Il mio viaggio a New York e San Francisco di Michela Poggipollini

Erano anni che desideravo visitare l’America ed in particolare New York e San Francisco. Finalmente si è presentata l’occasione e sono partita piena di aspettative.  Sono architetto ma, ora che sono in pensione, soprattutto fotografa. Queste città, belle sopra ogni aspettativa, mi hanno offerto molto anche in campo fotografico.

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Sono andata lì col preciso intento di fotografare  palazzi e grattaceli, non visti dal basso verso l’alto a bucare il cielo e perdersi nella foschia o inseriti  nel loro contesto cittadino, ma ripresi ortogonalmente,  per ottenere delle inquadrature globali dei grattacieli ed evidenziare i particolari più significativi quando si trattava di edifici.

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Per ottenere questo effetto, avevo la necessità di inquadrare i grattaceli da molto lontano. Così il primo giorno mi sono recata a Brooklyn, attraversando a piedi il bellissimo ponte, dove sapevo che il fiume Hudson mi avrebbe allontanato a sufficienza da Manhattan. Mi aspettavo di riprendere tutti grattaceli moderni ed invece  la vista che trovai fu molto più particolare ed interessante. C’era la storia dell’architettura di questa parte di città, grattaceli moderni accostati ad edifici e grattaceli  antichi ed il riflesso di una gru parlava anche di futuro.

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Nella seconda parte  del portfolio, realizzato, soprattutto a San Francisco, oggetto delle mie foto sono stati  edifici più bassi, che non mi interessava riprendere  nella loro interezza come i grattaceli di New York,  bensì,  adottando la stessa tecnica, concentrarmi sui loro particolari  più significativi.

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Anche qui le foto più  interessanti sono state quelle dove  un edificio antico era accostato ad uno moderno.

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Il portfolio è così suddiviso in due parti. Le prime tre foto riprendono i grattaceli di Manhattan,  le successive  prevalentemente riprese a San Francisco, sono edifici di diverse tipologie.

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I ritratti di Zhuang Xueben di Elisabetta Manni

di Elisabetta Manni

Zhuang Xueben, nasce a Shangai nel 1909. Inizia a lavorare come fotoreporter per la rivista Liangyou (良友 – The Young Companion) di Shangai. Nel 1934 intraprende un viaggio lungo 10 anni verso le regioni occidentali della Cina tra cui Sichuan, Yunnan, Gansu e Qinghai, terre sconosciute abitate da minoranze etniche come i Qiang, Tibetani, Yi, Dongxiang, Bao’an, ecc.

I suoi appunti e le sue fotografie sono rimasti troppo a lungo dimenticati e solo dopo la sua morte si è compresa l’importanza storica di quel patrimonio artistico e culturale. Grazie al figlio, ad oggi possiamo godere a pieno di quei ritratti enigmatici e intensi di quei popoli, ormai, quasi del tutto perduti.

 

Donna con bambino di etnia Yi

Donna di etnia Qiang nel villaggio di Baoxigou

I suoi diari e le sue fotografie documentano la vita quotidiana e le tradizioni culturali di questi popoli e ad oggi questo patrimonio ha acquisito un valore accademico soprattutto in campo antropologico. Proprio in quegli anni la società cinese sosteneva che le minoranze etniche fossero dei barbari con i capelli arruffati, dei carnivori che vivevano in vaste aree selvagge.

Donne adornate del villaggio di Shigutun

Madre e figlia nel villaggio di Baqinao

Nel 1965 durante la Rivoluzione culturale messa in atto da Mao Zedong, Zhuang Xueben venne espulso per “problemi storici”, fa ritorno quindi a Shangai con la famiglia e lascia la carriera fotografica, inoltre gran parte del suo lavoro venne bruciato.

I suoi appunti e le sue fotografie sono rimasti troppo a lungo dimenticati e solo dopo la sua morte si è compresa l’importanza storica di quel patrimonio artistico e culturale. Grazie al figlio, ad oggi possiamo godere a pieno di quei ritratti enigmatici e intensi di quei popoli, ormai, quasi del tutto perduti.

Signore dell'etnia Black Yi e il suo servitoreUomo di etnia White Yi

Sources: http://photographyofchina.com/zhuang-xueben/

https://artsandculture.google.com/asset/father-of-the-white-yi-man-gou-shifa/nwESrssz0WCTAQ

 

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La fotografia nel film “Un affare di famiglia – Shoplifters”

di Antonietta Magda Laini

Regia, sceneggiatura e montaggio Hirokazu Kore-Eda   Fotografia Ryuto Kondo

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Kore-Eda si avvale di Ryuto Kondo per la direzione della fotografia e, mantenendo regia, sceneggiatura e montaggio, ottiene un’ottima collaborazione e risultati utili al suo stile.

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La famiglia di Shoplifters, composta da un’anziana nonna, un uomo (operaio edile), due figlie adulte di cui una moglie dell’operaio, un bambino ed una bimba, la piccola Yuri trovata sola, abbandonata e maltrattata all’interno di un balcone posto a livello della strada, risulta essere un nucleo coeso e solidale.

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Vivono tutti in una minuscola abitazione che, una ripresa dall’alto, ci fa notare di architettura tradizionale giapponese, circondata da nuovi edifici in stile occidentale, nell’immensa periferia di Tokyo.

Il film è girato prevalentemente in interni; della metropoli viene mostrata solo una parte della squallida periferia.DSC01760_2 a

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Il gruppo appare come una normale famiglia ma nessuno dei componenti è legato agli altri da vincoli di parentela; sopravvivono di lavori part time, occasionali, piccoli espedienti e furtarelli: nella prima sequenza, in un supermercato (scena che sembra richiamare lo stile del film muto) le tecniche del “taccheggio” vengono tramandate dall’uomo al bambino con sguardi, cenni e piccole complicità.

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Kore-Eda e Ryuto Kondo riprendono questo mondo isolato, a suo modo felice e un po’ fuori dalla legalità, con lunghi piani fissi pieni di oggetti raccolti e ammassati in casa alla rinfusa che, tuttavia, non provocano un senso di soffocamento o di oppressione anche in virtù di ambienti comunque ricchi di colori caldi.

Vediamo i protagonisti nel tempo trascorso nell’abitazione fra riti, sorrisi, scambio di battute e piccole effusioni: mangiano, scherzano e ragionano sulla giornata

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La cinepresa tenuta ferma in bassa posizione produce l’effetto di maggior partecipazione dello spettatore alla situazione e permette particolare attenzione a tutti i piccoli eventi che si svolgono davanti ai suoi occhi.

Le riprese fisse consentono di apprezzare la capacità di raccontare per immagini

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In esterno il quadro familiare viene ricomposto e ripreso mentre, dalla porta dell’abitazione, guarda i fuochi d’artificio e quando esulta sul bagnasciuga di una spiaggia.

Nella seconda parte del film luce e colore scompaiono, i personaggi vengono isolati, le inquadrature risultano prive di ogni elemento decorativo. Sono svelati i rapporti reali: primi piani frontali fissi per gli interrogatori dove l’obiettivo stringe con lentissimi movimenti sui volti.

Ed ecco, infine, la piccola Yuri (ritornata nella “vera” famiglia) inquadrata sola all’interno dello stesso balcone dove era stata trovata, guardare fuori come da una prigione.DSC01771 a

 

Non si può non pensare al grande regista Ozu per l’attenzione alla forma, la padronanza nella narrazione delle piccole cose e dei piccoli gesti.

 

Source: https://www.comingsoon.ithttps://www.cineforum.ithttps://www.mymovies.it

https://www.sentieriselvaggi.it

La mia estate banale

Prima delle vacanze estive il Circolo si era dato, come impegno fotografico, il compito  di scattare una foto sul tema “la mia estate banale”.

Ecco la  foto più votata:

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Stefano Marcovaldi

e tutte le partecipanti:

Werner Bischof e la guerra di Corea – prima parte – di Elisabetta Manni

di Elisabetta Manni

La notte del 24 giugno 1950 la Corea viveva la sua quotidianità, molti si allontanarono dalla loro casa per qualche giorno chi per lavoro, chi per andare a trovare parenti e amici ma nessuno si sarebbe mai aspettato che non vi avrebbero mai più fatto ritorno; all’alba del 25 giugno una serie di colpi d’artiglieria fra la Corea del Sud e la Corea del Nord segnò l’inizio della Guerra.
Gli attacchi proseguirono violentissimi ma ciò che sappiamo con certezza è che fu soprattutto un conflitto politico infatti le poche testimonianze che ci sono pervenute sono confuse e poco affidabili: gente indottrinata, accuse reciproche e false prove; in seguito, il conflitto si affievolì sulla linea di demarcazione che divideva in due il paese, il cosiddetto 38° parallelo, fino ad arrivare ai giorni nostri con di fatto due Coree ancora divise ma con la speranza di una futura riunificazione.

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Werner Bischof

Werner Bischof riuscì a immortale quella guerra fratricida a poco meno di un anno da quel 25 giugno.
Con già alle spalle il progetto fotografico del dopoguerra in Europa, ben presto fu invitato a unirsi all’agenzia Magnum. Eppure, per Bischof quel progetto fotografico fu solo un periodo di transizione dai suoi studi artistici, lui infatti iniziò a studiare arte per diventare un pittore ma intraprese la carriera fotografica in uno studio creando inizialmente immagini da forme naturali e astratte. Tuttavia, dopo l’esperienza in Europa iniziò ad impegnarsi ad utilizzare la fotografia come strumento di cambiamento sociale; si unì ufficialmente all’agenzia nel 1949 e, allontanandosi sempre di più dalle sue radici artistiche, continuò ad adottare l’approccio fotogiornalistico, tant’è che negli anni ’51-’52 si dedicò alla documentazione delle questioni politiche e sociali in Asia.

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Village of Sanyang 1951

La sua prima tappa fu in India, dove lavorò a numerosi progetti tra cui “Famine story”. In seguito, si spostò nella penisola coreana per raccontare e denunciare le sofferenze dei civili coinvolti nella guerra.
La mattina del 5 luglio 1951 si imbarcò verso Seoul e si unì ad altri dieci corrispondenti provenienti da tutto il mondo. «Volevo vedere con i miei occhi dove avrebbe portato questa guerra …… è importante mostrare il lato umano e civile della storia. Quei coreani cacciati dalle loro case» scrisse in una lettera indirizzata a sua moglie, Rosellina Bischof.

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SOUTH KOREA. Village of San Jang Ri, located on the frontline between South and North Korea. 1951.

Nonostante tutto, il rapporto tra Bischof e la fotografia rimase complesso, era in perenne lotta con l’essere un fotogiornalista e su quello che lui considerava giornalismo sensazionalistico e incurante. Tuttavia, ciò che lo spingeva ad andare avanti era il desiderio di andare oltre le immagini scioccanti delle prime pagine dei giornali; così come aveva fatto in India e nell’Europa del dopoguerra, Bischof produsse una commovente documentazione di coloro che si trovavano dietro al fronte.

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SOUTH KOREA. 1952. Korean War. Koje Do island. U.N. Re-education camp for Chinese and North Korean prisoners.

Secondo Ernst Haas, uno dei primi colleghi nella Magnum: «Le sue fotografie avevano una tendenza verso l’assoluto – una combinazione di bellezza e verità: una pietra è diventata un mondo, un bambino era tutto un bambino, una guerra era tutta una guerra». Dopo la devastata Seoul, Bischof si recò a Sanyang-ri, un piccolo villaggio situato in un’area ormai diventata terra di nessuno. «Non un solo nativo coreano è tollerato in questa zona di guerra, non una donna, non un bambino…solo soldati» osservò Bischof nel rapporto di Magnum Photos.

 

Sources:FONTE: https://www.magnumphotos.com/newsroom/conflict/werner-bischof-korean- war/?utm_source=Magnum+Photos&utm_campaign=3365c0d134 – EMAIL_CAMPAIGN_2018_07_27_11_49&utm_medium=email&utm_term=0_8b268cbf2c- 3365c0d134-4229357&mc_cid=3365c0d134&mc_eid=fe0b37f83d

Ferrara, un luogo dell’anima di Lucio Baldelli

Ferrara è un luogo sempre ricco di suggestioni sia per il colore rosso dei mattoni che per i giochi dell’acqua. E’ un esempio di morfologia urbanistica di quella che Jacopo Burckhardt definiva “la prima città moderna d’Europa”, dove la città medievale si raccorda con la città rinascimentale senza soluzione di continuità in un armonia di raro equilibrio.

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Le foto vogliono essere anche un omaggio a Bruno Zevi che ha dedicato a Ferrara un libro importante: “Saper vedere la città: Ferrara di Biagio Rossetti”, cui devo molto.

27/05/2018

 

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Manifestazione del Biafra a Roma di Stefano Marcovaldi

di Stefano Marcovaldi

Mercoledì 30 Maggio a piazza del Popolo si è tenuta una manifestazione di uomini e donne dell’etnia IGBO per chiedere l’indipendenza del Biafra dalla Nigeria. 

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Tra il 1967 ed il 1970 ebbe luogo la guerra civile nigeriana, la guerra del Biafra. 

La guerra causò una drammatica crisi che portò alla fame intere popolazioni. 

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La secessione della Repubblica del Biafra venne dichiarata il 30 Maggio del 1967 e da questa data si sono proseguite azioni militari e repressione – sostengono i dimostranti Igbo – nei loro confronti. 

1490La manifestazione romana ha l’intento di chiedere alle Nazioni Unite, alla comunità Europea, e all’unione Africana che cessino gli attacchi militari nei loro confronti ed a raggiungere una nuova indipendenza.

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La fotografia di Ben Davis nel film “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

di Antonietta Magda Laini

Produzione USA/UK 2017   Regia Martin McDonagh – Fotografia Ben Davis

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2017 e premiato per la migliore sceneggiatura. Oscar agli attori Frances  McDormand  come migliore attrice drammatica e Sam Rockwell come migliore attore non protagonista.  

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Lo scenario sembra quello di un western moderno abilmente  intrecciato con una commedia nera. Si è trasportati nel microcosmo della provincia americana (il Midwest  al centro degli States) spesso teatro di violenza gratuita e caratterizzato da depressione economica, solitudine,  alienazione, razzismo e omofobia.

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Le prime inquadrature mostrano una campagna nebbiosa all’alba, colori freddi che accentuano il disfacimento di alcune strutture pubblicitarie, collocate ai margini di una lunga strada e proposte in affitto: una vettura si ferma e poi riparte verso la cittadina.

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Tre cartelloni, nelle vicinanze del paese, che riprenderanno vita con tre manifesti rosso sgargiante che recano scritte accusatorie nei confronti della polizia locale e, in particolare, dello sceriffo Willoughby e che causeranno reazioni diverse, anche estreme, nella comunità. Mildred Hayes (Frances McDormand), figura dotata di grande determinazione,  con quei manifesti, inizia una guerra contro le forze dell’ordine  che nulla hanno fatto per risolvere l’omicidio di sua figlia.

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I manifesti compaiono in una assolata giornata di luce non viva ma che, leggermente sottoesposta, risulta cupa e malinconica come a sottintendere una minaccia: un cielo velato e triste, seppur con la presenza del sole, che persisterà per l’intero film. Un solo momento nell’arco dei 115 minuti la luce si farà più viva, l’esposizione più luminosa, quasi a proporre una tregua, con la visione di un elemento di pace (una cerva).

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Cupi anche gli interni di pub, case, locali, negozi: nel paesaggio urbano si colgono angoli spesso squallidi e degradati. 

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L’intreccio del film gioca con l’assurdo e il paradossale proponendo ottimi primi piani, quali quelli di scontro fra una madre ferita nel più profondo dell’anima e il poliziotto razzista: contrapposizioni come fra animali che si fronteggiano.

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Buon gusto nelle inquadrature prive di inutili ghirigori estetici e retorici: si colgono espressioni dure e stanche dei protagonisti e tutte le sfumature dettate dal loro carattere.

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Le immagini si presentano ruvide, collegate ad avvenimenti che, inesorabilmente, spiazzano il giudizio dello spettatore, i personaggi risultano ambigui.

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Il piano sequenza dietro le spalle del vicesceriffo (Sam Rockwell) che, ubriaco e violento, sale le scale della società che affitta manifesti e targhe spaccando ogni cosa sul suo percorso e gettando il giovane gestore dalla finestra è, probabilmente, una delle scene più intense e potenti.

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Mildred e il vicesceriffo finiscono per compiere un viaggio verso l’Idaho nel corso del  quale sembrano riflettere sugli avvenimenti trascorsi, forse con la speranza, che tuttavia appare vana, di risolvere i loro problemi; emerge un’ironia amara mista a sentimenti di rabbia, solo in parte espressa, che testimonia la loro tragica esistenza.

Le diverse inquadrature dei visi evidenziano le loro perplessità e l’assurdità della situazione; la vena involontariamente comica che ne deriva non riesce, comunque, a mascherare la desolazione dei due personaggi.

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 Ultima annotazione (che nulla ha a che vedere con la fotografia del film): per l’aria da cowboy che “mai arretra”, Frances MacDormand (Mildred) si è ispirata alla celebre camminata di John Wayne.

 Ben Davis, direttore della fotografia britannico, ha collaborato con Martin MacDonagh anche in “7 psicopatici” e “In Bruges”

Source: https://www.comingsoon.it/   https://www.mymovies.it/  http://www.cineforum.it