REB Concours 2021

foto di copertina di Sergio D’Alessandro

“Roma Eternal Beauties”- The Reb Concours, manifestazione dedicata alle auto storiche a cui partecipano vetture prodotte dall’inizio del Novecento agli anni ’70. Il concorso si è svolto presso il Circolo del golf Acquasanta di Roma dal 21 al 23 di giugno 2021. Si è aggiudicato il titolo di “Bella come Roma” la Ferrari 250 GT California del 1960″ appartenente al Principe Ruspoli.

foto di Sergio D’alessandro – Ferrari 250 GT California 1960, accanto il proprietario Principe Ruspoli
Qui di seguito alcuni scatti dei soci appartenenti al circolo PhotoUp
foto di Lucilla Silvani

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  • foto di Lucilla Silvani

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foto di Lucilla Silvani

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foto di Sergio D’Alessandro – Alfa Romeo 8C 2900 Speciale Tipo Le Mans 1938 – (Museo Storico Alfa Romeo-Arese)

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foto di Sergio D’Alessandro

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foto di Antonietta Magda Laini  

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foto di Antonietta Magda laini

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foto di Antonietta Magda Laini
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foto di Antonietta Magda Laini
Premiazione di Anna Ranucci (circolo PhotoUp) fra i vincitori del concorso fotografico dell’anno precedente organizzato nell’ambito dell’evento stesso.
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foto di Sergio D’Alessandro

Letizia Battaglia

di Elisabetta Manni

La fotografa di questo mese non poteva che essere Letizia Battaglia venuta a mancare proprio qualche ora fa.

Letizia Battaglia non solo è stata la fotografa italiana più influente del nostro secolo ma fu anche una donna combattente, gran parte della sua carriera la dedicò al racconto più tetro della sua amata Palermo: i palermitani, vittime innocenti, e le stragi di mafia.

Foto di Franco Zecchin

Nasce e cresce nella Palermo degli anni ’30 e la sua voglia di libertà già iniziò a farsi sentire. Iniziò a lavorare a 34 anni come fotoreporter nel giornale locale “L’ora”. Come disse in una sua intervista: “Cominciai a capire che la fotografia mi piaceva più della scrittura, che il giornalismo non era ciò che volevo fare. Con la fotografia sentivo che potevo raccontare anche me stessa”. Diventò così la prima fotoreporter italiana e riuscì a guadagnarsi il rispetto degli altri fotografi, rigorosamente tutti maschi.
Da subito cominciò a fare i conti con gli omicidi di mafia, iniziò quindi a raccontare Palermo: una città in lotta con un nemico quasi invisibile.


Una delle sue fotografie più significative, non solo per l’evidente collegamento con il nostro attuale Presidente della Repubblica, è senz’altro l’attentato a Piersanti Mattarella. Una composizione ordinata e precisa nella più totale confusione che riesce ad incorniciare un momento cruciale di un intero paese. Senza dimenticare il ritratto di Giovanni Falcone, scattato a pochi giorni dalla strage di Capaci.

Letizia Battaglia spese l’intera esistenza a dare dignità alla sua città, una dignità che per molto tempo è stata stracciata dai mafiosi. Sono tantissime le fotografie significative scattate da Letizia Battaglia, un archivio storico-fotografico di Palermo e della sua più grande guerra. Tuttavia, nelle sue foto non c’è solo il racconto delle stragi di mafia ma anche quello degli abitanti della città, dei suoi amati conterranei. I soggetti preferiti erano i bambini, così spontanei e spavaldi davanti all’obbiettivo.

Nel 1985 riceve il “Premio Eugene Smith”, prima fotografa donna europea a ricevere un premio così prestigioso. In tutti questi anni espose nei più famosi e importanti musei del mondo ma è a Palermo che decide di aprire il primo “Centro Internazionale di Fotografia”.
Nel 2019 il regista inglese Kim Longinotto realizza il documentario: “Shooting the Mafia”, con l’intento di raccontare non solo la fotografa ma anche la persona, ciò che era e ciò che è stata Letizia Battaglia.

“La paura non deve condizionarci. La paura è un lusso. io non posso avere paura, noi non dobbiamo avere paura. Io mi sento libera perché sono libera dentro.”

[Letizia Battaglia]

Eve Arnold

di Elisabetta Manni

Eve Arnold è la seconda fotografa che andremo a raccontare all’interno del nostro percorso alla scoperta delle donne nel mondo della fotografia.

Eve nasce nel 1912 a Philadephia da una famiglia di origini russe. il padre crebbe i propri figli secondo i valori socialisti e di uguaglianza, probabilmente è proprio grazie alla figura paterna che Eve crebbe con l’idea di poter diventare chiunque e di poter fare qualsiasi cosa. Come sappiamo, in una società come quella degli anni ’20 e ’30 non era permesso alle donne fare determinati lavori, anche in una società come quella degli Stati Uniti. Iniziò ad avvicinarsi alla fotografia per casualità quando le venne regalata una macchina fotografica, una Rolleircord di medio formato. Trasferitasi a New York, iniziò così il suo percorso da autodidatta in una New York ricca di spunti ad ogni angolo della strada. in seguito, intraprende un corso di fotografia di breve durata, circa sei settimane. Il primo assignment del corso fu un lavoro sulla moda, Eve si trovò spiazzata, non era ciò a cui era abituata anzi, era un passo ben oltre la sua “comfort zone”. Ebbe l’idea di chiedere alla tata del figlio di accompagnarla nel suo quartiere, Harlem, dove si tenevano in media dalle 200 alle 300 sfilate all’anno. Per un’autodidatta non fu particolarmente facile scattare delle foto in un luogo dove la luce scarseggiava e dove i soggetti erano per lo più in movimento, tuttavia, a Alexey Brodovitch, direttore di Harper Bazar, l’idea piacque talmente tanto da suggerirle di proseguire. Anche se le foto riscossero un notevole successo fu difficile riuscire a trovare nell’America degli anni ’50 un giornale che ebbe l’audacia di pubblicare un reportage fotografico con degli afroamericani. Il Picture Post, rivista fotogiornalistica inglese, fu l’unico a pubblicare il suo reportage e a dedicargli ben otto pagine. Proprio grazie a quelle otto pagine che si fece notare dall’Agenzia Magnum, che il quel periodo stava aprendo la sua sede proprio a New York.
Eve Arnold non ha mai negato che all’interno dell’ambitissima agenzia fotografico ha dovuto lavorare duramente e il doppio rispetto ai suoi colleghi uomini, ed è solo dopo qualche anno, nel 1957, che diventa socia a tutti gli effetti: prima fotografa donna dell’agenzia MAGNUM.

Da qui in poi iniziò a cercare storie da raccontare con la sua macchina fotografica, reportage che sono ancora impressi nella memoria collettiva. L’incontro con il mondo di Hollywood avvenne per puro caso quando venne chiamata da Esquire Magazine per chiederle di fotografare Marlene Dietrich. Gli scatti dell’attrice furono soltanto l’inizio di una lunga serie di ritratti a celebrità e personaggi importanti. Solo con una ebbe una relazione speciale, la leggenda per eccellenza di Holywood: Marilyn Monroe.
Con Marilyn Monroe non si trattò solo di lavoro ma riuscì a instaurare un legame d’amicizia solido e profondo.

Nel 1960 sente il dovere di raccontare le lotte per i diritti deigli afroamericani che si diffusero in tutto il Nord America. Per conto di Life Magazine, seguì Malcom X nel suo viaggio lungo il paese. Eve ammise che fu uno dei suoi reportage più complicati poiché essere una donna bianca con la macchina fotografica al collo non era un privilegio, al contrario. Nonostante ciò, riuscì imperterrita a portare a termine il suo lavoro in modo straordinario.

La sua carriera fotografica continuò così, fra qualche scatto ad Hollywood e qualche scatto in giro per il mondo a raccontare storie. Ma che si parli di celebrità o di storie di pura realtà, al centro di ogni suo lavoro c’è sempre stato un solo soggetto: la donna.
Lei stessa afferma che: “Alcuni temi ricorrono con frequenza nel mio lavoro. Sono stata povera e ho voluto documentare la povertà; ho perso un figlio e sono stata ossessionata dalla voglia di fotografare la nascita; mi ha interessato la politica e ho voluto capire quali fossero i suoi riflessi sulla vita di tutti i giorni. Sono una donna, e ho voluto conoscere altre donne”.

Nel 1980, l’American Society of Magazine Photographers le conferisce il premio per il suo lavoro “In China” esposto lo stesso anno al Brooklyn Museum.

Proseguì il suo lavoro di fotografa fino a quando non si spense all’età di 99 anni nella sua casa a Londra.

Contest di febbraio: La foto pubblicitaria

Il contest di questo mese prevedeva la realizzazione di un’immagine di presentazione pubblicitaria di un oggetto, prodotto o altro ancora oppure di un servizio culturale, commerciale, o finalizzato all’inserimento lavorativo.

Qui di seguito le tre foto che hanno partecipato e che hanno ottenuto un’uguale valutazione

Lucilla Silvani
Il Caffé del Buongiorno di Maria Luisa Giorgi
In tavola ogni giorno è sempre festa di Massimo Giannetti

Contest di novembre – I lavori artigianali

Il contest di novembre “I lavori artigianali” prevedeva un brevissimo reportage di tre foto. In copertina quello più votato: ” l’arte della liuteria” di Sergio D’Alessandro. Di seguito i lavori degli altri soci.

Elisabetta Manni
“Al lavoro” di Antonella Simonelli
Maurizio De Angelis
“Artigianato del cristallo in Val d’Elsa” di Massimo Giannetti
“Il ramaio di Montepulciano” di Antonietta Magda Laini
“Storia di un laboratorio” di Michela Poggipollini
“Boccione al Ghetto” di Stefano Marcovaldi

Prato di Campoli – I colori dell’autunno

foto di copertina di Aldo Carumani

Alcuni soci del nostro circolo fotografico si sono recati alla fine di ottobre a Prato di Campoli, località naturalistica situata nel comune di Veroli. Di seguito una parte delle immagini “catturate” nella faggeta.

Elisabetta Manni
Elisabetta Manni
Lucilla Silvani
Lucilla Silvani
Sergio D’Alessandro
Sergio D’Alessandro

La località naturalistica è situata a 1143 metri d’altitudine ed è un punto di partenza per escursioni sulle cime dei monti Ernici.

Simona Santacesaria
Simona Santacesaria
Maurizio De Angelis
Maurizio De Angelis
Aldo Carumani
Antonietta Magda Laini
Antonietta Magda Laini

Ritorno ad Ostiense – Il complesso del nuovo Rettorato dell’Università Roma Tre

Testo e foto di Sergio D’Alessandro

Questa serie di foto “racconta” il primo impatto con il complesso del nuovo Rettorato dell’Università Roma Tre divenuto operativo a fine settembre, nel senso che gli uffici vi si stanno progressivamente trasferendo anche se la struttura non è ancora aperta al pubblico. 

Questo è il motivo per cui tutte le foto sono scattate dall’esterno del complesso, da dove, comunque, la bellezza si coglie appieno, come pure l’evidente riferimento ad uno dei simboli storici dell’area di Ostiense: il Gazometro.

Il complesso è stato progettato e realizzato dallo studio MCA – Mario Cucinella Architects di Bologna ed occupa l’area dove sorgeva l’Ente di Consumo tra via Ostiense, via degli Argonauti e via Libetta.

Al suo interno, oltre agli uffici, ci sono l’aula magna, aule per la didattica, la “piazza telematica” e sale riunioni varie; oltre ai nove livelli fuori terra, vi sono due livelli di parcheggi.

Due aspetti a cui è stata riposta molta attenzione sono la quasi totale autosufficienza energetica e la vasta presenza di elementi di vari tipi di piante.

Un particolare che mi piace segnalare riguarda la foto n.7 in cui si vedono riflessi sia il ponte Spizzichino (in qualche modo un nuovo elemento caratterizzante l’area di Ostiense) che l’edifico dove hanno sede sia Officine Fotografiche che l’Associazione Culturale Controchiave.

In ultimo un accenno al titolo: dopo tre anni di foto sul quartiere che il Circolo ha esposto in varie occasioni (principalmente in collaborazione con l’Associazione Culturale Controchiave e le sue iniziative), sono tornato a fotografare il quartiere di Ostiense.  E non è finita …..

Margaret Bourke-White

di Elisabetta Manni

Dopo Milano, arriva a Roma la retrospettiva sulla fotografa Margaret Bourke-White: “Prima, donna”, in esposizione fino al 27 febbraio 2022 al Museo di Roma in Trastevere.

Ed è proprio con lei che vogliamo cominciare una raccolta dedicata alle fotografe che hanno lasciato il segno nel mondo della fotografia. Non è un caso se abbiamo voluto iniziare proprio con lei. Margaret Bourke White, infatti, viene considerata la prima donna fotografa, la prima ad entrare nel Pantheon dei grandi fotografi della rivista LIFE.

“Se ti trovi a trecento metri di altezza, fingi che siano solo tre, rilassati e lavora con calma”

Figlia di mezzo di una famiglia borghese del Bronx, inizia a studiare biologia al college; immediatamente, intuisce che il suo posto non è il laboratorio, ma il mondo. Si avvicina alla macchina fotografica un po’ per caso. Durante la sua infanzia non ebbe modo di sperimentare con la fotografia, si limitava ad osservare il padre, un inventore, che abitualmente si interessava di macchine fotografiche in cerca di una nuova invenzione.

Lasciato il college, a venti anni intraprende la carriera fotografica aprendo il suo studio fotografico. Inizia a cimentarsi nella fotografia industriale e le sue foto attirarono subito un cospicuo numero di clienti. Con la macchina fotografica riusciva a donare sinuosità e morbidezza a materiali come acciaio e ferro; tubi e ciminiere si trasformavano in forme astratte e oniriche. Le fabbriche erano un luogo confortevole; il fuoco non lo temeva, anzi si avvicinava pericolosamente pur di portare a casa lo scatto perfetto.

Nel 1929 viene contattata da Henry Luce, caporedattore del Time, per collaborare alla nuova rivista, Fortune. Non ci volle molto per farsi notare, infatti, qualche anno dopo, la sua foto della diga di Fort peck, in Montana, venne pubblicata come immagine di copertina. Prima di allora nessuna fotografa aveva avuto una foto pubblicata in un giornale così importante come il TIME. Inevitabilmente segnò una svolta storica nel campo della fotografia soprattutto per le donne. Erano gli anni ’30 e anche in una nazione moderna come gli Stati Uniti d’America le donne dovevano lottare per far valere il proprio lavoro. Quindi, la foto di copertina, oltre ad essere una foto valida, diventava un simbolo per tutte le fotografe.

L’audacia di Margaret Bourke-White non si fermò. Continuò la sua prima passione, la fotografia industriale, ma allo scoppio della seconda guerra mondiale si ritrovò in Europa come fotografa di guerra. Una delle foto più importanti che scattò durante la sua carriera fu quella scattata durante il suo soggiorno a Mosca. Era il 1941 e Margaret Bourke-White fu l’unica fotografa e l’unica straniera a riuscire a fotografare Iosif Stalin in URSS. L’unica americana in URSS.

All’età di cinquant’anni le venne diagnosticato il Parkinson. Nonostante ciò, continuò a fotografare fino a quando la malattia glielo permise. Proprio durante questo periodo si avvicinò alla scrittura lasciandoci in dono la sua autobiografia “il mio ritratto”.

Nel 1989 l’attrice Farrah Fawcett interpreta la fotografa nel film autobiografico “Double exposure: the story of Margaret Bourke-White”, regia di Lawrence Schiller.

“Nenet children” di Eugenio Fieni – commento di Enrico Maddalena

Testo di Enrico Maddalena

Foto “Nenet children” di Eugenio Fieni

Nel numero di ottobre di Fotoit, nella rubrica  Singolarmente Fotografia, è stata pubblicata una foto di Eugenio Fieni commentata da Enrico Maddalena, socio del circolo “Amici dell’immagine” di Magliano de’ Marsi e docente FIAF.

Il più ampio commento descrive le difficoltà di un lettore di fotografia  di fronte ad un’ immagine, in particolare quando lo spazio convenuto è limitato a 800/900 battute.

Sono uno dei collaboratori della rivista Fotoit della FIAF. E così, di tanto in tanto mi arrivano dei portfoli o delle foto singole da commentare: “Enrico, hai voglia di commentare questa foto? Puoi? Ti ricordo che il testo nella rubrica “Singolarmente fotografia”, al contrario delle altre rubriche, deve mantenersi sugli 800 – 900 caratteri spazi compresi”. “Ma certamente!” è la risposta.

Intanto guardo la foto e mi chiedo: e che scrivo? E’ un ritratto, un primo piano con pochi elementi. Come arrivo a 800 caratteri? Mi metto alla tastiera e immancabilmente, iniziando a guardare l’immagine, mi rendo conto che non mi basterebbero dieci pagine. Ogni volta è così: imbarazzo all’inizio, ma poi le dita volano da sole sulla tastiera, così che ogni volta mi ritrovo a rispondere fiducioso: “Ma certamente!”

È solo un primo piano di un bambino o una bambina, sotto una folta pelliccia. Lo sfondo sfuocato e limitato dalla lunga focale mi dà poche informazioni: neve e due tende. Assieme alla foto non mi arriva null’altro. So soltanto il nome dell’autore e il titolo, quasi sempre in inglese… mah, una scelta che non capirò mai visto che siamo fra italiani. Ma “Nenet” mi dà l’indicazione del popolo di appartenenza e del luogo. Scrivo due brevi righe in proposito, considerato che su una rivista di fotografia si deve parlare soprattutto dell’immagine. E l’immagine contiene numerose, infinite informazioni, semplice che voglia essere. Gli occhi a mandorla ci danno qualche informazione sull’etnia.

Ci sono molte cose che la fotografia non può registrare, come i rumori, i profumi, il freddo e il caldo. Ma in molti casi può farlo attraverso indizi. Il vento può essere evocato dalle erbe piegate e dai rami rivolti tutti da una parte. Qui la folta pelliccia che lascia libero solo l’ovale del volto, ci parla delle gelide temperature di quei luoghi. Di conseguenza noti anche le scelte del fotografo: le cromie sono sulle tinte calde, sui bruni e nemmeno nelle ombre del paesaggio c’è un cenno di azzurro. Una scelta che si spiega con l’intenzione del fotografo mirata tutta al ritratto. Il bimbo è in primo piano, al centro e occupa tutta l’inquadratura. Poi noti un’altra cosa che con alta probabilità nemmeno l’autore avrà notato. Sì, perché a differenza del disegno, dove tutto ciò che è sul foglio è solo e tutto quanto sei riuscito a vedere, la foto registra anche tutto ciò che all’atto dello scatto non avevi notato. Così mi appaiono chiare due diagonali che attraversano il quadro e che si incontrano al centro del viso. Due diagonali che iniziano in basso seguendo la linea delle spalle e si proseguono in alto attraverso i bordi delle tende. Due triangoli, anzi quattro che convergono al centro, nell’ovale del volto.

La scelta della pdc ridotta assieme alla ripresa ravvicinata è quella giusta quando a interessare non è l’ambiente ma la persona. E della persona l’animo, i sentimenti, perché diversamente si sarebbe scelta una figura intera.

Ma poi ti vengono in mente altre considerazioni, e pensi che inquadrare è frutto di una scelta e significa includere ma al tempo stesso escludere. E quindi pensi al campo e al fuori campo. E pensi a quel fuori campo che non è ai lati dell’inquadratura e non è nemmeno davanti, magari occultato da una tenda. Pensi al fuori campo che è dietro la fotocamera e che include il fotografo. E quando il soggetto guarda in macchina, lo evoca, lo rivela quel fuori campo (che in gergo cinematografico viene nominato “quarta parete”). Così che l’immagine rivela una relazione fra il bambino e il fotografo. E inizi a pensare a un altro fuori campo, quello temporale: cosa avrà detto il fotografo al bambino per porlo davanti alla fotocamera? E cosa dopo lo scatto? Gli avrà fatto una carezza? Gli avrà offerto una caramella? Il bimbo sarà corso dai genitori o si sarà attardato a guardarsi sul display? E osservi il suo sguardo serio e triste. Espressione del carattere o imbarazzo nei confronti dell’adulto che lo sta osservando attraverso il mirino della reflex?

Continuando a osservare la foto, noti altro. Noti che, in fondo, quel bambino sta guardando te ora. E ti accorgi che quello sguardo non ti fa più uno spettatore esterno, ma ti trascina dentro la foto, in un colloquio muto al di là dello spazio e del tempo.

Solo 800 – 900 battute spazi compresi? E come faccio?

Enrico Maddalena