe un immediato successo e con esso Patellani si propose di realizzare “ una formula di giornalismo illustrato moderno” che riprendesse le tecniche narrative del cinema, altro media che in quegli anni lo affascinava. Ed il legame tra fotografia e cinema nelle immagini di  Patellani fu così profondo che anni più tardi Mario Soldati scriverà “le sue  foto saranno scambiate per foto di splendidi cortometraggi….Cinema senza movimento”.

Piccola nota a piè di pagina:  ma chi era la ragazza della foto? é importante sapere chi fosse? darle un’identità? assolutamente no: sono più importanti i concetti, i valori e le informazioni veicolati dall’immagine stessa che superano il mero dato anagrafico…..ma, per i più curiosi, la ragazza era Anna Iberti che, lavorando in quel periodo presso il quotidiano socialista  Avanti! conosceva Patellani e l’ambiente della stampa.

La Storia nella Villa Farnesina alla Lungara

di Corrado Seller

Un suggerimento per un’uscita fotografica

Jörg non ricorda più quando ha lasciato i pascoli ed i boschi della sua Schauenburg, ricorda solo le grida dei reclutatori e le promesse di ricchezze e avventure che incantavano i suoi sedici anni.

Jörg è stanco, stanco di camminare, camminare e combattere, combattere ed uccidere, uccidere e saccheggiare, saccheggiare e violentare;urla inumane, sangue di vecchi e bambini, donne suicide per disperazione e vergogna non lo eccitano più. Alla Bicocca lui c’era con i suoi diciotto anni; aveva visto cadere il suo amico Heinrich ma intorno anche tremila degli odiati ribaldi svizzeri. A Pavia, tre anni dopo, aveva visto scappare a gambe levate i prodi francesi e catturare il loro re Francesco e pure a Governolo c’era, due anni fa.

 In questo giugno di rose arrembanti sui resti diroccati delle mura, mentre Roma giace nel silenzio dopo gli strepiti ed i colpi che per un mese l’hanno percorsa, Jörg ha perso il senso del tempo e non sa più perché il suo comandante, Georg von Frundsberg, al soldo dell’imperatore Carlo, ha portato lui e i suoi compagni a combattere per questa città.

Un’immagine ormai vaga dell’esibizione inaudita di sfarzo dei preti nella sua Germania,la vendita di indulgenze contro le quali quel prete, come si chiamava? Luther.jpg ah sì, Martin Luther, si era scagliato definendo Roma la nuova Babilonia. Jörg ha studiato presso i frati e sa leggere e scrivere ma non far di conto; non è come quegli zotici dei suoi compagni capaci solo di vergare la croce sul contratto che li lega al comandante. Ora, mentre è disteso sulla paglia in quella grande sala dipinta, legge proprio la parola Babilonia incisa dalla punta di un coltello sulla parete di quella sala immensa, tra le cui colonne, laggiù, nel fondo, gli pare di scorgere i tetti del suo paese.-villa-farnesina (1)

Ma no, son solo dipinti, sono immagini false di una quiete dei borghi ben diversa dal furore che lo ha spinto sinora. Raphael's_Triumph_of_Galatea_02

Gli hanno detto che proprio in quelle sale, dieci anni prima, un pittore giovane e capriccioso abbia accolto su cuscini profumati la sua Fornarina e ne abbia preteso la vicinanza per finire il lavoro che gli era stato pagato; solo così ha potuto completare quella bellissima donna che nel suo manto rosso attraversa le onde circondata da tritoni che la vorrebbero ghermire e si accontentano invece di un’altra fanciulla, meno bella e sacrale. Immagini idolatre, oltre che impure che lo allontanavano da Iltrude, rosea e rotonda amata un’era e migliaia di leghe fa. Il furore lo riprende, lui è un guerriero senza debolezze né sdolcinature.

Si alza e proprio tra quei tetti dipinti, col carbone rimasto nel focolare, segna con tutta la violenza possibile “A.D. 1528 was sol ich schreibers   nd nit lachen di Landsknecht haben den Babst lauffen Machen”.

tmp649313772460048385Non sa che sono le ultime parole che potrà scrivere prima che una palla di archibugio – forse francese – lo schianti di lì a sei mesi tra i filari di peschi in una terra profumata di cui non conosce nemmeno il nome. Ma oggi che importa? Non è forse il truce soldato che ha partecipato al sacco di Roma? lanzichenecco.jpgNon ha forse sbaragliato la soldataglia svizzera e costretto quel papa sacrilego, quel Clemente le cui mani sono sporche d’oro e di sangue, a scappare nel castello che incombe su Tevere? “A.D. 1528. Perché io scrivente non dovrei ridere – i Lanzichenecchi hanno fatto correre il Papa” ha scritto d’impulso; i posteri diranno che ha sbagliato, che è solo l’anno Domini 1527, ma che importa? La vita gli è stata veloce.