“I Laureati del Covid” – Foto e testo di Elisabetta Manni

Il Covid-19 ha destabilizzato la vita di ognuno di noi, ormai è un dato di fatto.
Abbiamo imparato a reinventare la quotidianità per poter convivere con questo infido virus; le attività lavorative e scolastiche sono state confinate fra le mura domestiche e fra queste ci sono anche le discussioni di Laurea.

La Laurea è un traguardo tanto atteso da tutti, sia per il candidato stesso che per i propri familiari. Non avrei mai immaginato di doverla affrontare nel mio salotto di casa nel pieno di una pandemia.
Ad oggi la Laurea telematica è diventata la normalità ma a marzo, quando l’Italia entrò nel pieno dell’emergenza sanitaria, era ancora una modalità del tutto nuova, anche piuttosto insolita; io ero in procinto di laurearmi, stavo ultimando la stesura della tesi e dopo qualche settimana avrei dovuto discuterla. Fra un bollettino della protezione civile e le voci contrastanti che si rincorrevano fra noi studenti, ho avuto l’istinto di voler imprimere quel ricordo attraverso la fotografia iniziando a scattare i miei gesti: la preparazione, la discussione e i limitati festeggiamenti.

Sicuramente, è stata un’emozione differente rispetto a ciò che ci si aspetta fin dall’inizio del percorso universitario; non ho potuto stampare la tesi, non ho avuto accanto i miei cari e nessuna corona d’alloro, ma nonostante tutto ho cercato il modo di renderla il più reale possibile con la creatività e anche attraverso la fotografia.

Queste foto vogliono rappresentare non solo la mia esperienza ma quella di tutti i laureati del Covid…Sì, possiamo chiamarci così: i laureati del Covid, perché siamo quelli che sono diventati Dottori nel proprio salotto di casa in pigiama, in abito elegante o in mutande.
In un periodo così buio per tutto il paese siamo stati lo spiraglio di speranza, simbolo di un’Italia ferma che vuole continuare a vivere.

Black Lives Matter – Uno slogan mondiale

Testo e foto di Elisabetta Manni

Il 7 giugno 2020 a Roma si è svolta la manifestazione in memoria di George Floyd, afroamericano di 46 anni ucciso da un poliziotto in servizio, e per tutte le vittime colpite dall’odio razziale.

Black Lives Matter (BLM), è un movimento nato nel 2013 a seguito della morte di Trayvon Martin, ragazzo di 17 anni freddato da un colpo di pistola. Il movimento si pone l’obiettivo di combattere il razzismo, le violenze e le ingiustizie dei cittadini neri in Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Tuttavia, si è diffuso ovunque a livello globale con la nascita di piccoli gruppi locali autonomi dopo che la notizia della morte di George Floyd ha scosso il mondo intero.

Nonostante la pandemia in atto, nel pieno rispetto delle regole anti-covid, i cittadini americani sono scesi in piazza al grido di “Le vite dei neri contano” (black lives matter) e con essi anche molte altre città del mondo. Anche Roma ha aderito alla lotta internazionale con una manifestazione organizzata dal movimento Black Lives Matter Italia.

Le foto che ho scattato a Piazza del Popolo mostrano una platea rappresentata da ragazzi neri, bianchi, asiatici e latini, cittadini del mondo che non si fermano davanti ad una pandemia, per ribadire il principio di uguaglianza e urlare che il razzismo non può e non deve esistere in paesi civili e democratici come gli Stati Uniti e l’Italia.

Roma ai romani di Sergio D’Alessandro

Nel periodo tra inizio marzo ed inizio giugno abbiamo avuto modo di vedere, in televisione e sui giornali, delle immagini che probabilmente non rimuoveremo mai dalla nostra mente e dai nostri occhi: quelle delle città deserte, prive di vita e immerse in un silenzio assordante. Spazi solitamente affollati, anzi sovraffollati, avvolti in uno svuotamento surreale, sotto gli sguardi attoniti di gabbiani increduli per tanta libertà. Quelle immagini sono un riferimento visivo del quale non potremo più fare a meno.

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Quindi, appena è stato di nuovo possibile tornare a girare con la fotocamera al seguito, in tanti abbiamo cercato di “catturare” le nostre personali visioni di una situazione così particolare e, forse, non facilmente ripetibile, anche nella sciagurata evenienza di un ricrearsi delle medesime condizioni di pandemia.

Le foto di questa rassegna sono state scattate in tre diverse occasioni nella prima metà di giugno tra Piazza di Spagna, Piazza della Rotonda, Piazza Navona, Ponte Sant’Angelo, l’Isola Tiberina e vari punti del Lungotevere.

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Il filo conduttore voleva essere mostrare una Roma tornata ai romani, senza turisti, ambulanti, camion bar ecc.  Ed in cui in tanti hanno approfittato per fare  esercizio fisico finalmente all’aperto.

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Festa per la Cultura 2020 – Mostra fotografica “Facce da Murales”

Anche quest’anno il Circolo Fotografico PhotoUp ha partecipato alla XXVII edizione della Festa per la Cultura, organizzata dagli amici dell’Associazione Culturale Controchiave.

Questa edizione, utilizzando il termine coniato dall’Associazione Controchiave, è stata una versione “Light” che, nonostante le difficoltà, è riuscita a mantenere la sua anima di Festa di popolo.

Noi del Circolo abbiamo accolto l’invito a partecipare per il quarto anno consecutivo, convinti che, proprio in questo momento, sia un dovere sostenere la cultura e l’arte e coloro che si impegnano ogni giorno per diffonderla.

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La Festa per la Cultura è stata anche l’occasione per esporre la mostra in presenza di “Facce da Murales”, già presentata online in versione ridotta. Le foto sono una raccolta di testimonianze, fotografate in tutto il mondo dai fotografi del Circolo; una dedica a questa arte pittorica e alla sua storia.

A causa dell’emergenza sanitaria in atto e per garantire le norme anti-covid-19, la mostra era visitabile solamente da un limitato numero di persone, quindi, abbiamo deciso di inserire questo video con l’augurio di avervi tutti presenti alla prossima mostra.

 

Ecco alcune foto della Festa

foto 04 Angelo Olivieri e Bruce Ditimas

Angelo Olivieri e Bruce Ditimas

foto 05 Bruce Ditimas

Bruce Ditimas

foto 07 Francesco Mazzeo, Davide Grottelli e Tiziana Foschi

Francesco Mazzeo – Davide Grottelli – Tiziana Foschi

foto 08 Francesco Mazzeo, Davide Grottelli e Tiziana Foschi

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Massimo Popolizio

foto 09 Massimo Popolizio

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Sergio D’Alessandro – Anna Ranucci – Maria Rosaria Marino – Elisabetta Manni, soci del Circolo PhotoUp

Le mani e la loro gestualità nella fotografia, esempi e significati di Stefano Marcovaldi

di Stefano Marcovaldi

in copertina foto: anonimo

Secondo Aristotele le mani sono una diramazione del cervello. 

Il linguaggio del corpo, e soprattutto delle mani, è importantissimo.

Le mani comunicano.

Le fotografie delle mani sono incisive e comunicative.

Con le mani si parla, si lavora, si trasmette il proprio io al nostro interlocutore. Se il primo contatto che stabiliamo è attraverso gli occhi, sono le mani che raccontano ed evocano ciò che immaginiamo, ed in effetti mentre parliamo spesso le usiamo per costruire intorno a noi ciò che stiamo descrivendo (gestualità).

Sappiamo bene quanto le mani riescano a parlare.

Sono un soggetto inesauribile.

Fotografarle è soprattutto creare una selezione di ciò che abbiamo di fronte un’azione che condensa dentro un rettangolo solo una parte di quello che osserviamo, un dettaglio capace di raccontare tutto.

Non sono scelte facili ci vuole poco a cedere al banale, perché per decidere di lasciare fuori tutto, tranne un solo particolare, ci vuole  capacità e talento.

Ma cosa serve perché un dettaglio funzioni?

Deve avere intanto una forma riconoscibile, si deve capire a cosa appartiene per poter immaginare tutto il resto.

Un dettaglio deve funzionare bene dal punto di vista compositivo: linee e forme devono essere “forti” per poter vedere, con l’immaginazione, quello che non si può o non si vuole mostrare.

Spesso il contatto visivo di chi osserva una foto punta sulle mani, sui loro gesti.

Alcuni esempi:

Alfred Stieglitz

ha raccontato un’artista attraverso il dettaglio delle mani. 

Sono quelle di Georgia O’Keeffe; espressive come sculture. E siamo nel 1919…

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André Kertész

 Bras et ventilateur, New York, 1937.

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Tina Modotti

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Tina Modotti

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Man Ray

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Imogen Cunningham

Self Portrait (1932)

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Mostra fotografica – Facce da Murales

Lavoro collettivo dei soci di PhotoUp

Testo e video di Giuseppe Giovine

Il Circolo Photo Up di Roma ha previsto tra le proprie attività 2020, la promozione di un evento fotografico mirato proprio alla raccolta di testimonianze ed immagini, raccolte dai propri soci in tutto il mondo, dedicate all’arte pittorica dei “Murales” che dovrebbe sfociare in una mostra collettiva che purtroppo le circostanze legate al Covid-19 hanno penalizzato. In attesa di tempi migliori, di seguito proponiamo una selezione degli scatti raccolti dai soci, considerandola di buon auspicio per il raggiungimento, a breve, della ben più corposa mostra collettiva.

 

 

 

Il termine “MURALES” indica il genere di pittura divenuto celebre per il noto movimento artistico messicano degli anni Venti del ‘900, quando, sulla scia della Rivoluzione, gli artisti riscoprirono il valore sociale dell’arte e le sue potenzialità comunicative. Tra fine ‘800 e primi ‘900, nel mondo, molti artisti sembrarono riscoprire il valore della pittura murale: nacquero i grandi cicli decorativi che adornarono le sale delle mostre d’arte nazionali e internazionali, gli ambienti pubblici che si aprirono al consumo del primo turismo, come gli hotel e le terme, i palazzi comunali, le università. Si trattava di cicli murali, direttamente realizzati sulle pareti o su pannelli a esse applicati, che ebbero prevalentemente finalità estetiche. Il discorso cambiò quando l’utilizzo della decorazione murale venne associato alla comunicazione di contenuti politici e ideologici.  Attraverso la sua ampia visibilità, la pittura murale può agire da supporto al rinnovamento politico e morale del paese, alla diffusione di idee democratiche ed egualitarie, in definitiva alla creazione di un nuovo Stato.

Nei murales la semplicità, spontanea o voluta del tratto, insieme alla vivacità dei colori, crea un effetto di grande immediatezza visiva verso i principali interlocutori che sono le masse popolari, la classe rurale e contadina che, indipendentemente dal livello culturale, sono in grado di interagire emotivamente con le scene ritratte.

I murales sono oggi spesso commissionati da enti pubblici ed evidenziano l’identità del luogo, divenendo anche richiamo di turismo culturale, come opera d’arte pubblica eseguita su commissione, non di rado alternativa al graffitismo senza controllo che si distingue per il linguaggio grafico notevolmente complesso giocato, nella sua forma più ortodossa, sull’elaborazione della propria firma in gigantesche scritte dai colori squillanti impresse illegalmente su muri e non solo. Inizialmente circoscritto a vagoni del treno, stazioni della metro, muri abbandonati, pareti di palazzi fatiscenti, il fenomeno oggi invade indistintamente le strade delle città, senza distinguere tra supporti di pregio e non, oscillando dagli incerti e ripetuti grafismi di sapore vandalico, al vero prodotto d’arte legato a istanze di comunicazione sociale. Dispiace constatare che in Italia si sia arrivati, per il graffitismo, alle maniere forti per ostacolarlo, ma occorre dire che in nessuna altra  metropoli moderna si trovano brutti e sgraziati scarabocchi su qualsiasi muro, compresi quelli degli edifici di pregio appena restaurati.

Ritornando ai murales, tra le opere più significative si possono ricordare i muri ‘militanti’ dei portoricani in New York, dei giamaicani a Londra, dei baschi e degli irlandesi nelle loro città e paesi; ma anche quelli di altri popoli: in Cile, in Nicaragua, in Iran, in Mozambico. In Italia andrebbero ricordate tutte le grandi città per i murales degli anni ‘60 e ‘70, di cui però ben poco è rimasto, finalizzati com’erano più alla cronaca e alle tensioni sociali di quei giorni, che non destinati alla storia; ancora visibili invece, quelli dipinti sulle facciate delle case della cittadina di Orgosolo in Sardegna, “ritratti di memoria e di vita sociale”.

 

Contest di giugno “La tenerezza”. La foto più votata

Foto di copertina: Sergio D’Alessandro

Il contest di giugno era dedicato al tema della tenerezza. La foto più votata è stata quella di Sergio D’Alessandro.

Di seguito le numerose foto che hanno partecipato:

Contest di aprile “Viaggio in quarantena” La foto più votata

Per il contest di aprile proposto da Simonetta Orsini, l’immagine più votata è stata quella di Monica Ferzi (in copertina)

Seconda foto più votata quella di Antonella Simonelli

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Antonella Simonelli

Terze quelle di Anna Ranucci e Michela Poggipollini

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Anna Ranucci 

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Michela Poggipollini

Di seguito le altre immagini proposte dai soci

Corrado Viaggioland

Corrado Seller 

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Elisabetta Manni

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Simonetta Orsini

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Antonietta Magda Laini

Maurizio Viaggio in quarantena

Maurizio De Angelis

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Lillo Fazzari 

Massimo Sogno di un viaggio libero dal COVID 19

Massimo Giannetti

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Lucilla Silvani 

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Federico Mammana

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Sergio D’Alessandro

Maria Luisa Viaggio in quarantena

Maria Luisa Giorgi

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Giuseppe Giovine

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Lucio Baldelli

Stefano Wien

Stefano Marcovaldi

 

 

“Aenikkaeng”di Michael Vince Kim a cura di Elisabetta Manni

di Elisabetta Manni

in copertina: Progreso – Un tempo porto di arrivo per gli immigrati coreani

Michael Vince Kim nacque a Los Angeles da genitori coreani ma dopo pochi mesi la famiglia decise di trasferirsi in Argentina. Studiò regia cinematografica presso l’Universidad del Cine di Buenos Aires e conseguì un Master in Linguistica presso l’Università di Edimburgo. Successivamente ottenne il Master in Documentary Photography presso il London College of Communication. La sua storia lo ha portato a concentrarsi sulle questioni di migrazione e identità, in particolare sulle diaspore coreane negli Stati post-sovietici con il Reportage “Far from distant shores” e in America Latina con il reportage “Aenikkaeng”. Quest’ultimo, nel 2017, vinse il primo premio nella categoria People Stories del World Press Photo Contest.

Aenikkaeng ci mostra uno spaccato di storia coreana dimenticata dagli stessi coreani. Il fotografo stesso, in un’intervista afferma che il suo reportage è sì una ricerca personale di identità ma ha anche lo scopo di portare alla luce e far conoscere la storia dei primi coreani in Messico

La parola Aenikkaeng (애니깽), infatti, è la trascrizione coreana della parola Henequen, tuttavia viene utilizzata dal fotografo per identificare i 1033 coreani che partirono nel 1905 verso il Messico, precisamente verso lo stato dello Yucatan.

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Sandra: una coreana-cubana

Le cause che spinsero i coreani a partire sono varie: nel 1905 la Russia perse la guerra con il Giappone e quest’ultima riuscì ad ottenere il protettorato sulla Corea diventando  la più grande potenza mondiale nell’area del Pacifico; nel 1910, la penisola coreana venne annessa al territorio giapponese dando inizio al periodo più buio della sua storia. I coreani capirono da subito che non avrebbero avuto altra scelta che scappare altrove; in questo li aiutò il Messico, più precisamente il Presidente Porfirio Diaz che durante il suo mandato attuò una politica espansionistica e di investimento. Ma non  fu una salvezza per i coreani che migrarono in Messico; gli venne infatti proposta un’allettante offerta di lavoro in un paese paradisiaco, un contratto della durata di 4 anni che però si rivelò essere tutt’altro. Attraverso un’attenta ricerca è risultato che queste persone vennero vendute come schiavi per sopperire alla mancanza di manodopera nelle piantagioni di agave nello Stato dello Yucatán, in Messico.

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Joaquin, un coreano-maya di seconda generazione, celebra il suo novantesimo compleanno

Nelle foto ritroviamo tutti gli elementi che caratterizzano il racconto degli Aenikkaeng: il mare, le piante di agave, ecc. ma il soggetto principale di ogni foto è il senso di malinconia che si percepisce, soprattutto negli sguardi assenti delle persone ritratte, come se il fotografo avesse voluto marcare quella distanza dalle proprie radici. Le persone ritratte sono i discendenti dei primi coreani-messicani: Joaquin, fotografato durante la celebrazione del suo 90° compleanno, è il figlio di un coreano e una donna maya; Sandra, terza generazione, è una coreana-cubana, il suo antenato coreano si trasferì a Cuba nel 1910 dopo il termine del contratto nello Yucatán; le sorelle Olga e Adelina, appartengono ad una famiglia che è una delle poche che non ha un’eredità mista infatti i loro ascendenti erano entrambi coreani; Cecilio un musicista che porta avanti la tradizione musicale coreana rivisitata in chiave cubana, simbolo di questa doppia identità.

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L’arazzo di questa casa onora la tigre, una figura importante nel folklore culturale coreano

Donkey at henequen plantation. Sotuta de Peon, Mexico. 2016.
Piantagione di agave

Tutte queste persone hanno in comune il semplice fatto di avere degli ascendenti coreani e molti di loro probabilmente non hanno mai avuto contatti diretti con la madre patria ma, nonostante tutto, persistono nel mantenere vive le loro radici, la loro identità coreana  inserendola nella vita latina; la foto dell’Hanbok appeso nella stanza da letto è l’esempio più significativo, insieme al quadro delle due tigri, animale simbolo della Corea. Michael Vince Kim quindi, grazie alla fusione di questi elementi sia coreani che latini, è riuscito a rendere, attraverso la fotografia, sia la storia dei primi coreani arrivati in Messico sia quella dei successori che continuano ad onorare i loro antenati e le loro radici.

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Le sorelle Olga e Adelina. Il nonno Lim Cheon Taek fu una persona importante della comunità coreana

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Cecilio, musicista coreano-cubano suona la tradizionale musica popolare coreana “Arirang” in stile cubano

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Abito tradizionale coreano di una giovane maya-coreana

 

Font: https://www.michaelvincekim.com/