Singolarmente Fotografia: Lorenzo Lessi “Livorno – gennaio 2020”

Singolarmente Fotografia è la rubrica della rivista Fiaf dedicata alle singole foto che durante l’anno abbiano ottenuto dei riconoscimenti a concorsi, manifestazioni o che siano state segnalate alla redazione. La rubrica è curata da Paola Bordoni.

“Livorno – Gennaio 2020” di Lorenzo Lessi

di Isabella Tholozan

Wiliam Shakespeare scrisse: “La vita è un palcoscenico e tutti gli uomini nient’altro che attori”. Ed eccolo qui il nostro spettacolo teatrale: una giornata di ordinaria follia climatica mi verrebbe da dire, visto il titolo ed il cartello di augurio che, intrappolato nell’inquadratura, fa bella mostra di sé, fastidioso ed incongruente, immerso in un azzurro innaturale.

Viviamo da incoscenti in un’epoca di disordine esistenziale, dove i mutamenti, non solo climatici, ci scoprono incapaci di reagire consapevolmente, beatamente abbandonati ad un godimento solo apparente, come quello di una giornata di primavera troppo anticipata.

Scrivo questo testo nei giorni di allarme da coronavirus; la follia di questa immagine rappresenta alla perfezione il mio malessere interiore e la mia paura.

La buona fotografia ha anche questo compito.

“I Laureati del Covid” – Foto e testo di Elisabetta Manni

Il Covid-19 ha destabilizzato la vita di ognuno di noi, ormai è un dato di fatto.
Abbiamo imparato a reinventare la quotidianità per poter convivere con questo infido virus; le attività lavorative e scolastiche sono state confinate fra le mura domestiche e fra queste ci sono anche le discussioni di Laurea.

La Laurea è un traguardo tanto atteso da tutti, sia per il candidato stesso che per i propri familiari. Non avrei mai immaginato di doverla affrontare nel mio salotto di casa nel pieno di una pandemia.
Ad oggi la Laurea telematica è diventata la normalità ma a marzo, quando l’Italia entrò nel pieno dell’emergenza sanitaria, era ancora una modalità del tutto nuova, anche piuttosto insolita; io ero in procinto di laurearmi, stavo ultimando la stesura della tesi e dopo qualche settimana avrei dovuto discuterla. Fra un bollettino della protezione civile e le voci contrastanti che si rincorrevano fra noi studenti, ho avuto l’istinto di voler imprimere quel ricordo attraverso la fotografia iniziando a scattare i miei gesti: la preparazione, la discussione e i limitati festeggiamenti.

Sicuramente, è stata un’emozione differente rispetto a ciò che ci si aspetta fin dall’inizio del percorso universitario; non ho potuto stampare la tesi, non ho avuto accanto i miei cari e nessuna corona d’alloro, ma nonostante tutto ho cercato il modo di renderla il più reale possibile con la creatività e anche attraverso la fotografia.

Queste foto vogliono rappresentare non solo la mia esperienza ma quella di tutti i laureati del Covid…Sì, possiamo chiamarci così: i laureati del Covid, perché siamo quelli che sono diventati Dottori nel proprio salotto di casa in pigiama, in abito elegante o in mutande.
In un periodo così buio per tutto il paese siamo stati lo spiraglio di speranza, simbolo di un’Italia ferma che vuole continuare a vivere.

Fotoit ottobre: Andrea Valenti

di Paola Bordoni

Segnalato al progetto FIAF Presidenti Talent Scout 2019 da Roberto Rossi, presidente del Club Fotografico Avis di Bibbiena, Andrea Valenti presenta tre portfolio ed una ventina di foto singole. Il tessuto connettivo che tiene insieme tutte le immagini, oltre alla quasi totale scelta dell’acromatismo, è la sospensione della struttura spazio-tempo che crea un potente senso di isolamento e distacco dal mondo reale.

Nel portfolio “C’è qualcosa di strano sotto quel cielo” la presenza della religione a Gerusalemme, città sacra per cristianesimo, ebraismo ed islam, diventa una continuitàinfinita, atemporale ma con ‘valori tattili’, secondo la nota espressione coniata Bernard Berenson, che abbattono i confini e le differenze tra le diverse fedi religiose. Davanti al muro del Pianto, la pietra del Santo Sepolcro e la roccia di Maometto si ripete un eterno rituale spirituale ed emozionale, identico nei modi, nei gesti, nei suoni e nei sospiri, che svela uno straordinario terreno d’incontro tra gli uomini.

Il fotografo ama ombre dure e chiuse, dove la luce netta serve solo da contrappasso al nero ed annulla le identità dei singoli perché la narrazione è rivolta all’antico  sentimento del sacro che intride le pietre, i vicoli, le piazze di Gerusalemme mescolandosi agli odori di spezie e di incenso. 

Nel portfolio “Ready for the sea” è sempre il bianco e nero dai netti contrasti lo strumento per raccontare la storia di un percorso verso il mare come meta ideale ma non necessariamente da raggiungere. Il viaggio può essere tante cose, turismo, fuga, spostamento ma quello di Andrea Valenti è soprattutto corporeità, coscienza della propria fisicità in assenza di luogo dove il mare, la destinazione d’arrivo, è riconoscibile solo in labili tracce. Nello sfondo cupo, che annulla lo spazio, il corpo, dai tagli stretti, diventa una sorta di viaggio mentale, vertigine del sentirsi vivi e felici perché, come scrisse Seneca nelle lettere al suo amico Lucilio “è l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi”. Nello stile straniante del fotografo il corpo umano, con le sue ‘imperfette’ perfezioni dalla nitidezza iperdescrittiva, si immerge nella negazione spaziale del buio, con ironica allegria sulle incongruenze e debolezze umane, restituendo al tempo stesso la percezione dell’empatia tra le persone, dell’odore degli olii solari, della pelle arrossata, della sabbia ruvida.  

In Google Maps la funzionalità “Live View”, titolo del terzo ed ultimo portfolio, aiuta a non perdere l’orientamento nel cammino ed a raggiungere la meta. Le immagini che il fotografo presenta cercano di indicare la traccia, come tante briciole di Pollicino, per ritrovare il percorso smarrito dall’individuo e per riconquistare i benefici dello stare a contatto con la natura, rinnovando l’equazione di felicità e bellezza, che troppo spesso in quest’era ipertecnologica abbiamo perso.

Casa della Fotografia di Roma – Weekend Fotografici

La Casa della Fotografia di Roma ha organizzato per settembre – ottobre 2020 una grande Festa della Fotografia: WEFO – Weekend Fotografici. Quattro settimane di mostre virtuali, didattica, talk, incontri con autori, seminari e workshop.

Nell’ambito degli eventi viene presentata la mostra virtuale del Circolo Fotografico PhotoUp  “Facce da Murales”: 47 scatti dedicati a questa Arte pittorica ed alla sua storia.

Siamo on line su: http://cfroma.it/it/mostre-virtuali/item/76-facce-da-murales

Black Lives Matter – Uno slogan mondiale

Testo e foto di Elisabetta Manni

Il 7 giugno 2020 a Roma si è svolta la manifestazione in memoria di George Floyd, afroamericano di 46 anni ucciso da un poliziotto in servizio, e per tutte le vittime colpite dall’odio razziale.

Black Lives Matter (BLM), è un movimento nato nel 2013 a seguito della morte di Trayvon Martin, ragazzo di 17 anni freddato da un colpo di pistola. Il movimento si pone l’obiettivo di combattere il razzismo, le violenze e le ingiustizie dei cittadini neri in Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Tuttavia, si è diffuso ovunque a livello globale con la nascita di piccoli gruppi locali autonomi dopo che la notizia della morte di George Floyd ha scosso il mondo intero.

Nonostante la pandemia in atto, nel pieno rispetto delle regole anti-covid, i cittadini americani sono scesi in piazza al grido di “Le vite dei neri contano” (black lives matter) e con essi anche molte altre città del mondo. Anche Roma ha aderito alla lotta internazionale con una manifestazione organizzata dal movimento Black Lives Matter Italia.

Le foto che ho scattato a Piazza del Popolo mostrano una platea rappresentata da ragazzi neri, bianchi, asiatici e latini, cittadini del mondo che non si fermano davanti ad una pandemia, per ribadire il principio di uguaglianza e urlare che il razzismo non può e non deve esistere in paesi civili e democratici come gli Stati Uniti e l’Italia.

Roma ai romani di Sergio D’Alessandro

Nel periodo tra inizio marzo ed inizio giugno abbiamo avuto modo di vedere, in televisione e sui giornali, delle immagini che probabilmente non rimuoveremo mai dalla nostra mente e dai nostri occhi: quelle delle città deserte, prive di vita e immerse in un silenzio assordante. Spazi solitamente affollati, anzi sovraffollati, avvolti in uno svuotamento surreale, sotto gli sguardi attoniti di gabbiani increduli per tanta libertà. Quelle immagini sono un riferimento visivo del quale non potremo più fare a meno.

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Quindi, appena è stato di nuovo possibile tornare a girare con la fotocamera al seguito, in tanti abbiamo cercato di “catturare” le nostre personali visioni di una situazione così particolare e, forse, non facilmente ripetibile, anche nella sciagurata evenienza di un ricrearsi delle medesime condizioni di pandemia.

Le foto di questa rassegna sono state scattate in tre diverse occasioni nella prima metà di giugno tra Piazza di Spagna, Piazza della Rotonda, Piazza Navona, Ponte Sant’Angelo, l’Isola Tiberina e vari punti del Lungotevere.

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Il filo conduttore voleva essere mostrare una Roma tornata ai romani, senza turisti, ambulanti, camion bar ecc.  Ed in cui in tanti hanno approfittato per fare  esercizio fisico finalmente all’aperto.

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Festa per la Cultura 2020 – Mostra fotografica “Facce da Murales”

Anche quest’anno il Circolo Fotografico PhotoUp ha partecipato alla XXVII edizione della Festa per la Cultura, organizzata dagli amici dell’Associazione Culturale Controchiave.

Questa edizione, utilizzando il termine coniato dall’Associazione Controchiave, è stata una versione “Light” che, nonostante le difficoltà, è riuscita a mantenere la sua anima di Festa di popolo.

Noi del Circolo abbiamo accolto l’invito a partecipare per il quarto anno consecutivo, convinti che, proprio in questo momento, sia un dovere sostenere la cultura e l’arte e coloro che si impegnano ogni giorno per diffonderla.

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La Festa per la Cultura è stata anche l’occasione per esporre la mostra in presenza di “Facce da Murales”, già presentata online in versione ridotta. Le foto sono una raccolta di testimonianze, fotografate in tutto il mondo dai fotografi del Circolo; una dedica a questa arte pittorica e alla sua storia.

A causa dell’emergenza sanitaria in atto e per garantire le norme anti-covid-19, la mostra era visitabile solamente da un limitato numero di persone, quindi, abbiamo deciso di inserire questo video con l’augurio di avervi tutti presenti alla prossima mostra.

 

Ecco alcune foto della Festa

foto 04 Angelo Olivieri e Bruce Ditimas

Angelo Olivieri e Bruce Ditimas

foto 05 Bruce Ditimas

Bruce Ditimas

foto 07 Francesco Mazzeo, Davide Grottelli e Tiziana Foschi

Francesco Mazzeo – Davide Grottelli – Tiziana Foschi

foto 08 Francesco Mazzeo, Davide Grottelli e Tiziana Foschi

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Massimo Popolizio

foto 09 Massimo Popolizio

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Sergio D’Alessandro – Anna Ranucci – Maria Rosaria Marino – Elisabetta Manni, soci del Circolo PhotoUp

Le mani e la loro gestualità nella fotografia, esempi e significati di Stefano Marcovaldi

di Stefano Marcovaldi

in copertina foto: anonimo

Secondo Aristotele le mani sono una diramazione del cervello. 

Il linguaggio del corpo, e soprattutto delle mani, è importantissimo.

Le mani comunicano.

Le fotografie delle mani sono incisive e comunicative.

Con le mani si parla, si lavora, si trasmette il proprio io al nostro interlocutore. Se il primo contatto che stabiliamo è attraverso gli occhi, sono le mani che raccontano ed evocano ciò che immaginiamo, ed in effetti mentre parliamo spesso le usiamo per costruire intorno a noi ciò che stiamo descrivendo (gestualità).

Sappiamo bene quanto le mani riescano a parlare.

Sono un soggetto inesauribile.

Fotografarle è soprattutto creare una selezione di ciò che abbiamo di fronte un’azione che condensa dentro un rettangolo solo una parte di quello che osserviamo, un dettaglio capace di raccontare tutto.

Non sono scelte facili ci vuole poco a cedere al banale, perché per decidere di lasciare fuori tutto, tranne un solo particolare, ci vuole  capacità e talento.

Ma cosa serve perché un dettaglio funzioni?

Deve avere intanto una forma riconoscibile, si deve capire a cosa appartiene per poter immaginare tutto il resto.

Un dettaglio deve funzionare bene dal punto di vista compositivo: linee e forme devono essere “forti” per poter vedere, con l’immaginazione, quello che non si può o non si vuole mostrare.

Spesso il contatto visivo di chi osserva una foto punta sulle mani, sui loro gesti.

Alcuni esempi:

Alfred Stieglitz

ha raccontato un’artista attraverso il dettaglio delle mani. 

Sono quelle di Georgia O’Keeffe; espressive come sculture. E siamo nel 1919…

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André Kertész

 Bras et ventilateur, New York, 1937.

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Tina Modotti

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Tina Modotti

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Man Ray

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Imogen Cunningham

Self Portrait (1932)

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Mostra fotografica – Facce da Murales

Lavoro collettivo dei soci di PhotoUp

Testo e video di Giuseppe Giovine

Il Circolo Photo Up di Roma ha previsto tra le proprie attività 2020, la promozione di un evento fotografico mirato proprio alla raccolta di testimonianze ed immagini, raccolte dai propri soci in tutto il mondo, dedicate all’arte pittorica dei “Murales” che dovrebbe sfociare in una mostra collettiva che purtroppo le circostanze legate al Covid-19 hanno penalizzato. In attesa di tempi migliori, di seguito proponiamo una selezione degli scatti raccolti dai soci, considerandola di buon auspicio per il raggiungimento, a breve, della ben più corposa mostra collettiva.

 

 

 

Il termine “MURALES” indica il genere di pittura divenuto celebre per il noto movimento artistico messicano degli anni Venti del ‘900, quando, sulla scia della Rivoluzione, gli artisti riscoprirono il valore sociale dell’arte e le sue potenzialità comunicative. Tra fine ‘800 e primi ‘900, nel mondo, molti artisti sembrarono riscoprire il valore della pittura murale: nacquero i grandi cicli decorativi che adornarono le sale delle mostre d’arte nazionali e internazionali, gli ambienti pubblici che si aprirono al consumo del primo turismo, come gli hotel e le terme, i palazzi comunali, le università. Si trattava di cicli murali, direttamente realizzati sulle pareti o su pannelli a esse applicati, che ebbero prevalentemente finalità estetiche. Il discorso cambiò quando l’utilizzo della decorazione murale venne associato alla comunicazione di contenuti politici e ideologici.  Attraverso la sua ampia visibilità, la pittura murale può agire da supporto al rinnovamento politico e morale del paese, alla diffusione di idee democratiche ed egualitarie, in definitiva alla creazione di un nuovo Stato.

Nei murales la semplicità, spontanea o voluta del tratto, insieme alla vivacità dei colori, crea un effetto di grande immediatezza visiva verso i principali interlocutori che sono le masse popolari, la classe rurale e contadina che, indipendentemente dal livello culturale, sono in grado di interagire emotivamente con le scene ritratte.

I murales sono oggi spesso commissionati da enti pubblici ed evidenziano l’identità del luogo, divenendo anche richiamo di turismo culturale, come opera d’arte pubblica eseguita su commissione, non di rado alternativa al graffitismo senza controllo che si distingue per il linguaggio grafico notevolmente complesso giocato, nella sua forma più ortodossa, sull’elaborazione della propria firma in gigantesche scritte dai colori squillanti impresse illegalmente su muri e non solo. Inizialmente circoscritto a vagoni del treno, stazioni della metro, muri abbandonati, pareti di palazzi fatiscenti, il fenomeno oggi invade indistintamente le strade delle città, senza distinguere tra supporti di pregio e non, oscillando dagli incerti e ripetuti grafismi di sapore vandalico, al vero prodotto d’arte legato a istanze di comunicazione sociale. Dispiace constatare che in Italia si sia arrivati, per il graffitismo, alle maniere forti per ostacolarlo, ma occorre dire che in nessuna altra  metropoli moderna si trovano brutti e sgraziati scarabocchi su qualsiasi muro, compresi quelli degli edifici di pregio appena restaurati.

Ritornando ai murales, tra le opere più significative si possono ricordare i muri ‘militanti’ dei portoricani in New York, dei giamaicani a Londra, dei baschi e degli irlandesi nelle loro città e paesi; ma anche quelli di altri popoli: in Cile, in Nicaragua, in Iran, in Mozambico. In Italia andrebbero ricordate tutte le grandi città per i murales degli anni ‘60 e ‘70, di cui però ben poco è rimasto, finalizzati com’erano più alla cronaca e alle tensioni sociali di quei giorni, che non destinati alla storia; ancora visibili invece, quelli dipinti sulle facciate delle case della cittadina di Orgosolo in Sardegna, “ritratti di memoria e di vita sociale”.