Paolo Pellegrin. Un’antologia

di Antonella Simonelli

Dal 7 novembre 2018 è possibile visitare al Maxxi di Roma la mostra “Un’antologia” di Paolo Pellegrin.

Si tratta di oltre 150 scatti che ci introducono all’interno del percorso creativo che ha animato la ricerca del grande fotografo. Un percorso lungo due anni attraverso il quale possiamo ripercorrere il lavoro di Pellegrin che fonde documentazione e arte.

027

thZOHBQF25   th[2]

030

Paolo Pellegrin è stato vincitore di ben 10 edizioni del World Press Photo Awards e dal 2005 è membro permanente dell’agenzia Magnum.

Contestualmente a questa mostra il Maxxi ha richiesto al fotografo di realizzare un lavoro dedicato all’Aquila e alla sua ricostruzione.

Un allestimento sofisticato che passa dal buio alla luce in un percorso che per Pellegrin è la metafora stessa delle manifestazioni più estreme dell’essere umano.

046modificata

Da un antro oscuro in penombra corredato dall’immagine e dal suono del mare si entra in uno spazio completamente buio dove sono esposte foto di Gaza e Guantànamo, impressionanti le gigantografie dei tre prigionieri dell’Isis in attesa di essere processati, e poi ancora la battaglia di Mosul, la madre di tutti i conflitti. Gaza, Beirut, El Paso, Tokyo, la guerra, i suoi danni ma anche la bellezza dell’umanità nelle sue espressioni più profonde.

031

028

023

In fondo alla galleria troviamo gigantografie di ritratti, “ghost” come li definisce lo stesso Pellegrin, che fanno da tramite per il passaggio ad un ambiente completamente bianco e luminoso dove troviamo foto come quelle dei ghiacci dell’Antartide o come la spiritualità di una delle foto più rappresentative dell’umanità di Pellegrin: i giovani palestinesi che fanno il bagno nel Mar Morto.

037 modificata

042

040

Queste due parti della mostra sono unite tra loro da un corridoio dove troviamo una quantità immensa del materiale con cui Pellegrin lavora (disegni, taccuini, fotografie, appunti, portfoli….) che ci introduce e ci spiega il processo creativo e la ricerca con cui Pellegrin lavora. Ne viene fuori quella che per lui è l’essenza della fotografia, una vera e propria lingua fatta di regole e di istinto dove il soggetto “l’essere umano” è in stretto contatto con i luoghi e gli avvenimenti.

Quello che resta di questa mostra antologica di Paolo Pellegrin è che “il reportage” come afferma Celant, curatore della mostra ”non è un’operazione accelerata e veloce, distaccata e fredda, ma come per Walker Evans e Lee Friedlander, è una manifestazione dell’interpretazione personale, che si alimenta di estetica e di espressività, di angoscia di sofferenza…………Le sue fotografie sono frammenti di una scrittura per immagini e riflettono un tempo storico………..ma esse diventano anche una storia privata di Pellegrin che sente la necessità di condividere, con la sua presenza e la sua testimonianza la responsabilità della nostra cultura verso questi eventi drammatici.”

 

7 novembre 2018 -10 marzo 2019

Maxxi- Via Guido Reni 44, Roma

 

La mostra “La famiglia in Italia” – di Angela Maria Russo

Ho visitato, presso la Biblioteca comunale Marconi, la mostra fotografica del gruppo romano PHOTOUP, dedicata alla famiglia.

Una mostra interessante, piena di sentimenti e di una notevole dose di nostalgia.

La vita che passa nell’intimità di una casa, avvenimenti gioiosi e tristi, ricordi condivisi e, forse, rimpianti.

La caratteristica che più mi ha colpito di questa mostra è che molti dei fotografi hanno fotografato “fotografie”, sembra un gioco di parole ma è proprio successo questo.

Parto dalla foto con l’albero genealogico che è stata sapientemente costruita con vecchie e nuove foto della famiglia, unite nella loro genealogia, da un filo rosso che mette in evidenza i legami generazionali.

MRosaria 0
Maria Rosaria Marino

Poetica e piena di atmosfera e ricordi la sequenza di foto dove, come in un libro di Proust, troviamo la cara zia nel fondo della tazza, avvolta dal profumo del te, e il babbo che spunta tra le carte di una partita a briscola, e la mamma ritrovata nella farina mentre si impasta e così via. Un’idea geniale in cui troviamo tutto l’affetto, lo struggimento, la dolcezza di una famiglia unita nei gesti quotidiani e banali della vita.

Fabio Faltelli
Fabio Faltelli

In un’altra serie, invece, viene rappresentato l’oggi con una famiglia stretta su un divano i cui membri, pur essendo così vicini, non comunicano tra loro, ognuno perso tra computer, libro e televisione, immersi in altri mondi e dimentichi dei propri congiunti.

Anna Ranucci
Anna Ranucci

Tra le foto della mostra troviamo il dolore causato dalla malattia che, però, non divide ma unisce ancora di più.

Aldo Carumani
Aldo Carumani
Maurizio De Angelis
Maurizio De Angelis

Poi ancora, matrimoni tardivi, ricorrenze, feste, adozioni, figli lontani ma sereni e felici che sorridono da foto amorevolmente incorniciate, gruppi in vacanza, nonni e nipoti, bimbi già cresciuti, appena nati o in procinto di…

M.Elena Ania
Maria Elena Ania

Essendo una mostra italiana, non poteva mancare il rito della pasta fatta in casa. Troviamo foto di donne di generazioni diverse che insegnano e imparano, divertendosi insieme, a preparare le fettuccine per il pranzo della domenica. Assenti, nelle foto, gli uomini, che sicuramente spunteranno quando sarà pronto in tavola.

Solmaz Nourinaemi
Solmaz Nourinaeini
Stefano Marcovaldi
Stefano Marcovaldi

Per finire due foto che escono un po’ dal coro: una roulotte in un campo con due uomini, forse padre e figlio e un immigrato che mostra la foto della sua famiglia lontana e chiede aiuto affinché possano riunirsi al più presto. Due famiglie quindi “diverse” che aspirano come tutte alla pace, alla serenità e a poter condividere la vita con i loro cari.

Angela Maria Russo

Gam di Torino ed Instagram

segnalato da Anna Fadda

La Galleria d’arte moderna e contemporanea (GAM), in occasione della mostra Suggestioni d’Italia. Dal Neorealismo al Duemila. Lo sguardo di 14 fotografi, in programma a Torino dal 19 luglio al 23 settembre, propone il GAM Photo Project, che coinvolgerà la popolazione social attraverso Instagram.

GAMPhotoProject , attraverso la piattaforma Instagram, propone alla community un viaggio attraverso il paesaggio italiano per un racconto corale per immagini della nostra realtà. Il contest è aperto a tutti gli appassionati che sono invitati a fotografare, secondo il proprio punto di vista,  sia gli ambienti urbani, sia le piccole località italiane abitate o semideserte.

Una giuria di esperti visionerà le fotografie pubblicate su Instagram con l’hashtag #GAMPhotoProject e le migliori verranno inserite sul canale ufficiale Instagram della GAM e, successivamente, stampate da Nikon, per la realizzazione di un’installazione negli spazi del Dipartimento Educazione del Museo.

Sources: http://www.gamtorino.it/it

When Will It Be Tomorrow di Sylvia Plachy

di Antonella Simonelli

 Il 22 giugno si è inaugurata presso il Museo di Roma in Trastevere la mostra retrospettiva “When Will It Be Tomorrow “della fotografa americana di origini ungheresi Sylvia Plachy e vi rimarrà fino al 2 settembre. La mostra è curata da Gabriella Csizek e fa parte di Fotoleggendo il festival della fotografia di Roma che quest’anno è alla sua quattordicesima edizione.

“Quando sarà domani? Era quello che chiedevo ogni notte prima che mia madre mi baciasse e spegnesse la luce. Non c’era risposta, solo una bambina, una brezza che passava attraverso una finestra aperta e il cielo celeste.”

Lula_400_402_72[1]

7bdebabbe464ce1f0836fe13097e5855--my-cousin-mississippi[1]

Proprio da queste parole prende l’avvio la mostra di Sylvia Plachy, un excursus di circa centoventi stampe, sessant’anni del suo lavoro dal 1958 al 2018.

5-sylviaplachy[1]

Il suo modo di fotografare è una “ribellione contro la tirannia della progressione del tempo”, esiste solo l’incanto del legame che si crea tra la fotografa e ciò che vede. Nelle sue foto non c’è sguardo, non c’è posa, non c’è composizione programmata. Il soggetto non si accorge dello scatto, ne lo scatto è pura e semplice registrazione del visibile, non è neanche l’esperienza dell’autrice, ma piuttosto la magica connessione tra la fotografa ed il suo oggetto.

La sua fotografia esprime una verità immediata, che precede il momento in cui l’elaborazione cosciente ne coglie il significato.

b5c2d1e0c3cb2b4271453b9554ec89f8--kid-portraits-film-photography[1]

E’ proprio questo che caratterizza le sue immagini e le pone al di fuori del tempo. Immagini che producono calore, immediatezza, fascino, profondamente sovversive per la razionalità del nostro tempo. Quindi il suo stile non si preoccupa della tecnica, l’errore a volte diventa il suo tratto distintivo. Quando scatta cerca di far sparire tutto ciò che la circonda, perfino se stessa. Non ama riflettere sulla fotografia o spiegare le sue immagini “preferisco odorarle e comprenderle con l’istinto”

20150302-lens-sylvia-1-blog480[1]

André Kertész amico e mentore di Sylvia Plachy, riguardo alla sua fotografia ha detto: “Non ho mai visto il momento percepito e intrappolato nella pellicola con maggiore intimità e umanità.”

La mostra promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali è prodotta da Robert Capa Contemporary Photography Center, Budapest, Ungheria, con il supporto dell’Accademia di Ungheria in Roma. A cura di Gabriella Csizek. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Adrien-Brody-as-Richie-Rude-1998_LOW[1]

Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1/b Roma

23 giugno – 2 settembre 2018

source: www.arte.it

Galleria

TRINY di ARIMASA FUKUKAWA

In primavera, a Venezia, incontrai una donna. Mi trasferii a Parigi dove viveva, come spinto dal destino. Presto però lei si ammalò, e alla fine dovette soccombere alla morte. Era estate quando accadde, quattro anni dopo il nostro primo incontro.

Ogni momento trascorso insieme, e tutto quello lei che mi ha dato, ora delinea una parte della mia vita. La sua scomparsa mi ha insegnato a fare tesoro di tutte le cose che vedo ogni giorno: ora so che il tempo che abbiamo a disposizione non è infinito.

Capita a volte di essere destinati a incontrare qualcuno sulla nostra strada. E quando avviene, è come se riportassimo alla luce una promessa fatta dalle nostre anime ancora prima di essere nati. Due di noi si uniscono nello stesso istante e nello stesso luogo per mantenere una promessa di cui non abbiamo coscienza. Insieme formato il nostro vero Io, grazie al nostro incontro e al tempo passato insieme. Chi sono Io? Da dove vengo e dove sto andando? Avevamo bisogno l’uno dell’altro per dare un senso a noi stessi.

Il lavoro fotografico Triny è esposto a Ferrara, nell’ambito del festival Riaperture, nel Palazzo Prosoperi Sacrati fino al 15/04/2018.

Arimasa lavora con foto semplici e delicate per trattare un tema che lo segna profondamente. Usa piccoli dettagli poetici del quotidiano, che contengono l’essenza stessa della vita, per parlare della sua negazione. Lo stile ricorda quello della fotografa, anche lei giapponese, Rinko Kawauchi. Il risultato commuove e colpisce nel profondo.

Arimasa Fukukawa è nato a Osaka, in Giappone. Vive a Parigi. Nel 2014 si è trasferito a Parigi per un viaggio di lavoro. Nel 2015, ha incontrato Claudine Doury e ha seguito i suoi numerosi workshop. Nel 2016, ha tenuto la mostra personale, “Le Cycle”, alla Higashikawa Cultural Gallery. Nello stesso anno, ha preso parte alla ISSP (International Summer School of Photography) e ISSP International Masterclass 2016-17 di Phillip Toledano. Attualmente frequenta l’ISSP International Masterclass 2018-19 di Clare Strand e Gordon MacDonald.

Norway Texas di Gianni Galassi

di Antonella Simonelli

Il 27 febbraio , presso il Leica Store di Piazza di Spagna a Roma, si è inaugurata la mostra Norway Texas del fotografo Gianni Galassi.

La prima curiosità era capire che rapporto ci potesse essere tra la Norvegia e il Texas. Galassi lo spiega “ Ho visitato luoghi a me sconosciuti eppure carichi di atmosfera che il cinema ha reso a tutti familiari. La stessa evocata dalle scenografie del capolavoro di Wim Wenders, Paris Texas….”

Il lavoro esposto in mostra nasce da un viaggio in Norvegia, a bordo del postale che collega Bergen al confine russo.

Si potrebbe pensare che Galassi fosse alla ricerca della natura incontaminata, ma è lo stesso fotografo a spiegare , che non è interessato a questo ma al contaminato. In quei luoghi delle più remote località della costa artica Galassi ha ritrovato il DNA dell’architettura del profondo mid west americano.

Quei luoghi lo colpiscono perché sono una specie di sfida alla sopravvivenza che l’uomo lancia alla natura. Durante la serata inaugurale il fotografo ha raccontato come, trovandosi difronte alla luce perenne , diversa da quella che è protagonista delle sue opere precedenti , si è adattato alle circostanze e ne ha prodotto un progetto che non si allontana però dall’attenzione concettuale che lo riguarda.

Galassi fotografa strade, edifici spazi vuoti dove la presenza umana è evidente ma mai esplicita, qualche volta un veicolo o una finestra illuminata ci parlano di un paesaggio urbanizzato che a prima vista potrebbe sembrare abbandonato.

norwaytexas2

Ancora una volta il centro concettuale della sua ricerca, pur se con uno stile molto diverso dai suoi lavori precedenti (l’uso del colore per esempio rispetto al bianco e nero , lenti diverse etc…), rimangono la forma geometrica, le linee ed i rapporti che li legano.

Galassi durante la serata non si è sottratto neanche alle curiosità tecniche dei presenti : obiettivi usati, modalità di scatto, uso della luce, post produzione etc….

Edifici, architettura, luoghi umani senza uomini, in un angolo di mondo che inaspettatamente e paradossalmente ne ricorda un altro così distante da tutti i punti di vista: Norvegia e Texas.

Da tutto questo Galassi mette insieme un corpo ricco e coerente di immagini e ne nasce anche un libro molto ben fatto dal design sottile, di medie dimensioni ma che da un enorme spazio alle immagini.

norwaytexas1

 

Dal 27 febbraio alla Laica Store -Roma

Via dei Due Macelli, 57 – 00187 Roma

24 febbraio : Inaugurazione della mostra collettiva Gas – O – Metro

A Roma, solo il quartiere Ostiense è esempio di come un’area fortemente industriale possa virare verso un tipo di economia di tipo post-industriale.

Divenuta nel 1873 capitale d’Italia, i Piani Regolatori dell’epoca individuarono in Ostiense il futuro polo industriale romano.   All’epoca il Tevere era navigabile e con la ferrovia ed il nuovo ponte di ferro girevole  divennero fondamentali allo sviluppo delle industrie.   Il processo subì una repentina accelerazione circa trent’anni più avanti, ad inizio 900, col sindaco Nathan sotto il cui governo si realizzarono il Porto Fluviale, i Magazzini Generali, lo stabilimento del Gas (oggi Italgas) col Gazometro, la Centrale Termoelettrica Montemartini, i Mercati Generali e il Consorzio Agrario.  L’esistente fabbrica della Mira Lanza ed i Molini Biondi furono ampliati.

Intanto, negli anni ’50 iniziò a svilupparsi il quartiere Marconi in concomitanza della costruzione del ponte sul Tevere che facilitò l’espansione edilizia verso l’EUR ed il litorale.   In quegli anni erano ancora vivide, nel popolo, le gesta eroiche delle bande partigiane e, qualche anno più tardi, il quartiere acquistò nuova notorietà grazie al suo simbolo più noto, il Gazometro, che si innalzò dalla realtà faticosa della vita quotidiana di operai ed artigiani per apparire, sotto inedite vesti, nei racconti inquieti e soprattutto nella cinematografia di un allora emergente regista, Pier Paolo Pasolini, tra l’altro, frequentatore abituale delle taverne del quartiere.  Ormai inutilizzate da molto tempo, le vecchie strutture e gli imponenti opifici giacciono inoperosi, trovando però una nuova identità in quella costituente il nucleo centrale dell’“archeologia industriale” romana.

Tra essi, la Centrale Montemartini è stata sottratta all’incuria e all’abbandono totale. È un ammirevole esempio di riconversione in museo di un ex edificio industriale.   Il primo impianto pubblico per la produzione di energia elettrica oggi è il secondo polo espositivo dei Musei Capitolini.   Nei suoi rinnovati interni arredati in stile Liberty, tra motori, caldaie e turbine dell’epoca hanno trovato spazio e visibilità una considerevole quantità di sculture classiche, ritrovate durante gli scavi eseguiti a Roma a cavallo dell’800 e del ‘900.

Anche l’imponente sagoma del Gazometro, il più famoso simbolo dell’archeologia industriale romana, formato da una complessa struttura reticolare in ferro alta circa 90 metri, è visibilmente segnata dal tempo e mostra avanzati segni di decadimento.  Costruito nel 1937, è inoperoso ed inutilizzato da quasi mezzo secolo ed è parte caratterizzante, assieme ad altri elementi monumentali romani, dell’identità urbana e paesaggistica della capitale.

Gli ex Mercati Generali occupano una vastissima area che, da oltre un decennio, attende di essere ristrutturata per essere consegnata a circa 5000 studenti, una sorta di “cittadella” dei ragazzi.   Erano previste strutture ricettive come biblioteca, mediateca, refettorio, palestra e spazi multiuso.  Ad oggi, inutili conflitti d’interesse e pastoie amministrative ne bloccano l’attuazione, rimandando il tutto a data da destinarsi.

L’Italgas o ex Officina di San Paolo, che giace su una vasta area contenente i magazzini del carbone insieme ai forni ed altre attrezzature per il trattamento del gas, è stata semi-distrutta da un bombardamento aereo nel 1944. La successiva e progressiva metanizzazione della città ne ha rallentato la ricostruzione che, di fatto, fu poi abbandonata del tutto.

Sull’altra sponda del Tevere, di fronte al Gazometro, c’è quel che resta dell’Ex Mira Lanza fondata nel 1899 per la lavorazione degli scarti del vicino Mattatoio. Dopo qualche tempo, la soc. Candele Steariche di Mira la rilevò tutta e, con qualche ampliamento, la trasformò nel famoso saponificio, produttivo fino al 1957.   Nel 2000 il Comune pensò ad un progetto per la sua riqualificazione ma poi soltanto un terzo della proposta fu attuata, realizzando il Teatro India.  Negli anni seguenti, la ex Mira Lanza fu occupata e ci vissero, più o meno stabilmente, centinaia di disperati ed emarginati, fino all’incendio del 2014, che si lasciò dietro scheletri di strutture annerite.  Nel 2016, l’intervento dello street-artist parigino Seth riesce, tra montagne di rifiuti e travi carbonizzate, a far rifiorire la speranza di un futuro migliore per i miseri ruderi. S’intitola “Range ta chambre” (riordina la tua camera), la serie dei murales dipinti sui muri scrostati del gigante fatiscente.   Ciò rese possibile la riqualificazione di questo pezzo della periferia urbana romana, che diede vita e speranza ad un nuovo ed innovativo museo all’aperto, la cui gestione venne affidata, provocatoriamente, ad un nomade ed alla sua famiglia che già vivevano all’interno della ex fabbrica.

Gli scatti di questa mostra fotografica nascono passeggiando in lungo e in largo per il quartiere Ostiense, unico nel suo genere, sovrastato dall’imponente mole del Gasometro, ma anche da quella della monumentale Piramide Cestia e dell’eccezionale Basilica di San Paolo fuori le mura, patrimonio Unesco.  Ma c’è dell’altro, molto altro da scoprire.

Anche i dettagli più piccoli, ma non per questo meno caratterizzanti, hanno un loro fascino particolare nel lasciarsi scoprire, come gli sfavillanti e colorati murales oppure, seguendo il corso del Tevere, i moderni residence ed i lussuosi loft che sorgono lungo le sponde non distanti da aree sottoposte al degrado, sociale ed ambientale, dove è possibile percepire fortemente un senso di vago e indefinito abbandono. Restano comunque luoghi dal sapore antico, disseminati di mastodontiche carcasse industriali fatiscenti, fatte di mattoni e acciaio, frutti del sudore e della fatica delle schiere di zelanti lavoratori che popolavano numerosi, non molto tempo fa, questi luoghi.   

Con lentezza, il quartiere si mostra e si svela globalmente ai nostri occhi nella sua complessità urbana, architettonica, multiforme e multicolore, vissuto da un’umanità diversa e variegata, che vuole mantenere vivo il ricordo di memorie e dolorose fatiche.   Camminando per il quartiere, stupisce sempre incontrare moderne infrastrutture come il bianco reticolo metallico del Ponte Settimia Spizzichini e le varie sedi distaccate dell’Università Roma 3, la linea della Metropolitana affiancata a binari e mezzi ferroviari ormai in disuso, come quelli del Museo del Trasporto.

Nuove attività commerciali sorgono accanto a vecchie e polverose botteghe mentre ristoranti oriental fusion, locali notturni e pub, fanno parte di diritto della più sfrenata movida notturna romana.   Impossibile non immortalare gli scorci ricchi di contrasti, attraversati dai passi di una moltitudine di genti che risveglia le zone antiche, animandone al contempo quelle moderne di un quartiere che forse ha deciso, dalle sue ceneri, di voler risorgere ancora una volta e cambiare, sospeso tra il suo passato e il suo futuro.  Noi del Circolo PhotoUp, attraverso le nostre immagini, abbiamo cercato di testimoniare questo, raccogliendo ed illustrando la poliedricità di questo quartiere, espressa attraverso le molteplici sfaccettature che, da sempre, lo caratterizzano, penetrando nei suoi significati profondi, in quello che ha da dire e ci vuole raccontare.   Abbiamo camminato in lungo e in largo per il quartiere, certamente, ma non è bastato, l’abbiamo dovuto “sentire”, l’abbiamo dovuto “vivere”, l’abbiamo dovuto fare nostro, ognuno con il proprio stile diverso e il proprio diverso modo di interpretarlo.

Testo a cura di Erica Cremenich e Pino Giovine

Le foto esposte in questa mostra sono di:

Alessia Ambrosi – Andrea Alessandrini – Anna Fadda – Anna Ranucci – Antonella Simonelli – Elisabetta Manni – Erica Cremenich – Franco Brilli – Lillo Fazzari – Lucilla Silvani – Lucio Baldelli – Magda Laini – Maria Elena Ania – Maria Rosaria Marino – Maurizio De Angelis – Michela Poggipollini – Mauro Pierdicca –  Pino Giovine – Sergio d’Alessandro – Simonetta Orsini – Solmaz Nourinaeini – Stefano Marcovaldi

Gas – O – Metro

Anteprima della mostra sul quartiere Ostiense di Roma del circolo PhotoUp

Testo di Erica Cremenich

 

Gli scatti di questa mostra fotografica nascono passeggiando in lungo e in largo per il quartiere Ostiense, unico nel suo genere, sovrastato dal suo Gasometro rappresentativo, quasi a comandarlo e a sorvegliarlo, allo stesso tempo. Un’imponenza questa che ritroviamo anche nella monumentale Piramide Cestia e nell’eccezionale Basilica papale di San Paolo fuori le mura, riconosciuta come patrimonio dell’Unesco. Ma c’è altro, molto altro da scoprire. Camminando, si resta affascinati anche da dettagli più piccoli ma non meno caratterizzanti come gli sfavillanti e colorati murales, ci si lascia trasportare dalle acque del fiume Tevere dove in mezzo a spazi più degradati, a livello ambientale e sociale, sorgono moderni e lussuosi loft e, poi ci si lascia catturare da zone dove si percepisce fortemente un senso di vago e indefinito abbandono, luoghi dal sapore antico, ricchi di mastodontiche carcasse industriali fatiscenti di mattone e fil di acciaio che hanno raccolto il sudore di molti zelanti lavoratori e che si costituiscono in quella che, oggi, possiamo definire “archeologia industriale” . Tra queste la Centrale Termoelettrica Montemartini, lo stabilimento del Gas, il museo Macro a Testaccio (Ex Mattatoio), i Magazzini Generali, il ponte dell’Industria per nominarne alcuni dei più conosciuti.

 

 

Ci colpisce in maniera particolare, l’Ex Mira Lanza, un “resto” più vivo, nel tempo occupato da varie genti, con il suo prolifico Teatro India, e in alcuni tratti, di recente, animato dalle opere dello street artist Seth. Notiamo con stupore che sono sorte, accanto a opere più vecchie, moderne infrastrutture come il Ponte Settimia Spizzichini di Del Tosto e varie sedi distaccate facenti parte tutte dell’Università Roma Tre, la linea metro affiancata a binari e mezzi ferroviari, ormai, in disuso, come quelli del Museo del Trasporto, negozi accostati a vecchie e polverose botteghe, ristoranti oriental fusion e locali della più sfrenata movida romana vivacemente intervallati da trattorie d’annata i cui muri raccolgono memorie di parole di conosciuti letterati come quelle di Pier Paolo Pasolini. Impossibile non immortalare deliziosi scorci pieni di contrasti, toccati dal passo di una moltitudine di genti di oggi che risveglia zone antiche e, al contempo, anima quelle moderne.

 

Pian, piano il quartiere si mostra e si svela globalmente ai nostri occhi nella sua complessità urbana, architettonica, multiforme e multicolore, nel suo abitare un’umanità diversa, variegata e nel suo voler conservare ricordi di memorie di dolorose fatiche. Un quartiere che da molte delle sue ceneri sparse vuole crescere ancora e cambiare, sospeso tra passato e futuro ma che brulica e pullula di presente. Il circolo ha voluto mostrare, appunto, la sua poliedricità in tutte le sue molteplici sfaccettature, penetrando nei suoi significati profondi, in quello che ha da dire e ci vuole raccontare. Abbiamo camminato in lungo e in largo per il quartiere, certamente, ma non è bastato, l’abbiamo dovuto “sentire”, l’abbiamo dovuto “vivere”, l’abbiamo dovuto fare nostro, ognuno, con il suo stile diverso e il suo diverso modo di interpretarlo.