Una proposta terminologica di Carlo Delli. Terza parte

La foto di copertina “Tre giovani ghepardi – Masai Mara” è di Carlo Delli.

Senza fotografia ci sarebbe un’altra storia dell’umanità così come nessuno di noi sarebbe lo stesso senza la fotografia. Pochi esempi sui miliardi possibili. Tre sul piano generale, molto noti.
Uno: la Security Farm Administration degli Stati Uniti produsse una impressionante documentazione fotografica sulle durissime condizioni di lavoro nel paese dalla metà degli trenta del novecento, compreso lo sfruttamento minorile, e queste foto indussero il Congresso a modificare la legislazione e migliorare così la vita di milioni di persone.
Due: pensate cosa ha voluto dire in termini di percezione dell’accaduto, vedere le fotografie delle cataste di cadaveri nei campi di Auschwitz, e pensate se non ci fosse stata nessuna documentazione fotografica.
Tre: nel 1968 in casa cominciai a sentir parlare di un dramma che si svolgeva in Africa e che divenne sùbito un modo di dire generale: il Biafra; quei bambini scheletriti che morivano di fame ci colpirono profondamente perché li vedevamo nelle prime foto del genere, e nessuna descrizione a parole avrebbe potuto nemmeno lontanamente avere quello stesso effetto.
Poi un esempio sul piano personale: alcune fotografie di mia figlia piccola mi fanno emozionare profondamente, tanto che mi pare di essere lì a quel tempo e a volte guardandole sento l’odore di mia figlia a quell’età! Credo che nemmeno il più bel ritratto che io avessi fatto mi darebbe le stesse sensazioni.
Ma perché il Congresso cambiò la legislazione sul lavoro? Perché le foto dei campi di concentramento hanno cambiato la percezione della guerra? Perché la tragedia del Biafra diventò un modo di dire? Perché le foto di mia figlia mi danno un’emozione così intense? Tutto per il medesimo motivo: quelle immagini rappresentano visivamente la realtà! Quegli orrori o quelle gioie esistevano realmente! Hanno impressionato materialmente la pellicola e per questo impressionano la nostra mente e il nostro animo!

E si ritorna alla fotografia indice di realtà, che è la sua peculiarità, la sua essenza. Potrei continuare all’infinito, aggiungo che con l’indispensabile aiuto della fotografia si è progrediti in ogni campo della scienza, dalla comprensione dell’Universo macroscopico alla fisica subatomica, dalla biologia alla medicina.
Finisco questo paragrafo sottolineando la differenza tra fotografia e altre forme artistiche di linguaggio, con le parole del prof. Massimo Mussini: “La fotografia non contraffatta ha un fascino che nessuna opera d’arte può eguagliare, ed è quello della rievocazione. Ciò che guardo è esistito. L’immagine rielaborata in camera oscura, oppure ricostruita elettronicamente, entra a fare parte di un altro mondo, quello dell’immaginazione … e in questo secondo ambito, la fotografia perde gran parte della sua peculiarità…”

In definitiva, storicamente e fattivamente, “fotografia” ha un suo peculiare significato; per me è una parola quasi sacra, e non voglio pronunciarla davanti a immagini che fotografie non sono più.

Ci sono sempre stati molti modi di “alterare” il risultato fotografico nel momento stesso dello scatto, ad esempio usando filtri, esagerando l’esposizione, muovendo la fotocamera, e in mille altri modi; c’è poi il vasto tema delle situazioni preparate ad hoc, cioè delle messe in scena; ma mi concentro in questa sede sulle alterazioni fatte in una fase successiva allo scatto.
Come chiamare un’immagine di derivazione fotografica, ma successivamente alterata? Sento dire “immagine fotografica”, ma “immagine “ è troppo generico, e la fotografia stessa è comunque una immagine. Ecco quindi una proposta terminologica: oggi per le modifiche successive allo scatto si parla spesso di post-produzione, e allora per le fotografie poi alterate credo che possiamo efficacemente usare l’espressione “IMMAGINE FOTOPRODOTTA”, contratta magari in “fotoprodotto” se il contesto lo permette. * appendice 3 – elettronografia

Premesso con fermezza che fotografia e immagine fotoprodotta hanno ambedue pari dignità, credo sia comunque molto importante distinguerle, anche verbalmente. E pongo per questo due domande.
La prima: è facile distinguerle in pratica? Sarà facilissimo se l’intenzione dell’Autore è quello di palesare l’alterazione o, pur non volendolo palesare, non è però bravo a usare i programmi di fotoritocco e si fa scoprire. Sarà però impossibile distinguerle se l’Autore ci vuole imbrogliare ed è un bravo ritoccatore (in questo caso potremmo anche dire taroccatore): senza la sua ammissione o circostanze terze noi rimaniamo inesorabilmente imbrogliati. Questo è un problema primario nella civiltà delle immagini: nella stragrande maggioranza dei casi non potremo avere certezze, prendiamone atto e stiamo in guardia. È proprio in quest’ottica che Salgado ha recentemente affermato con ragione che la fotografia è morta, quasi sempre infatti non abbiamo la minima possibilità di sapere se quello che vediamo sia un’immagine fotoprodotta o una fotografia.
Ci sono però anche possibilità positive: tutti i casi in cui il giudizio è aperto, i casi cioè in cui l’Autore, pur dichiarando le modifiche, può sentirsi ancora dentro i limiti della fotografia mentre per altre persone li ha superati. Questo è lo stimolante campo del confronto: conoscendo prima la differenza teorica, si può poi discutere la pratica con cognizione di causa, guidati dalla nostre sensibilità, cultura ed esperienze personali.

La seconda domanda: è utile prendere atto della loro diversità?
Si entra ancor più nelle preferenze personali, potete infatti dire di no. Secondo me invece sapere se siamo di fronte ad una fotografia o un’immagine fotoprodotta è molto importante.
Abbiamo già detto che se il fotografo si esprime mantenendo il rapporto indicale di rappresentazione della realtà visiva, pur usando comunque tutte le possibilità che il linguaggio fotografico gli permette, avremo una fotografia, che è un documento ma potrà avere in certi casi anche un valore narrativo o addirittura creativo.
Ma cosa ci fa presente una fotografia? Ci mostra intanto la realtà visiva che lo stesso fotografo ha colto e intendeva mostrarci. Poi, tramite questa, ci presenta poi l’idea che il fotografo voleva trasmetterci. Ma rappresenta in più tutto ciò che, pur essendo davanti all’obiettivo, il fotografo non ha guardato o non ha visto, ma che la superficie fotosensibile ha registrato! Mi rifaccio qui a ciò che Franco Vaccari chiama forse con termine improprio ma efficacissimo ”inconscio tecnologico” del mezzo tecnico e alla sua autonoma registrazione della realtà visiva. La fotografia rappresenta almeno tutto questo.
Cosa ci rende presente invece l’immagine fotoprodotta? Ci rende soprattutto – se non solamente – l’idea dell’Autore. Se rappresenta anche qualcos’altro è solo nei residui di fotografia rimasti. Sono un fotografo di Natura e vi porto questo esempio credo molto significativo: una fotografia di Natura rappresenta, oltre la mia idea, l’Energia Creatrice all’opera, se vi piace potete ben dire che rappresenta direttamente l’opera di Dio; se invece la altero e ne ricavo un’immagine fotoprodotta, ebbene questa rappresenta solo o soprattutto me stesso e la mia idea: vi pare la stessa cosa?!? Sono sicuramente cose molto diverse!

Attenzione però, sia chiaro che ottenere e usare le immagini fotoprodotte può essere altrettanto importante e dignitoso! Anzi dico di più: in taluni casi esprimersi con le immagini fotoprodotte può essere ancor più efficace che con le fotografie, al fine di  promuovere una buona causa, per suscitare una certa emozione, porre attenzione su un argomento concreto. Tuttavia un’immagine fotoprodotta è un’altra cosa rispetto a una fotografia.
A chi non interessa questa differenza dico che prendo atto del suo atteggiamento, è legittimo, ma gli dico anche di prendere atto a sua volta che a me invece interessa moltissimo.

Se troviamo su di una rivista l’immagine di un bambino morto (avevo fatto questo esempio ben prima che purtroppo accadesse davvero) i casi sono tre: 1) è una fotografia documentaria: quel bambino c’era ed era veramente morto in relazione all’argomento trattato; 2) è una “fotografia di scena”: il bambino è stato truccato e messo lì durante le riprese di un film, oppure dal fotografo stesso; 3) è un’immagine fotoprodotta: quel bambino è vostro figlio mentre dorme e tutto il resto lo avete messi voi digitalmente. Se non vi interessa sapere questo, e badate solo al messaggio, bèh, è lecito, ma sono gusti vostri. Ci sono casi di fotoreporter licenziati per aver taroccato, senza averlo dichiarato, le fotografie pubblicate sul Times o sul National Geographic, ci dicevano bugie, e per fortuna qualcuno pensa ancora che sia una cosa detestabile e sanzionabile.

Conclusione. Alterare le fotografie è stata un’attività nata il giorno dopo l’invenzione della fotografia stessa, ed è una possibilità meravigliosa, soprattutto con i mezzi odierni che ci permettono di scatenare la nostra fantasia e creatività. Le immagini fotoprodotte sono una possibilità straordinaria di espressione, non solo artistica, che tra l’altro uso anch’io. Ma come in ogni altro campo dell’operare umano possono essere usate per imbrogliare. Monumenti indiscutibili della fotografia come Alfred Stieglitz, Ansel Adams ed Henry Cartier-Bresson sono convinti che le fotografie possano avere a che fare con la “verità”; io non oso sostenere tanto, ma so per certo che le fotografie di per sé non dicono mai bugie! Siamo noi che possiamo interpretarle male e soprattutto sono i fotografi, e altre persone, che possono far dire loro bugie in milioni di modi diversi, prima, durante e dopo lo scatto.
Fotografie e immagini fotoprodotte arricchiscono entrambe in maniera straordinaria il nostro mondo e le nostre vite, ma sono molto diverse, e le parole ci devono aiutare a non confonderle, per non confondere il nostro mondo e le nostre vite.

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Per la collaborazione nell’estensione, la modifica e il completamento di questo scritto ringrazio particolarmente Massimo Mussini, Mauro Pieroni, Giorgio Rigon, Giorgio Tani e Giancarlo Torresani, ma anche, per l’epistolario avuto, Silvano Bicocchi, Vincenzo Marzocchini,  Filomeno Mottola, Claudio Pastrone, Marcello Ricci e Piero Sbrana.

 

Una proposta terminologica di Carlo Delli. Seconda parte

L’immagine di copertina “Moth surprie (Saturnide)-Mkuzy-Sud Africa” è di Carlo Delli.

Altro punto essenziale è il concetto di “rappresentazione”: il primo significato di rappresentare è: “far presente” attraverso un linguaggio ciò che esiste ma che non abbiamo davanti perché lontano nel tempo e/o nello spazio. Ma il verbo “rappresentare” è sconosciuto a molti possessori di macchine fotografiche, cosa molto strana dato che la fotografia è rappresentazione della realtà VISIVA tramite il linguaggio fotografico.
Dire che una fotografia sia realtà è una palese idiozia. Credo che molti fotografi sostituiscano erroneamente la parola “rappresentazione” con la parola “riproduzione”, che vuol dire fare una copia uguale all’originale; in pratica dicono “rappresentare” ma intendono “riprodurre”. E allora per loro la fotografia non può rappresentare la realtà, perché così dicendo intendono che la riproduce, ed è ovvio e banale che una fotografia non lo faccia.

Inoltre fotografi e critici omettono quasi sempre un aggettivo fondamentale: VISIVA. La fotografia ha a che fare solo con la parte visiva della realtà. Ora di sicuro la vista è il senso di gran lunga più importante per conoscere la realtà, ma non è l’unico. La realtà è essenzialmente inconoscibile nella sua totalità, l’argomento è chiaramente abissale, ma questo è un motivo in più per parlare in modo corretto.
È dannoso pensare e dire che l’aggettivo “visiva” sia sottinteso quando parliamo di fotografia, è invece assolutamente necessario metterlo sempre. La fotografia si occupa della “realtà visiva” e tramite questa può rappresentare oggetti e fatti; poi, e solo poi, tramite questi oggetti può simboleggiarne altri e addirittura può arrivare a veicolare idee astratte o impalpabili, ma tutto questo è un plus della fotografia, non ne è l’essenza.

Chi ha inventato la fotografia ha spalancato la porta a effetti psicologici immensi, senza fondo, soprattutto per il rapporto esclusivo e terrificante che questa ha col tempo: prima ne cristallizza solo una porzione, e poi la mantiene immutata a dispetto del resto del tempo, che continua a scorrere.
Ma si è aperto anche un mondo materiale e tecnico: pellicole e sensori, obiettivi i più diversi, diaframmi, tempi di esposizione corti o lunghi, scatti in sequenza, etc etc, per cui quello fotografico è un linguaggio ricchissimo di strumenti, che possono essere usati su soggetti infiniti, in modi infiniti, da personalità e sensibilità infinite! Come dico io: un infinito al cubo! Un linguaggio tale che il fotografo può non solo documentare ma anche esprimere la sua personalità, può narrare, e può addirittura creare, pur rimanendo dentro la “fotografia”, senza cioè “alterare” quello che ha registrato la macchina fotografica.

Ed eccoci ad “alterare”, altra parola chiave. Attenzione, vale qui non in senso dispregiativo ma solo nella sua etimologia latina di alter: trasformare in qualcosa di diverso, rendere “altro” rispetto all’originale. Oggi, dopo lo scatto, sono praticamente obbligatori degli aggiustamenti, ma se l’idea del fotografo è quella di rimanere all’interno della “fotografia”, le modifiche devono essere minime e comunque tali da non trasformare l’immagine in “altro”, tali da far restare l’immagine come uno stampo automatico, un indice, di ciò che si poteva vedere davanti all’obiettivo al momento dello scatto.

http://www.carlodelli.it/index.php?option=com_content&view=article&id=101:fotografie-e-immagini-fotoprodotte&catid=33:idee-e-articoli&Itemid=53

Una proposta terminologica di Carlo Delli Prima parte

L’immagine di copertina è di Carlo Delli: “Due pellicani – Shark bay – Australia

 

Gradito ospite sul Magazine è il fotografo Carlo Delli con il suo articolo

Una proposta terminologica

Come siamo diventati Homo sapiens sapiens ? Con un modo nuovo di camminare: il bipedismo perfetto. La mano, libera dalla deambulazione, ha iniziato ad illuminarci la mente, ma sono state poi le parole che formando il nostro principale linguaggio l’hanno finalmente accesa. È propriamente vero che il Verbo ci ha creati! Siamo quali siamo per il nostro linguaggio verbale che non è solo espressivo e comunicativo, come i linguaggi animali, ma è anche descrittivo, espositivo e soprattutto argomentativo-critico.
.   Le singole parole sono essenziali e non secondarie nello sviluppo del nostro pensiero, perché noi pensiamo per lo più usando le parole, e anche quando pensiamo per immagini associamo loro quasi sempre la parola. In più è fondamentale sapere che le parole hanno anche un grandissimo potere inconscio: ci condizionano sempre e molto anche senza che ce ne rendiamo conto.
.   Quindi il significato che personalmente attribuiamo a una parola è cosa essenziale e non secondaria. Da tutto ciò deriva che per occuparci con correttezza di un argomento dobbiamo avere a disposizione non solo le parole che lo riguardano, ma soprattutto avere chiaro il loro significato. Cosa intendiamo allora quando pensiamo in noi, oppure quando pronunciamo verso altri, la parola “fotografia”?

Conoscere la storia della fotografia è indispensabile per capirla bene. La fotografia è una di quelle relativamente rare invenzioni così importanti da dividere la storia dell’umanità in un prima e in un dopo.
.   È sempre stata un sogno fin dalle radici della civiltà, una cosa agognata e quasi insperata; ne parlavano già i greci, e in un romanzo del 1700 erano addirittura gli alieni a portare sulla Terra una sostanza che, spalmata su superfici, formava e tratteneva l’immagine della realtà che aveva di fronte.
.    Il punto di partenza imprescindibile dovrebbe essere scontato ma mi pare che qualcuno se lo dimentichi: per fotografare qualcosa questo qualcosa deve esistere materialmente e bisogna averlo davanti all’obiettivo (o comunque davanti alla superficie fotosensibile – penso al foro stenopeico). I fotoni devono realmente e materialmente partire dai soggetti e arrivare sulla superficie fotosensibile: questo rapporto diretto e la sua automaticità sono la novità assoluta e l’essenza della “fotografia”. Infatti per i semiologi la fotografia è un indice, cioè uno “stampo” di ciò che rappresenta, e non ha niente a che vedere ad esempio con la pittura che invece è sempre un simbolo.

Questo punto è molto importante, e quindi lo ripeto riprendendo il confronto con la pittura. La pittura è un simbolo e non potrà che essere un simbolo, non è e non può mai essere un indice. La fotografia invece ha la sua peculiarità nell’essere un indice, ma può ben essere anche un simbolo, sia come fotografia vera e propria sia come immagine ottenuta manipolandola! Ecco qui la forza poderosa della fotografia rispetto agli altri linguaggi rappresentativi! Tra i più importanti linguaggi rappresentativi solo la fotografia ha un rapporto diretto con ciò che rappresenta, solo la fotografia è un indice.

http://www.carlodelli.it/

 

 

 

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16 maggio 1929 – Istituzione del premio Oscar. Karl Struss primo direttore della fotografia a vincerlo

di Antonietta Magda Laini

Karl Struss, direttore della fotografia  e fotografo statunitense, vinse il primo Oscar per la direzione della fotografia, insieme a Charles Rosher, per il film “Aurora” (Sunrise – A song of two humans) diretto da Friederich Wilhelm Murnau, figura di spicco dell’espressionismo tedesco, alla sua prima opera ad Hollywood. La protagonista, Janet  Gaynor, vinse l’Oscar come migliore attrice.  Il film, considerato un capolavoro e premiato come migliore produzione artistica, fu poco compreso dal grande pubblico.

Struss è divenuto fotografo professionista dopo aver studiato fotografia con Clarence H. White e ha fatto parte del gruppo promosso dal grande fotografo Alfred Stieglitz  “la Fotosecessione”.

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Ha conquistato sicuramente  uno spazio nella storia della fotografia del primo novecento ma ha speso gran parte della sua vita lavorando come direttore della fotografia a Hollywood.

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Le sue fotografie, definite “pittoriche” dal movimento nato per elevare il mezzo fotografico al livello della pittura e che, secondo l’estetica di fine ottocento favoriva l’espressione sulla rappresentazione, sono state pubblicate su qualificate riviste tra cui “Harper’s Bazaar” e “Vogue”: inventò, fra l’altro, la lente per l’arte pittorica.

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I suoi scatti, caratterizzati da una notevole densità dei neri, che tuttavia mantenevano dettagli leggibili e che corrispondevano all’idea di creare “togliendo” la luce e facendo dominare le ombre, furono pubblicati dal 1912 sulla rivista “Camera Work”.

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Le sue opere degli anni 10 del novecento avevano quale soggetto soprattutto le  nuove strutture di Manhattan, mentre le immagini successive mostravano le personalità di Hollywood e il paesaggio della California.

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E’ stato uno dei pochi Fotosecessionisti a continuare a fare fotografie pittoriche dopo la prima guerra mondiale.

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Dopo il 1918 Struss decise di tentare l’accesso all’industria cinematografica: come prima attività realizzò scatti di scena per Cecil B. De Mille e, in seguito, fu uno dei cameramen del film Ben-Hur.

Aurora” segna l’esordio di F. W. Murnau a Hollywood ma anche di Struss come direttore della fotografia; il film narra di rapporti umani in crisi, è un poema sull’abbandono e la riconquista che si conclude all’apparizione della luce sul far del giorno.

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I toni del film vanno dal tragico al sentimentale, passando addirittura, talvolta, per il comico.

Alla fotografia, sicuramente di tipo espressionista, si unisce un senso naturalistico delle immagini, con indizi, segni premonitori, elementi che portano a situazioni successive: da notare “le impronte appaiate nel fango dei due amanti che hanno già tramato il delitto”.

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Luci e ombre dell’Espressionismo tedesco, i primi piani tipici della scuola russa, il giocare su effetti di contrasto della scuola americana.

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In evidenza la forte contrapposizione fra un certo primitivismo delle immagini e tutte le tecniche immaginabili, con l’uso di ottiche, focali, piani di ripresa e luci, possibili; tutto con un lavoro estremamente complesso.

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Un fascio di luce a simulare l’alba evidenzia il nuovo linguaggio, la tecnica dell’uso della luce nel moderno; le mille luci metropolitane, in un novecento elettrico e veloce.

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In un accordo creativo, regista e direttore della fotografia, utilizzano campi lunghi, sovrimpressioni, primi piani audacissimi, trasparenti e giochi di montaggio e, novità per l’epoca, il lavoro sulla teoria dei contrasti (la città luminosa e la palude oscura).

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Struss sviluppò effetti luce particolari sperimentando una lampada, la “lupe light” che, in un riflettore su un braccio mobile posto sotto la telecamera, forniva una luce senza ombre.

In Aurora, film muto, sono pochi pure gli “intratitoli”, tutto si concentra sul dialogo prodotto dalle immagini.

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Struss diresse la fotografia anche nel film “Luci della ribalta” (Limelight) di Charlie Chaplin; ancora una volta le ombre dipingono la scena e, in particolare, sul palcoscenico, quando si spengono le luci, sull’ultima danza della giovane ballerina che viene restituita alla vita e all’arte.

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Da Emily Dickinson: “A tutti è dovuto il mattino, ad alcuni la notte, solo a pochi eletti la luce  dell’aurora”

Source:  http://www.storiadeifilm.it  –  https://quinlan.it

 

Robert Frank, lo straniero che ha fotografato l’America

di Paola Bordoni

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Il fotografo e regista svizzero, naturalizzato statunitense e famoso per il suo libro di culto The Americans,  è morto  all’età di 94 anni in Canada. Robert Frank ha ispirato generazioni di fotografi con il suo lavoro che traeva origine dalle foto di Bill Brands e di Walker Evans, del quale era stato assistente.

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Con il suo reportage “The Americans” cambiò la storia della fotografia, con un racconto fotografico di un viaggio attraverso 48 stati americani a metà degli anni Cinquanta.

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Con  un finanziamento da parte della Fondazione Guggenheim, con una Ford Business Coupe, due macchine fotografiche e centinaia di rullini in bianco e nero percorse migliaia di chilometri.

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Delle quasi 30.000 foto scattate nel viaggio solo  83 vennero raccolte nel libro  The Americans. Il libro fu pubblicato nel 1958  in Francia dall’editore Delpire con il titolo Les Americains e con saggi ad accompagnare le foto di Frank. Solo l’anno successivo il libro fu pubblicato negli Stati Uniti, nella famosa edizione con l’introduzione di Jack Kerouac .

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 Una sequenza di immagini in grado di vivere di vita propria, senza testo, senza didascalie, quelle immagini imperfette non avevano bisogno di spiegazioni.

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Fotografie dirette, a volte ruvide, altre sfuocate, a volte scattate senza scendere dall’auto, dove niente era conforme alle regole del racconto patinato. Frank aveva fotografato scene di vita di ogni tipo, spesso in contraddizione con l’idea positiva che gli Stati Uniti volevano dare di loro stessi in quegli anni.

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Muro di Berlino di Maria Elena Ania

Oggi  è  di attualità parlare di erigere  “muri” con tutto il  valore simbolico,  ideologico e politico che questo comporta.

 Pensati   come elementi   volti a proteggere e delimitare confini sono controcorrente rispetto a  un mondo interconnesso in cui la rete e i social network sembrano avere lo scopo di eliminare ogni barriera,  facendo correre le idee da un capo all’altro del mondo.

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Le vicende storiche hanno dimostrato che le barriere determinano la condizione in cui   ci si si trova di qua o di là del muro  inclusi o  esclusi. 

Berlino è la città europea  che ha vissuto la sofferenza e la vergogna di vedere diviso il suo territorio da un muro  eretto il 13 agosto del 1961, voluto dalle potenze vincitrici alla fine della seconda guerra mondiale. Il muro doveva essere temporaneo ma rimase in piedi per 28 anni e divenne  simbolo  della Guerra fredda tra USA e URSS.

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A 30 anni dalla caduta del “Muro” dei 155 km di manufatto, le parti rimaste  non rappresentano  più l’aspetto originario,  molte sono conosciuti per i disegni, graffiti alcuni dipinti da artisti famosi .

Delle circa 133 vittime uccise dalla polizia di frontiera nel tentativo di superare il muro militarmente fortificato verso Berlino ovest è stato eretto un Memoriale il “Gedenkstätte Berliner Mauer “.

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Berlino sembra   non voler dimenticare un episodio doloroso della sua storia,  il muro come simbolo di divisione suscita una forte emozione non solo tra i cittadini di Berlino ma del mondo intero.

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Mondo Perduto di Paolo Di Paolo

di Antonella Simonelli

Nel 1966 Paolo Di Paolo , con la chiusura del “Mondo”, la rivista fondata da Mario Pannunzio e con la quale aveva collaborato dal 1954, lascia la fotografia. Fino ad allora aveva raccontato i protagonisti del mondo dell’arte, della cultura e del cinema ma anche la gente comune in un paese che stava rinascendo dalla tragedia della guerra. Così nel 1966 esce l’ultimo numero del “Mondo” con un bellissimo editoriale di Pannunzio che ne annunciava la chiusura . Il giorno stesso Di Paolo scrive un telegramma al direttore : “Oggi muore l’ambizione di essere fotografi “. Cominciava l’epoca del narcisismo senza anima e Di Paolo dichiarera’ di “aver smesso di fotografare per amore della fotografia “e  trasferirà i suoi 250.000 negativi in cantina, dove rimarranno dimenticati finchè la figlia Silvia li ritrova una ventina di anni fa . 250 foto di quell’archivio sono il nucleo del “Mondo Perduto” la mostra esposta oggi al Maxxi di Roma.

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La mostra qui realizzata, con un percorso fluido e permeabile, ci conduce negli ambiti di interesse di Paolo Di Paolo : la società italiana raccontata dalla città al contesto rurale, i ritratti di scrittori, poeti, artisti, attori, politici, che Paolo di Paolo ha l’abilità di raccontarci “pensosi ma senza pensiero, ammiccanti senza la consapevolezza del gioco seduttivo “ ( Roberto Cotroneo – La Repubblica ) e i viaggi che ha compiuto in tutto il mondo.

Lui scopre le facce vere, lo spessore umano in un tempo dominato dai giochi di superficie. Le sue foto obbligano il lettore a leggere l’immagine partendo dal soggetto per scoprire poi tutto intorno gli elementi dello spazio che lo circonda rendendolo centrale e protagonista. Tutto questo si puo’ vedere bene nei ritratti di Pasolini, a cui è dedicata un’altra speciale sezione in mostra. E’ ritratto molte volte sul set dei suoi film ma anche in immagini private in casa con la madre, al Monte dei Cocci a Roma o in raccoglimento sulla tomba di Antonio Gramsci.

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Di Paolo ha con Pasolini un rapporto speciale, nel 59 partono insieme, commissionati dal “Mondo“, per realizzare un servizio, “ La lunga strada di sabbia”, sulle vacanze estive degli italiani. Nel corso della prima tappa da Roma a Ventimiglia capiscono di cercare cose diverse, Pasolini rincorreva un mondo perduto che non c’era più, Di Paolo invece un’Italia che guardava al futuro. Decidono quindi di concludere il viaggio al Sud ognuno per conto proprio, ma questo non compromettera’ il loro rapporto . Un’altra sezione della mostra e’ dedicata a questo viaggio.

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Suggestiva e’ anche, al centro della mostra, la ricostruzione fisica della redazione della rivista “Il Mondo” che ha rappresentato per l’Italia un luogo di cultura alta e liberale, un tentativo di costruire uno spazio politico ricco di idee e proposte, ed e’ senz’altro questa rivista a costituire il cuore del lavoro di Paolo Di Paolo, un esempio ancora valido oggi di saper coniugare racconto della realtà, dovere d’informazione e sensibilità artistica.

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Maxxi Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Via Guido Reni,4A   Roma

17 marzo-30 giugno

 

 

La Fotografia Etnografica ed i riti della Settimana Santa a Francavilla Fontana di Stefano Marcovaldi

In tutti i comuni della Puglia si svolge la caratteristica processione dei Misteri. Di  grande impatto e suggestione sono le rappresentazioni che si svolgono in notturno a Francavilla Fontana. I riti della settimana santa rappresentano uno degli eventi più importanti e rinomati che si svolgono nell’intera area jonico-salentina durante il periodo pasquale.

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Hanno inizio il venerdì di Passione, antecedente alla Domenica delle Palme.

Questo reportage inizia con l’uscita dei “Li pappamusci” (nome che deriva dal greco antico, forse ad indicare il “prete nero” o “prete lento, silenzioso”. Inoltre c’è chi ritiene l’origine del nome, derivante dalla lingua spagnola, individuando nei Pappamusci, i “papamoscas”, cioè gli sciocchi, che sono coppie di confratelli della Congregazione del Carmine, che dalle prime ore pomeridiane del giovedì santo, per tutta la notte, fino al tramonto del venerdì santo, attraversano il paese scalzi, in gesto di penitenza, visitando tutte le chiese cittadine e pregando davanti ai sepolcri, dove riposa il Cristo morto.

06 Pappamuscio

07 Pappamusci

08 Pappamusci

09 Processione dei misteri Preparazione

Sono vestiti con una veste bianca semplice o ricamata. Alla cintura hanno il cingolo, simbolo del sacrificio; sul petto lo scapolare, l’abitino color marrone, segno dell’appartenenza alla Confraternita e privilegio, anzi “Decor Carmeli”, proprio del Carmine. C’è anche il cappello, ad indicare il rispetto e l’ossequio del pellegrino. Infine si caratterizzano per la presenza del cappuccio, che nasconde il volto, e per il bordone, il bastone dei pellegrini.

10 Processione di giorno

11 Processione dei Misteri

12 Crocieferi

13 Crociferi

Il venerdì Santo i pappamusci continuano il loro pellegrinaggio durante la mattina, che è accompagnata dalle processioni di tre statue raffiguranti la Vergine Desolata, che ogni anno (essendo sei le confraternite) cambiano. La sera è, invece, dedicata alla processione dei Misteri, simbolo della morte di Cristo. Durante la processione, aperta dalla Croce dei Misteri, sfilano i confratelli delle varie congreghe trasportando le statue rappresentanti i vari momenti della Passione, realizzate in cartapesta policroma dell’Ottocento e montate su lettighe nell’area ottagonale all’interno della Chiesa di Santa Chiara dove sono conservate. Un passo lento conduce l’intera processione per le vie principali di Francavilla, guidato dal suono della “trenula”. Un momento particolare è costituito dai “Crociferi”, penitenti o semplicemente devoti, anch’essi scalzi ed incappucciati (per rimanere anonimi), che trasportano pesanti travi di legno sulle spalle, La processione è conclusa dal clero cittadino, che precede la statua di Cristo morto, portata in spalla dai confratelli della Morte.

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Manifestazione all’Aquila di Stefano Marcovaldi

Il 6 aprile sono dieci anni che è avvenuto il terremoto all’Aquila.

Già dal 2010 e per alcuni anni a seguire ho iniziato a fotografare all’interno della Zona Rossa, con tanto di permessi e scortato da vigili del fuoco e soldati, attenendomi a delle severe regole di spostamento. Ho così potuto effettuare molteplici scatti. 

Il 20 Novembre 2010 in occasione di una grande marcia per le strade dell’Aquila sono andato per effettuare una copertura mediatica per conto sia degli organizzatori della manifestazione che per “Shot4change” un collettivo di fotoreporter che gratuitamente mette a disposizione la propria opera a chi non può pagare tali servizi di reportage.

Per questa occasione ho scelto alcune foto, alcune molto commoventi ed altre dove gli aquilani manifestavano in maniera forte contro le istituzioni.

 

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