Fotoit giugno: Amaltea di Valeria Coli

di Paola Bordoni

Nel quarto secolo d.C. Quinto Aurelio Simmaco scriveva che “tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci accomuna, un medesimo universo ci racchiude…”, tuttavia, vedendo le immagini del portfolio Amaltea, è naturale chiedersi quale distanza abissale separi il nostro mondo quotidiano da quello narrato dalle immagini della giovane fotografa Valeria Coli. Dove sono le contaminazioni, i disturbi urbani, le distrazioni tecnologiche, i rumori che caratterizzano il nostro vivere?

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Il racconto visivo ci conduce in un universo di miti arcani, dove la natura è aspra e indomita e l’uomo e gli animali sviluppano un legame quasi simbiotico che li conduce ad una comunione tra le loro dimensioni. Le immagini parlano di luoghi e silenzi, di freddo e brume, di vita semplice, di spazi aperti e riti antichi, dove le piccole case ammassate l’una sull’altra testimoniano un profondo legame della ristretta comunità con il territorio e una collettività isolata ma non solitaria, capace di cogliere l’interazione tra la propria identità e l’ambiente.

Amaltea 02La forza del progetto è nel loop di immagini semplici e silenziose che, in uno scorrere continuo, conducono l’osservatore ad una suggestione visiva antica e mitologica, ad un disvelamento del senso di appartenenza dell’uomo ad uno spirito indefinibile ma chiaro, che persiste segretamente nel Genius loci, divinità che nella mitologia pagana proteggeva, controllava e tutelava un luogo e quanti lo abitavano. Ed ecco dunque Giove, dio supremo dell’Olimpo, messo in salvo dalla madre dai progetti omicidi del padre e nutrito dalla capra Amaltea, che ci compare nelle vesti di pastore, negli spazi silenti dove la frontiera tra realtà e mito è separata da una cedevole membrana osmotica. Nel vissuto di tutti i giorni il luogo ristretto ma protetto dal nume consente al singolo di identificarsi nella comunità ed a questa nella divinità dei monti, delle valli, degli alberi, dei fiumi, delle foschie e delle piogge che la circondano.

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L’uso dell’indefinito, dello sfocato, del mosso alternato alla definizione dei dettagli insieme all’impiego dei non colori, propri della funzione mnemonica e dell’irrealtà (bianco, nero e seppia), operano un’azione di espansione e di fusione tra i due cosmi temporali, quello del mito e quello della vita quotidiana, sospesi in una enigmatica situazione di visione molteplice, contenente al tempo stesso le memorie sedimentate del luogo mitologico e i gesti ordinari di ogni giorno. Nei panorami, nelle immagini di animali, di lavori pastorali la fotografa evoca un mondo nascosto, misterioso e divino, dove entità spirituali sono custodi e protettori dei luoghi e dei loro abitanti.

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La duttilità espressiva dell’autrice diviene ricerca per virare dalla raffigurazione dell’ambiente esterno a quella ben più misteriosa della realtà nascosta in un luogo ritenuto sacro e dell’interazione tra l’uomo e le divinità, riscoprendo quell’anima mundi che ormai non siamo più in grado di riconoscere, frastornati dalle trasformazioni della modernità che ci ha portato a sostituire l’individualità ed autenticità intima e specifica di un luogo con il concetto razionalista di spazio, misurabile, occupabile ed in-significabile ossia privo di quei riferimenti peculiari e specifici che ci pongono in relazione con esso.

Fotoit maggio: Vedere per credere ( o no?)

di Paola Bordoni

«A te ti frega la cultura, cerca di essere un po’ cretino, no?» 

(Giovanna Ralli nel film La vita agra)

Sembra una semplice informale immagine di un microcosmo familiare: il papà, la mamma, le due figlie adolescenti che posano sorridenti. E’ successo a tutti di essere sottoposti al rito del ritratto di gruppo in occasione di ricorrenze (dai, sedetevi, mettetevi in posa che vi scatto una foto, sorridete!). Certo sono gli Obama e la stanza è la Green Room della Casa Bianca, ma la foto è spontanea, accattivante. Ci sembra di conoscerli (amici, i vicini di casa o forse quella famiglia che abbiamo incontrato durante le vacanze?). Poi la curiosità spinge a cercare il nome del fotografo: Annie Leibovitz. La famosa e raffinata ritrattista di celebrità? L’autrice di numerose e prestigiose copertine di riviste come “Vogue” e “Vanity Fair”? Ma com’è possibile che un quadretto e lo stipite di una porta spuntino dietro la testa di Sasha e di Michelle, che lo sfondo sia perfettamente leggibile e non sfocato? Che tutta l’immagine sembri essere piuttosto improvvisata? E’ noto invece che la fotografa svolga uno studio anticipato del soggetto e del luogo da ritrarre e che la sua preparazione sia minuziosa anche nei dettagli, dove nulla è lasciato al caso. Ad una più attenta lettura ci si accorge allora della perfetta ellisse formata dalla posizione dei soggetti, rafforzata dalle braccia che circondano ed abbracciano, dalle mani che si intrecciano suggerendo una forte intimità e complicità, dei due soli colori scelti per l’abbigliamento, il bianco ed il nero, con un chiaro rimando alla multietnica platea elettorale del Presidente e dove la forte rivendicazione dell’origine afro-hawaiana di Obama è rappresentata dalla donna/madre Michelle vestita interamente di scuro, nella cui figura l’inconscio collettivo identifica l’archetipo della identità nera.

Ma in questa immagine dov’è la “bugia” fotografica? Semplicemente la fotografa mente, con le tante imperfezioni, sulle sue capacità tecniche e visuali per dare un prodotto persuasivo e di rapida comunicazione emotiva, portatore di significati sovrapposti che si legano ai fatti sentimentali e ai ricordi dei fruitori: convince a fidarsi.

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I codici comunicativi usati per la produzione dell’immagine veicolano strategicamente, la nostra attenzione verso valori come amicizia, fiducia, complicità, semplicità, solidarietà, integrazione razziale. Portano a credere che il Presidente di una delle maggiori potenze mondiali sia un caro amico al quale rivolgersi perché fidato, sereno, premuroso, a tutti vicino. L’immagine del ritratto familiare agisce ed orienta persuadendo, attraverso i suoi artifici e le sue imperfezioni, i pensieri e le convinzioni. Niente può essere efficace come una fotografia, messaggio diretto e adatto a superare le diffidenze, per fare reagire emotivamente chi la guarda.

Durante l’amministrazione Nixon fu coniato il temine “photo opportunity” per indicare le immagini di un normale evento ma attentamente pianificato, il più possibile aderente alla realtà e destinate ad uso e consumo dei media. Le “photo op” sono diffusissime soprattutto tra le fotografie dei politici, nel tentativo di soddisfare le mutevoli aspettative del pubblico che nei leader ricerca ormai non più l’autorità ma l’autenticità, la spontaneità delle persone normali con risultati a volte molto diversi da quelli auspicati. Ha suscitato infatti i commenti ironici degli utenti di Twitter su possibili e fantasiosi incidenti l’immagine del Primo Ministro svedese Fredrik Reinfeldt che porta David Cameron, Angela Merkel e la loro controparte olandese Mark Rutte a fare un giro in barca sul lago davanti alla sua casa estiva, in vista di un  mini-summit.

 

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Nelle “photo op” la menzogna è nel costruire e attentamente pianificare un avvenimento con lo scopo di farlo apparire semplice e spontaneo, sfruttando un’analisi dell’immagine meno vigile ed accurata, proprio perché informale ed amichevole.

Ormai lo sappiamo bene, in un’epoca sempre più digitale le immagini sono codici comunicativamente ricchi e sempre più utilizzati, soprattutto a livello mediatico,  per veicolare messaggi plasmati che direttamente o indirettamente interessano ed influenzano l’esistenza delle persone, ancor più perché alla fotografia è stato da sempre attribuito un dichiarato statuto di veridicità.

Quale può essere allora una soluzione possibile per non essere fotoanalfabeti, passivi consumatori d’immagini? Perché, nonostante tutto, abbiamo bisogno di loro per capire la società in cui viviamo. Occorrerà imparare a leggere le fotografie così come abbiamo imparato a leggere i testi, decodificandole come facciamo ormai abitualmente con tutto ciò che è scritto. Più conosci e più riesci a decostruire l’immagine mettendo in esame anche l’implicito. Questo processo di alfabetizzazione visiva non ha caratteristiche negative, non porta alla demonizzazione della fotografia come codice occulto e strumento di persuasione, ma anzi potrà essere motivo per conoscere logiche e meccanismi cognitivi, sviluppando capacità per capire appropriatamente  e a fondo l’immagine che ci viene proposta.

Un esempio di quanto verificare e applicare un paradigma critico nella lettura di fotografie possa in realtà ampliare la fruizione della stessa? Nel 2016 il fotografo Naved Kander scattò un efficace ritratto al neo eletto Presidente americano Donald Trump. La foto era destinata alla copertina del Time che lo aveva eletto ‘uomo dell’anno’. L’immagine ci restituisce la raffinata raffigurazione di una persona infastidita, irritata, voltata di spalle al pubblico che in maggioranza lo aveva eletto, ma la rivista,  nella composizione della copertina, ha fatto in modo che le due punte della M, per di più rosse, corrispondessero con la testa del Presidente, dandogli un’impronta diabolica. Coincidenza? Il giornale afferma assolutamente di sì, nulla di voluto, problemi di impaginazione. Ma il lettore accorto saprà e si divertirà nel “leggere” nell’imposizione delle corna la volontà da parte della testata, come già fatto in diverse copertine con altri personaggi, di beffare Trump da sempre in rotta con i media.

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Fotoit aprile: Donatella Guerrini “Lugo – Via Mentana 2019

di Paola Bordoni

Basta attendere. Basta guardarsi intorno. Qualcosa accadrà. Scattare all’improvviso, senza seguire tante regole compositive, cogliendo in una immagine caotica il momento irripetibile e pieno d’incanto, l’attimo che sembra aspettarti e, con il cuore a mille, fermarlo prima che sfugga via e non esista più. Nel caldo di una macchina parcheggiata in una striminzita ombra, immerso nella noia di un’attesa, lo sguardo del bimbo incrocia con l’obiettivo fotografico, legati da un nulla che non sia la casuale vicinanza di uno spazio temporaneamente condiviso. I tagli compositivi, la sovrapposizione di piani e di oggetti, le sovraesposizioni vengono mediati dall’interno dell’abitacolo di una autovettura con un continuo rimando tra il primo piano di un ‘dentro’ immobile, un ‘fuori’ caotico e frenetico ed ancora un altro ‘dentro’ immerso nella sospensione temporale dell’attesa.

Donatella Guerrini

Fotoit di febbraio: Vedere per credere (o no?)

di Paola Bordoni

seconda parte

“Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro.”  László Moholy-Nagy

2a.Autoritratto Wanda Wulz 1932
Autoritratto di Wanda Wulz 1932

Nel 2012 il Metropolitan Museum of Art di New York dedicò la mostra “Faking It: Manipulated Photography Before Photoshop” ai fotografi che avevano creato immagini alterate e manipolate ben prima della nascita del famoso software di ritocco. La volontà di intervenire sulla realtà ed interpretarla è sempre stata presente nella fotografia anche in quella predigitale; mancava il timbro clone, i livelli, la bacchetta magica ma spesso, all’interno delle camere oscure, veniva effettuato un incredibile lavoro di sovrapposizioni, cancellature, ritagli, opacizzazioni, colorazioni a mano, per rendere la realtà più interpretazione che rappresentazione.

 

 

3a.Louis Lowery la prima immagine della conquista del Monte Subachi febbraio 1945
Louis Lowery “Raising the flags  on Iwo Jima”  1945

 

4a.Joe Rosenthal Old Glory sul monte Subachi
Joe Rosenthal “Old Glory sul monte Suribachi”1945

Anche immagini divenute nel tempo iconiche sono state oggetto di manipolazioni o sono state composte ed elaborate in un momento successivo all’evento storico. Due sono le foto famose ed emblematiche, scattate entrambe durante la seconda guerra mondiale, che hanno fortemente influito sull’opinione pubblica diventando simbolo di valori universalmente condivisi.

Nell’isola giapponese di Iwo Jima venne combattuta una delle più sanguinose battaglie del Pacifico. Nella mattina del 23 febbraio 1945 un gruppo di marine issò la bandiera americana sulla vetta del vulcano Suribachi e il fotografo militare Louis Lowery scattò, mentre i combattimenti erano ancora in corso, l’immagine “Raising the Flag on Iwo Jima”. Quella che doveva diventare una delle fotografie più famose e più riprodotta di tutti i tempi “Old Glory sul monte Suribachi” fu ripresa in un momento successivo da Joe Rosenthal, che realizzò una sequenza fotografica mentre i soldati issavano nuovamente l’asta su un terreno irregolare e scivoloso per sostituire il primo, piccolo vessillo con uno più grande e visibile. Delle tante immagini sarà proprio questa, presa quasi per caso perché il fotografo fu distratto da un cameraman, a divenire la grande fotografia che è incisa nella memoria di tutti. L’equilibrio della composizione con la diagonale dell’asta e dei corpi dei marine, lo sforzo fisico comune, la cancellazione delle singole identità che rafforza la drammaticità e l’eroicità, hanno fatto di questa foto una potente icona emblematica. Pubblicata su tutti i giornali, convinse gli americani che la guerra ormai era vinta ed è rimasta nella memoria collettiva statunitense come emblema di valore e di coraggio.

5a.Evgenij Chaldej Soldati dell'Armata Rossa issano la bandiera sovietica sul Reichstag a Berlino 1945
Evgenji Chaldej “Soldati dell’Armata Rossa sul Reichstag di Berlino” 1945

Sempre una bandiera è presente nella seconda immagine “Soldati dell’Armata Rossa issano la bandiera sovietica sul Reichstag a Berlino il 30 aprile 1945”, tra i più celebri simboli del ventesimo secolo, anche per la sua realizzazione attraverso ritocchi, correzioni e fotomontaggi. L’urgenza di testimoniare la liberazione dal nazismo e creare un documento che fosse sintesi emotiva degli avvenimenti spinse il fotografo ucraino Evgenij Chaldej a condensare nell’immagine i segni della libertà e dell’eroismo. Sullo sfondo di una Berlino conquistata e in fiamme un soldato, in equilibrio precario, sventola una grande bandiera rossa sovietica, peccato però che la bandiera l’avesse commissionata lo stesso fotografo perché quella effettivamente trovata in cima al Reichstag era troppo piccola, che le nuvole di fumo degli incendi fossero il risultato di sovrapposizione con altre immagini e che fossero cancellati, in camera oscura, alcuni oggetti prova dei saccheggi sistematici dell’Armata rossa. Tuttavia questa fotografia, come “Old Glory”, non è un falso in senso stretto, ma il risultato di una traslazione atta a documentare un avvenimento già accaduto, quasi il risultato di un disallineamento del tempo.

In queste due costruzioni del mito iconografico, forse creato non del tutto consapevolmente dai fotografi, il confine tra ‘lecito’ ed ‘illecito’ risulta molto labile e la verità che le foto siano state scattate in un tempo successivo appare ai fruitori di secondaria importanza, perché quei miti, quelle icone hanno davvero funzionato nell’immaginario collettivo suscitando emotività e convinzioni personali che superano il fatto oggettivo. Le due fotografie, dove il falso ed il vero convivono,  sono un adattamento temporale della realtà e trasmettono, attraverso segni convenzionali quali la bandiera, le linee diagonali e la tensione emotiva, una comunicazione intensa capace di condizionare il nostro pensiero e soddisfare l’esigenza di veder confermato in una immagine ciò che crediamo sia stato reale.

6a.Brian Walski Iraq 2003
Brian Walski “Iraq” 2003

Quale reazione susciterebbe attualmente l’uso di tali e tanti artifici? Nel 2003 il Los Angeles Times pubblicò l’immagine di un reportage nei campi profughi iracheni dello statunitense Brian Walski. La fotografia si rivelò poi essere il risultato della sovrapposizione, in fase di postproduzione, di due scatti consecutivi e il fotografo fu licenziato.

7a. Donald Trump twitta sanzioni economiche contro la Cina novembre 2018
Twitt di Donald Trump

Nell’arco di tempo che separa le immagini di Rosenthal e Chaldej da quella di Walski è avvenuta una profonda mutazione non solo quantitativa di fotografie scattate, ma soprattutto di mentalità dovuta all’avvento e rapido sviluppo delle nuove tecnologie digitali sempre più alla portata di tutti. Virtual Reality, Second Life, App di ritocco sul cellulare, Photoshop, Instagram ci hanno abituato ad alterare la realtà e la sua manipolazione appare sempre più coinvolgente ed attraente del mondo vero, dissolvendo il confine percettivo tra realtà e finzione. La stessa comunicazione politica mostra quanto ormai questo limite sia fragile con i twitt di Donald Trump in stile Games of Thrones, ciclo televisivo di genere fantastico, che fanno riferimento ai famosi mantra della fortunata serie. Il linguaggio fotografico si è per lo più adeguato alle attese ed ai desideri del pubblico creando nuove convenzioni e schemi omologati dove la realtà coesiste con la sua alterazione. Il destinatario delle immagini d’arte, di moda, di pubblicità spesso è consapevole della manipolazione e l’accetta.

8a.Adnan Hajj Libano 2006
Adnan Hajj “Libano” 2006

Ma cosa succede se la rielaborazione riguarda l’informazione e questa può condizionare le nostre opinioni? Quello tra realtà e manipolazione nel fotogiornalismo è un equilibrio fragile ed è impossibile stabilire regole prefissate di comportamento etico universali. Così l’agenzia di stampa Reuters ha licenziato il fotografo Adnan Hajj che ha arricchito con colonne di fumo la foto panoramica di Beirut in fiamme, le stesse che Chaldej aveva aggiunto alla sua immagine  di Berlino conquistata ma, in un conflitto intensamente ideologico come la seconda guerra mondiale, lo scatto divenne per meccanismo mediatico un’icona, immagine sacra di una società laica e non più soggetta a critiche, mentre la foto di Hajj fu vista solo come una spettacolarizzazione di una drammatica realtà.

Come possiamo quindi continuare a credere nelle immagini? Michele Smargiassi nel suo blog ci suggerisce una traccia “……dico che non ci resta altro, come spettatori, che credere nelle fotografie, cioè in quello che possono a volte darci, se chi ce le propone ha fatto in modo che ce lo diano, sempre con tutti i loro limiti: cioè qualche piccolo, incerto indizio di realtà, tutto da verificare.” Credere quindi con ragionevole certezza che ogni immagine attuale menta ma che contemporaneamente racchiuda in sé un grado di veridicità condizionata da numerose variabili.

Radio Città Aperta intervista Paola Bordoni e Sergio D’Alessandro

I soci del Circolo fotografico PhotoUp hanno  partecipato alla manifestazione  “La Via Semantica-Ostiense” , organizzata dall’Associazione Culturale Controchiave in collaborazione con l’VIII Municipio, allestendo grazie ai loro scatti fotografici, scorci sulla realtà umana e sociale del quartiere Ostiense,  la mostra fotografica “GAS-O-METRO” all’interno dello Spazio Rossellini.

Durante l’evento la nostra Presidente Paola Bordoni e il nostro Vice Presidente Sergio D’Alessandro sono stati intervistati da Radio Città Aperta. Qui di seguito potete ascoltare l’intervista.

Fotoit novembre: Talent Scout FIAF – Mario Vani

di Paola Bordoni

Da più di un mese osservo queste fotografie. Torno continuamente a guardarle. Non so dire il perché. Mi catturano. Questa è la sensazione che provo di fronte alle quindici immagini del portfolio “La mattanza”. Il mio occhio identifica immediatamente il complesso codice di gesti e segni rappresentativi del feroce, antichissimo rito della tradizione contadina della uccisione del maiale, allevato per più di un anno per essere poi macellato: la corda insanguinata, il gancio,  l’ombra di una mano, il lungo coltello, il sangue rappreso. L’effetto percettivo prodotto dai contenuti e dalla sequenza delle immagini è rapido, violento e nel mio “vedere” intuisco l’invisibile, il non mostrato: le grida, la paura, la frenesia degli atti, il silenzio “in un crescendo e decrescendo di note che alternano momenti di calma a momenti di forte concitazione, come un’onda che sale e che scende”, scrive Mario Vani, autore del portfolio, presentato per il progetto Talent Scout da Silvio Mencarelli, presidente del Circolo fotografico Photosophia. Le dominanti cromatiche e l’uso del mosso accrescono l’impressione di assistere direttamente all’epifania del rito contadino, avvertendo nelle narici l’odore mescolato del sangue e del sudore, cogliendo le grida degli uomini e l’urlo  dell’animale,  superando il vuoto temporale tra il tempo dello scatto e quello della sua visione. Siamo testimoni anche noi, insieme ad un impassibile gatto, del transito dalla vita alla morte e della scomparsa di una cultura antica che ha avuto la sua ragion d’essere e che oggi non esiste quasi più.

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Nel portfolio “La mamma” il fotografo è testimone dell’uso della macchina fotografica come mezzo tecnico, tramite attraverso il quale vedere i luoghi consueti, abituali, già acquisiti, rifiutando l’assuefazione dello sguardo, per realizzare progetti al di là degli stili e delle mode, seguendo istinto e emozioni. Staccandosi dai fumosi e spesso fosforici colori del precedente lavoro, il fotografo usa una ridotta gamma di sfumature di grigio per sintetizzare e semplificare la visione del lento fluire della vita di una mamma, impegnata nella soffocante routine quotidiana, consumata all’interno di ambienti familiari, dove anche la visione del cielo è negata dalle persiane abbassate. Il fotografo confeziona e consegna ai nostri occhi un poetico e grigio documento di un microcosmo familiare, dove si raccolgono i suoi ricordi e le sue memorie, in una fusione del tempo remoto e presente.

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Nel terzo portfolio “Dioscuri” il fotografo racconta, in una lucente visione, i personaggi mitologici impegnati in una eroica battaglia. Il bianco ed il nero definiscono gli spazi mentre il denso spessore del vuoto muta il reale nell’irreale, in una dimensione contemporaneamente antica e nuova.

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Tre portfolio e tre linguaggi fotografici diversi, eppure a tutti i fotografi viene indicato di scegliere un proprio stile. E se fosse proprio questo il gioco di Mario Vani? quello di non imprigionare la foto in un tratto riconoscibile ma di cambiare l’atto fotografico in base alle esigenze di contenuto?

Fotoit settembre: Vedere per credere ( o no?)

di Paola Bordoni

Terza  parte

L’immagine fotografica ha un forza espressiva molto potente ma un’informazione falsa è la negazione stessa dell’informazione poiché genera la costruzione di una realtà artefatta sulla quale il pubblico/lettore crea le proprie convinzioni. Quali sono quindi i codici deontologici che un’immagine deve avere per garantire oggettività all’informazione che trasmette? I criteri di correttezza, integrità, indipendenza, imparzialità come possono essere tradotti in linee guida universali? In realtà spesso si è tentato di costruire codici di autoregolazione deontologici e condivisi, alcuni molto specifici, ma l’applicabilità ai molteplici casi che si possono verificare ha reso vani tutti gli sforzi.

Si potrebbe però segnare almeno un limite etico invalicabile basato sulla destinazione d’uso: un’immagine artefatta non può e non deve essere destinata alla comunicazione di informazioni che influenzino il comportamento, le scelte, le opinioni dei singoli individui, diventando così formidabili mezzi di disinformazione e di persuasione occulta.

Già nel giugno 1994 il prestigioso Time fu costretto ad imbarazzate scuse per la pubblicazione, come immagine di copertina, della foto segnaletica ritoccata e virata del giocatore di football O.J. Simpson accusato dell’omicidio della moglie. La stessa foto era stata utilizzata dal Newsweek ma il Time l’aveva elaborata scurendo la pelle del giocatore ed accentuando il contrasto, rappresentandolo più torvo e minaccioso, con suggerimento di colpevolezza.

Quanto siano disposti a farci mentire dalle fotografie e dall’editing, accettando un’alterazione della realtà percepita e, soprattutto, quali antidoti e strumenti possiamo adottare per essere fruitori non passivi?

5.O.J.Simpson

Fotoit settembre: Vedere per credere (o no?)

di Paola Bordoni

Seconda parte

Nella società dei primi del Novecento, nella quale si avvertiva sempre più l’esigenza di ampliare e diffondere l’informazione, le immagini fotografiche sembravano offrire la possibilità di riproduzione fedele e diretta del mondo esterno.

“Le fotografie – scrive Susan Sontag – forniscono testimonianze. Una cosa di cui abbiamo sentito parlare, ma di cui dubitiamo, ci sembra provata quando ce ne mostrano una fotografia……Una fotografia è considerata dimostrazione incontestabile che una data cosa è effettivamente accaduta.”

Non è semplice, forse è impossibile, comporre una lista completa degli esempi di fake fotografie che sono comparse nel corso degli anni; forse fu l’inglese Roger Fenton a manipolare per primo una fotografia. L’immagine la conosciamo tutti: durante la guerra di Crimea, nella calda primavera del 1855, la Valle dell’Ombra della Morte era disseminata di palle da cannone e Fenton, primo fotografo di guerra embedded dalla Regina Vittoria, impressionò le sue immagini su lastre al collodio umido. Ma la foto più famosa e conosciuta è forse il risultato di una ben organizzata rappresentazione scenica? Quale fotografia, tra quelle scattate, è veramente riproduzione del reale e quale altra è dovuta a manipolazione decisamente fisica con lo spostamento manuale dei proiettili anche sulla strada? Occorreva forse al fotografo una drammatizzazione del suo reportage realizzato prevalentemente nelle retrovie e nei momenti di pausa e ristoro delle truppe, in parte per problemi tecnici ma soprattutto per il proposito di ottenere un risultato finale vittoriano di piacevole e rassicurante escursione militare?

1.R.Felton, la valle dell'ombra della morte, 1855, Crimea

Se Felton operò per accrescimento non si contano, in ambito fotografico, le omissioni e le cancellazioni messe in atto in gran parte per ragioni di stato e politiche.

Tra le più famose quelle di Lev Trotsky, leader della rivoluzione bolscevica caduto in disgrazia e definito da Lenin “canaglia”, mandato in esilio e fotograficamente epurato da tutte le immagini ufficiali. La propaganda politica e la rimozione di personaggi però non è retaggio solo dei secoli passati e di regimi totalitari.

2.Rimozione fotografica di Lev Trotsky

Il quotidiano israeliano The announcer ha eliminato le figure femminili nell’immagine della manifestazione che si è tenuta a Parigi l’11 gennaio 2015 in seguito all’attentato terroristico a Charlie Hebdo: sono state epurate il Ministro degli Affari Esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, il Sindaco di Parigi Anne Hidalgo e la Cancelliera tedesca Angela Merkel, uniche donne presenti in prima fila. La fotografia da elemento documentale del vero diviene, con l’alterazione del messaggio, strumento di persuasione più o meno orwelliano per rafforzare e conformare il modo di pensare dei lettori conservatori del giornale.

3.Manifestazione per l'attentato Hebdo Parigi 2015

4.The Annoncer

L’inganno perpetrato mira scorrettamente alla disinformazione. E’ questo dunque un primo confine di eticità che non deve essere superato? e come tutelare lo spettatore/fruitore? Scriveva Sergio Romano “il giornalismo fotografico e televisivo può essere, grazie all’apparente realismo delle immagini, ancora più ingannevole e mistificatorio… Se vado al supermercato e compro un barattolo di marmellata, l’etichetta mi dice con quali ingredienti è stata fatta. Ma se leggo un giornale o guardo la televisione non sempre, apparentemente, ho il diritto di sapere chi ha scattato quella fotografia, a quando risalgono quelle immagini, in quali condizioni sono state riprese e che cosa accadeva in quel momento al di fuori del quadro». Potremmo anche aggiungere : “quanto e come le immagini sono state successivamente manipolate”.

Fotoit settembre: Vedere per credere (o no?)

di Paola Bordoni

Prima parte

Tutte le fotografie sono accurate. Nessuna di esse è la verità”– Richard Avedon

Argomento attuale e insidioso quello della manipolazione delle immagini. In mancanza di una disciplina giuridica univoca che distingua la realtà dalla sua alterata rappresentazione e il lecito dall’illecito, le regole di comportamento etico vengono affidate alle norme delle principali testate giornalistiche, delle associazioni di categoria, delle organizzazioni fotografiche ed alla morale professionale dell’autore.

Ma quando una immagine può definirsi falsa o manipolata? Qual è il confine etico che non deve essere superato?

Chi di noi non ha avuto esitazioni davanti all’immagine del miliziano di Capa, al crop di inquadratura della bimba Kim Phuc, immagine iconica della guerra in Vietnam, alla drammatizzazione ed enfatizzazione tonale del funerale dei due piccoli palestinesi uccisi dal bombardamento israeliano  a Gaza?

Fragile, lungo e malleabile è l’intero processo di produzione dell’immagine prima di arrivare al fruitore; i passaggi sono tanti e ognuno implica delle possibilità di scelte e alternative. La prima manipolazione è già insita nella stessa genesi dell’immagine: essa riproduce in bidimensionale oggetti tridimensionali, quindi non rappresenta la realtà ma la verosimiglianza. Il fotografo ha poi, nel momento dello scatto, una serie di opzioni che influiscono sul risultato finale e sul suo significato: dal taglio dell’inquadratura all’uso della compressione prospettica degli obiettivi, dai tempi di esposizione alla sfocatura e tante altre. L’immagine scattata continua poi il suo percorso tra decisioni del fotografo, dell’editor e del curatore, con molteplici possibilità e declinazioni di intervento che riescono a trasformare la ipotizzata realtà in una verità raccontata, filtrata, alterata attraverso molteplici passaggi.

Alla fotografia, sin dalla sua nascita, era stata attribuita una straordinaria oggettività ed autenticità in quanto offriva dati certi e testimoniali, risultato di un procedimento meccanico che rispondeva alle leggi dell’ottica e della chimica. Cosa si poteva volere di più rispetto alle interpretazioni artistiche e soggettive del pittore che non aveva neanche obbligo di presenza sull’evento rappresentato?

Robert Frank, lo straniero che ha fotografato l’America

di Paola Bordoni

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Il fotografo e regista svizzero, naturalizzato statunitense e famoso per il suo libro di culto The Americans,  è morto  all’età di 94 anni in Canada. Robert Frank ha ispirato generazioni di fotografi con il suo lavoro che traeva origine dalle foto di Bill Brands e di Walker Evans, del quale era stato assistente.

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Con il suo reportage “The Americans” cambiò la storia della fotografia, con un racconto fotografico di un viaggio attraverso 48 stati americani a metà degli anni Cinquanta.

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Con  un finanziamento da parte della Fondazione Guggenheim, con una Ford Business Coupe, due macchine fotografiche e centinaia di rullini in bianco e nero percorse migliaia di chilometri.

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Delle quasi 30.000 foto scattate nel viaggio solo  83 vennero raccolte nel libro  The Americans. Il libro fu pubblicato nel 1958  in Francia dall’editore Delpire con il titolo Les Americains e con saggi ad accompagnare le foto di Frank. Solo l’anno successivo il libro fu pubblicato negli Stati Uniti, nella famosa edizione con l’introduzione di Jack Kerouac .

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 Una sequenza di immagini in grado di vivere di vita propria, senza testo, senza didascalie, quelle immagini imperfette non avevano bisogno di spiegazioni.

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Fotografie dirette, a volte ruvide, altre sfuocate, a volte scattate senza scendere dall’auto, dove niente era conforme alle regole del racconto patinato. Frank aveva fotografato scene di vita di ogni tipo, spesso in contraddizione con l’idea positiva che gli Stati Uniti volevano dare di loro stessi in quegli anni.

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