Contest di marzo: “Still life”. La foto più votata.

Per il contest di marzo l’immagine più votata dai soci è stata quella di Simonetta Orsini (foto in copertina).

La seconda foto più votata è quella di Antonella Simonelli:

Antonella Simonelli- The time of the coronavirus
Antonella Simonelli- The time of the coronavirus

 

Al terzo posto, a pari merito ci sono le foto di Michela Poggipollini e Massimo Giannetti.

Michela Poggipollini
Michela Poggipollini
Massimo Giannetti-Noci
Massimo Giannetti- Noci

Di seguito, le altre immagini proposte dai soci :

Aldo Carumani
Aldo Carumani
Corrado Seller
Corrado Seller
Elisabetta Manni
Elisabetta Manni
Federico Mammana- Sacrificio
Federico Mammana- Sacrificio
Giuseppe Giovine- STILL LIFE AI TEMPI DEL COVID-19
Giuseppe Giovine- STILL LIFE AI TEMPI DEL COVID-19
Lillo Fazzari
Lillo Fazzari
Lucilla Silvani
Lucilla Silvani
Lucio Baldelli
Lucio Baldelli
Maria Elena Ania
Maria Elena Ania
Maria Luisa Giorgi
Maria Luisa Giorgi
Maurizio De Angelis
Maurizio De Angelis
Sergio D'Alessandro-Natura morta
Sergio D’Alessandro-Natura morta
Stefano Marcovaldi- Quarantine
Stefano Marcovaldi- Quarantine

Metropoli di Gabriele Basilico

di Antonella Simonelli

Il 25 gennaio si è aperta al Palazzo delle Esposizioni a Roma una grande mostra dedicata ad uno dei più importanti fotografi italiani ed internazionali.

La mostra curata da Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia è incentrata sul tema della città con oltre 250 foto di diversi formati dagli anni Settanta al Duemila.

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Il paesaggio antropizzato, il suo sviluppo problematico e contraddittorio, le sue straficazioni create dal tempo, dai margini alle periferie in continua trasformazione sono stati sempre l’universo della sua ricerca. Lo attrae l’architettura “media”come lui la definisce, le periferie, i porti ,dichiarando di essere vittima di una sorta di fascinazione per il cemento. Scrive Basilico: “quello che mi interessa in modo costante, quasi ossessivo è il paesaggio urbano contemporaneo, fenomeno sociale ed estetico di grandi, rapide, incontenibili trasformazioni in atto nelle città del pianeta e penso che la fotografia sia stata, e continui forse ad essere uno strumento efficace e particolarmente sensibile per registrarlo”.

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Il percorso espositivo si articola in cinque capitoli:

Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980, il primo grande progetto realizzato da Basilico.

Le sezioni del paesaggio Italiano, sei itinerari realizzati nel 1996 insieme a Stefano Boeri e presentati alla Biennale di Architettura di Venezia.

Beirut, due campagne fotografiche realizzate nel 1991 in bianco e nero e nel 2011 a colori.

Le città del mondo, le città dei suoi viaggi nel tempo ,da Bari a Napoli ad Istanbul, a Gerusalemme, Shanghai, Mosca, New York e Rio de Janeiro……

Inoltre, a corredo della mostra, viene presentata un’ampia biografia del fotografo che racconta la sua attività artistica e professionale

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Con un occhio attento Basilico documenta la contemporaneità e l’aspetto irreversibile dell’urbanizzazione nelle città che incontra. Tra assonanze e differenze le città che ci propone dialogano fra loro e noi passo dopo passo ci muoviamo tra verticalità, grattacieli, architetture allungate, disomogeneità, porti e rovine o i contorni indefiniti della città di Roma.

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Palazzo delle Esposizioni – Roma – Via Nazionale 194

25 gennaio – 13 aprile 2020

www.palazzoesposizioni.it

www.arte.it

Contest di febbraio: “fotografare l’arte con arte”. La foto più votata.

Per il contest di Novembre proposto da Antonella Simonelli l’immagine più votata è stata quella di Massimo Giannetti (in copertina).

Di seguito le altre immagini proposte dai soci :

Anna Ranucci
Anna Ranucci
Antonella Simonelli
Antonella Simonelli

 

Lillo Fazzari
Lillo Fazzari
Lucio Baldelli
Lucio Baldelli
Maurizio De Angelis
Maurizio De Angelis
Monica Ferzi
Monica Ferzi
Sergio D'Alessandro
Sergio D’Alessandro
Simonetta Orsini
Simonetta Orsini
Solmaz Nourinaeini
Solmaz Nourinaeini

CHILDREN ( Erwitt – McCurry – Mitidieri)

di Antonella Simonelli

Ancora per pochi giorni è visitabile la mostra fotografica Children con cui Bologna celebra i diritti dei bambini in occasione dei 60 anni della Dichiarazione dei diritti del fanciullo e dei 30 anni della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Gli scatti dei tre autori Erwitt, McCurry e Mitidieri profondamente diversi dal punto di vista espressivo sono accomunati dall’identica volontà di testimoniare in prima persona le vicende dei bambini che hanno incontrato negli angoli più remoti del mondo.

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Con questi presupposti i tre autori sono stati messi in scena nel palcoscenico della mostra dallo scenografo Peter Bottazzi che ha progettato le tre aree dove troviamo in modi differenti  rappresentato  il mondo dell’infanzia.

Nella prima area troviamo le immagini a colori di Steve McCurry, esse  rimandano ad una struttura che ricorda una giostra. La seconda area è occupata dalle fotografie di Mitidieri collocate su blocchi di legno quasi a ricreare le costruzioni con cui gioca il bambino da piccolo. Nella terza sezione invece abbiamo le immagini di Elliott Erwitt allestite su una specie di abaco ,uno degli strumenti piu antichi utilizzati per l’apprendimento e lo studio, un diritto, spesso negato, all’istruzione e alla conoscenza.

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Un catalogo di immagini , quelle  di Steve McCurry , che coglie come solo lui sa fare lo stupore , la meraviglia , l’intensita nello sguardo di chi  è fotografato, oppure quelle di Dario Mitidieri che con il suo bianco e nero ci da una partecipazione diversa ma non meno intensa di quella che Hannah Arendt definiva la “banalita del male” o attraverso la commedia umana che Erwitt rappresenta come lo scorrere del tempo che diventa storia .

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Una riflessione, insomma , sull’infanzia e i diritti , spesso negati, che gli appartengono.

Bologna, 20 novembre 2019- 6 gennaio 2020

Auditorium Enzo Biagi- Biblioteca Salaborsa

Identificazioni Visionarie di Antonella Simonelli

Girovagando nelle stanze dei musei ti accorgi che quello che hai davanti agli occhi è qualcosa di vitale. Da qui una riflessione sul rapporto tra opera d’arte e spettatore. Molto spesso colui che guarda nell’opera si riflette ma anche si perde, nonostante si metta di fronte all’opera ben strutturato con le sue conoscenze, le sue esperienze, le sue emozioni, a volte trova in essa qualcosa in cui perdersi, un io che non è il suo io ma un’identità aperta, spesso ritroviamo noi stessi dopo esserci smarriti. Da qui l’idea che colui che guarda da senso all’opera: dalla relazione tra ciò che vede e ciò che questo gli provoca si attua quell’esperienza di perdita che in realtà permette di conoscersi. Allora se l’opera viene vitalizzata da colui che guarda, allo stesso modo il visitatore guardando vive un’esperienza di identificazione visionaria che in un modo o nell’altro può trasformarlo e cambiarlo.

Con queste foto cerco di raccontare tutto questo su un piano metaforico e simbolico e in un linguaggio estetico il più vicino possibile all’esperienza vissuta.

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Mondo Perduto di Paolo Di Paolo

di Antonella Simonelli

Nel 1966 Paolo Di Paolo , con la chiusura del “Mondo”, la rivista fondata da Mario Pannunzio e con la quale aveva collaborato dal 1954, lascia la fotografia. Fino ad allora aveva raccontato i protagonisti del mondo dell’arte, della cultura e del cinema ma anche la gente comune in un paese che stava rinascendo dalla tragedia della guerra. Così nel 1966 esce l’ultimo numero del “Mondo” con un bellissimo editoriale di Pannunzio che ne annunciava la chiusura . Il giorno stesso Di Paolo scrive un telegramma al direttore : “Oggi muore l’ambizione di essere fotografi “. Cominciava l’epoca del narcisismo senza anima e Di Paolo dichiarera’ di “aver smesso di fotografare per amore della fotografia “e  trasferirà i suoi 250.000 negativi in cantina, dove rimarranno dimenticati finchè la figlia Silvia li ritrova una ventina di anni fa . 250 foto di quell’archivio sono il nucleo del “Mondo Perduto” la mostra esposta oggi al Maxxi di Roma.

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La mostra qui realizzata, con un percorso fluido e permeabile, ci conduce negli ambiti di interesse di Paolo Di Paolo : la società italiana raccontata dalla città al contesto rurale, i ritratti di scrittori, poeti, artisti, attori, politici, che Paolo di Paolo ha l’abilità di raccontarci “pensosi ma senza pensiero, ammiccanti senza la consapevolezza del gioco seduttivo “ ( Roberto Cotroneo – La Repubblica ) e i viaggi che ha compiuto in tutto il mondo.

Lui scopre le facce vere, lo spessore umano in un tempo dominato dai giochi di superficie. Le sue foto obbligano il lettore a leggere l’immagine partendo dal soggetto per scoprire poi tutto intorno gli elementi dello spazio che lo circonda rendendolo centrale e protagonista. Tutto questo si puo’ vedere bene nei ritratti di Pasolini, a cui è dedicata un’altra speciale sezione in mostra. E’ ritratto molte volte sul set dei suoi film ma anche in immagini private in casa con la madre, al Monte dei Cocci a Roma o in raccoglimento sulla tomba di Antonio Gramsci.

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Di Paolo ha con Pasolini un rapporto speciale, nel 59 partono insieme, commissionati dal “Mondo“, per realizzare un servizio, “ La lunga strada di sabbia”, sulle vacanze estive degli italiani. Nel corso della prima tappa da Roma a Ventimiglia capiscono di cercare cose diverse, Pasolini rincorreva un mondo perduto che non c’era più, Di Paolo invece un’Italia che guardava al futuro. Decidono quindi di concludere il viaggio al Sud ognuno per conto proprio, ma questo non compromettera’ il loro rapporto . Un’altra sezione della mostra e’ dedicata a questo viaggio.

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Suggestiva e’ anche, al centro della mostra, la ricostruzione fisica della redazione della rivista “Il Mondo” che ha rappresentato per l’Italia un luogo di cultura alta e liberale, un tentativo di costruire uno spazio politico ricco di idee e proposte, ed e’ senz’altro questa rivista a costituire il cuore del lavoro di Paolo Di Paolo, un esempio ancora valido oggi di saper coniugare racconto della realtà, dovere d’informazione e sensibilità artistica.

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Maxxi Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Via Guido Reni,4A   Roma

17 marzo-30 giugno

 

 

Identificazioni visionarie di Antonella Simonelli

Concorso Portfolio in mostra – Apertura mostra lunedì 8 aprile – Spazio Piano Aule

fotografie di Antonella Simonelli

 Identificazioni visionarie       

Girovagando nelle stanze dei musei ti accorgi che quello che hai davanti agli occhi è qualcosa di vitale. Da qui una riflessione sul rapporto tra opera d’arte e spettatore. Molto spesso colui che guarda nell’opera si riflette ma anche si perde, nonostante si metta di fronte all’opera ben strutturato con le sue conoscenze, le sue esperienze, le sue emozioni, a volte trova in essa qualcosa in cui perdersi, un io che non è il suo io ma un’identità aperta, spesso ritroviamo noi stessi dopo esserci smarriti. Da qui l’idea che colui che guarda da senso all’opera: dalla relazione tra ciò che vede e ciò che questo gli provoca si attua quell’esperienza di perdita che in realtà permette di conoscersi. Allora se l’opera viene vitalizzata da colui che guarda, allo stesso modo il visitatore guardando vive un’esperienza di identificazione visionaria che in un modo o nell’altro può trasformarlo e cambiarlo.

Queste foto cercano di raccontare tutto questo su un piano metaforico e simbolico e in un linguaggio estetico il più vicino possibile all’esperienza vissuta.

 

Officine Fotografiche Roma- via G. Libetta, 1- 00154 Roma

08-19 aprile 2019 spazio aule

orario visite: lunedì-venerdì 10.00/13,30 – 14,30/19,00

 

 

 

 

 

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Mostra fotografica: Visioni di Gruppo#7

Venerdì 14 dicembre si è inaugurata nella sede romana di Officine fotografiche la mostra annuale “Visioni fotografiche#7” nella quale hanno esposto due soci del Circolo Antonella Simonelli e Stefano Marcovaldi. la mostra sarà aperta fino al 10 gennaio.

 

 

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Foto di Antonella Simonelli

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Foto di Stefano Marcovaldi

Paolo Pellegrin. Un’antologia

di Antonella Simonelli

Dal 7 novembre 2018 è possibile visitare al Maxxi di Roma la mostra “Un’antologia” di Paolo Pellegrin.

Si tratta di oltre 150 scatti che ci introducono all’interno del percorso creativo che ha animato la ricerca del grande fotografo. Un percorso lungo due anni attraverso il quale possiamo ripercorrere il lavoro di Pellegrin che fonde documentazione e arte.

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Paolo Pellegrin è stato vincitore di ben 10 edizioni del World Press Photo Awards e dal 2005 è membro permanente dell’agenzia Magnum.

Contestualmente a questa mostra il Maxxi ha richiesto al fotografo di realizzare un lavoro dedicato all’Aquila e alla sua ricostruzione.

Un allestimento sofisticato che passa dal buio alla luce in un percorso che per Pellegrin è la metafora stessa delle manifestazioni più estreme dell’essere umano.

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Da un antro oscuro in penombra corredato dall’immagine e dal suono del mare si entra in uno spazio completamente buio dove sono esposte foto di Gaza e Guantànamo, impressionanti le gigantografie dei tre prigionieri dell’Isis in attesa di essere processati, e poi ancora la battaglia di Mosul, la madre di tutti i conflitti. Gaza, Beirut, El Paso, Tokyo, la guerra, i suoi danni ma anche la bellezza dell’umanità nelle sue espressioni più profonde.

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In fondo alla galleria troviamo gigantografie di ritratti, “ghost” come li definisce lo stesso Pellegrin, che fanno da tramite per il passaggio ad un ambiente completamente bianco e luminoso dove troviamo foto come quelle dei ghiacci dell’Antartide o come la spiritualità di una delle foto più rappresentative dell’umanità di Pellegrin: i giovani palestinesi che fanno il bagno nel Mar Morto.

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Queste due parti della mostra sono unite tra loro da un corridoio dove troviamo una quantità immensa del materiale con cui Pellegrin lavora (disegni, taccuini, fotografie, appunti, portfoli….) che ci introduce e ci spiega il processo creativo e la ricerca con cui Pellegrin lavora. Ne viene fuori quella che per lui è l’essenza della fotografia, una vera e propria lingua fatta di regole e di istinto dove il soggetto “l’essere umano” è in stretto contatto con i luoghi e gli avvenimenti.

Quello che resta di questa mostra antologica di Paolo Pellegrin è che “il reportage” come afferma Celant, curatore della mostra ”non è un’operazione accelerata e veloce, distaccata e fredda, ma come per Walker Evans e Lee Friedlander, è una manifestazione dell’interpretazione personale, che si alimenta di estetica e di espressività, di angoscia di sofferenza…………Le sue fotografie sono frammenti di una scrittura per immagini e riflettono un tempo storico………..ma esse diventano anche una storia privata di Pellegrin che sente la necessità di condividere, con la sua presenza e la sua testimonianza la responsabilità della nostra cultura verso questi eventi drammatici.”

 

7 novembre 2018 -10 marzo 2019

Maxxi- Via Guido Reni 44, Roma

 

When Will It Be Tomorrow di Sylvia Plachy

di Antonella Simonelli

 Il 22 giugno si è inaugurata presso il Museo di Roma in Trastevere la mostra retrospettiva “When Will It Be Tomorrow “della fotografa americana di origini ungheresi Sylvia Plachy e vi rimarrà fino al 2 settembre. La mostra è curata da Gabriella Csizek e fa parte di Fotoleggendo il festival della fotografia di Roma che quest’anno è alla sua quattordicesima edizione.

“Quando sarà domani? Era quello che chiedevo ogni notte prima che mia madre mi baciasse e spegnesse la luce. Non c’era risposta, solo una bambina, una brezza che passava attraverso una finestra aperta e il cielo celeste.”

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Proprio da queste parole prende l’avvio la mostra di Sylvia Plachy, un excursus di circa centoventi stampe, sessant’anni del suo lavoro dal 1958 al 2018.

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Il suo modo di fotografare è una “ribellione contro la tirannia della progressione del tempo”, esiste solo l’incanto del legame che si crea tra la fotografa e ciò che vede. Nelle sue foto non c’è sguardo, non c’è posa, non c’è composizione programmata. Il soggetto non si accorge dello scatto, ne lo scatto è pura e semplice registrazione del visibile, non è neanche l’esperienza dell’autrice, ma piuttosto la magica connessione tra la fotografa ed il suo oggetto.

La sua fotografia esprime una verità immediata, che precede il momento in cui l’elaborazione cosciente ne coglie il significato.

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E’ proprio questo che caratterizza le sue immagini e le pone al di fuori del tempo. Immagini che producono calore, immediatezza, fascino, profondamente sovversive per la razionalità del nostro tempo. Quindi il suo stile non si preoccupa della tecnica, l’errore a volte diventa il suo tratto distintivo. Quando scatta cerca di far sparire tutto ciò che la circonda, perfino se stessa. Non ama riflettere sulla fotografia o spiegare le sue immagini “preferisco odorarle e comprenderle con l’istinto”

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André Kertész amico e mentore di Sylvia Plachy, riguardo alla sua fotografia ha detto: “Non ho mai visto il momento percepito e intrappolato nella pellicola con maggiore intimità e umanità.”

La mostra promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali è prodotta da Robert Capa Contemporary Photography Center, Budapest, Ungheria, con il supporto dell’Accademia di Ungheria in Roma. A cura di Gabriella Csizek. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

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Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1/b Roma

23 giugno – 2 settembre 2018

source: www.arte.it