Radio Città Aperta intervista Paola Bordoni e Sergio D’Alessandro

I soci del Circolo fotografico PhotoUp hanno  partecipato alla manifestazione  “La Via Semantica-Ostiense” , organizzata dall’Associazione Culturale Controchiave in collaborazione con l’VIII Municipio, allestendo grazie ai loro scatti fotografici, scorci sulla realtà umana e sociale del quartiere Ostiense,  la mostra fotografica “GAS-O-METRO” all’interno dello Spazio Rossellini.

Durante l’evento la nostra Presidente Paola Bordoni e il nostro Vice Presidente Sergio D’Alessandro sono stati intervistati da Radio Città Aperta. Qui di seguito potete ascoltare l’intervista.

Fotoit novembre: Talent Scout FIAF – Mario Vani

di Paola Bordoni

Da più di un mese osservo queste fotografie. Torno continuamente a guardarle. Non so dire il perché. Mi catturano. Questa è la sensazione che provo di fronte alle quindici immagini del portfolio “La mattanza”. Il mio occhio identifica immediatamente il complesso codice di gesti e segni rappresentativi del feroce, antichissimo rito della tradizione contadina della uccisione del maiale, allevato per più di un anno per essere poi macellato: la corda insanguinata, il gancio,  l’ombra di una mano, il lungo coltello, il sangue rappreso. L’effetto percettivo prodotto dai contenuti e dalla sequenza delle immagini è rapido, violento e nel mio “vedere” intuisco l’invisibile, il non mostrato: le grida, la paura, la frenesia degli atti, il silenzio “in un crescendo e decrescendo di note che alternano momenti di calma a momenti di forte concitazione, come un’onda che sale e che scende”, scrive Mario Vani, autore del portfolio, presentato per il progetto Talent Scout da Silvio Mencarelli, presidente del Circolo fotografico Photosophia. Le dominanti cromatiche e l’uso del mosso accrescono l’impressione di assistere direttamente all’epifania del rito contadino, avvertendo nelle narici l’odore mescolato del sangue e del sudore, cogliendo le grida degli uomini e l’urlo  dell’animale,  superando il vuoto temporale tra il tempo dello scatto e quello della sua visione. Siamo testimoni anche noi, insieme ad un impassibile gatto, del transito dalla vita alla morte e della scomparsa di una cultura antica che ha avuto la sua ragion d’essere e che oggi non esiste quasi più.

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Nel portfolio “La mamma” il fotografo è testimone dell’uso della macchina fotografica come mezzo tecnico, tramite attraverso il quale vedere i luoghi consueti, abituali, già acquisiti, rifiutando l’assuefazione dello sguardo, per realizzare progetti al di là degli stili e delle mode, seguendo istinto e emozioni. Staccandosi dai fumosi e spesso fosforici colori del precedente lavoro, il fotografo usa una ridotta gamma di sfumature di grigio per sintetizzare e semplificare la visione del lento fluire della vita di una mamma, impegnata nella soffocante routine quotidiana, consumata all’interno di ambienti familiari, dove anche la visione del cielo è negata dalle persiane abbassate. Il fotografo confeziona e consegna ai nostri occhi un poetico e grigio documento di un microcosmo familiare, dove si raccolgono i suoi ricordi e le sue memorie, in una fusione del tempo remoto e presente.

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Nel terzo portfolio “Dioscuri” il fotografo racconta, in una lucente visione, i personaggi mitologici impegnati in una eroica battaglia. Il bianco ed il nero definiscono gli spazi mentre il denso spessore del vuoto muta il reale nell’irreale, in una dimensione contemporaneamente antica e nuova.

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Tre portfolio e tre linguaggi fotografici diversi, eppure a tutti i fotografi viene indicato di scegliere un proprio stile. E se fosse proprio questo il gioco di Mario Vani? quello di non imprigionare la foto in un tratto riconoscibile ma di cambiare l’atto fotografico in base alle esigenze di contenuto?

Fotoit settembre: Vedere per credere ( o no?)

di Paola Bordoni

Terza  parte

L’immagine fotografica ha un forza espressiva molto potente ma un’informazione falsa è la negazione stessa dell’informazione poiché genera la costruzione di una realtà artefatta sulla quale il pubblico/lettore crea le proprie convinzioni. Quali sono quindi i codici deontologici che un’immagine deve avere per garantire oggettività all’informazione che trasmette? I criteri di correttezza, integrità, indipendenza, imparzialità come possono essere tradotti in linee guida universali? In realtà spesso si è tentato di costruire codici di autoregolazione deontologici e condivisi, alcuni molto specifici, ma l’applicabilità ai molteplici casi che si possono verificare ha reso vani tutti gli sforzi.

Si potrebbe però segnare almeno un limite etico invalicabile basato sulla destinazione d’uso: un’immagine artefatta non può e non deve essere destinata alla comunicazione di informazioni che influenzino il comportamento, le scelte, le opinioni dei singoli individui, diventando così formidabili mezzi di disinformazione e di persuasione occulta.

Già nel giugno 1994 il prestigioso Time fu costretto ad imbarazzate scuse per la pubblicazione, come immagine di copertina, della foto segnaletica ritoccata e virata del giocatore di football O.J. Simpson accusato dell’omicidio della moglie. La stessa foto era stata utilizzata dal Newsweek ma il Time l’aveva elaborata scurendo la pelle del giocatore ed accentuando il contrasto, rappresentandolo più torvo e minaccioso, con suggerimento di colpevolezza.

Quanto siano disposti a farci mentire dalle fotografie e dall’editing, accettando un’alterazione della realtà percepita e, soprattutto, quali antidoti e strumenti possiamo adottare per essere fruitori non passivi?

5.O.J.Simpson

Fotoit settembre: Vedere per credere (o no?)

di Paola Bordoni

Seconda parte

Nella società dei primi del Novecento, nella quale si avvertiva sempre più l’esigenza di ampliare e diffondere l’informazione, le immagini fotografiche sembravano offrire la possibilità di riproduzione fedele e diretta del mondo esterno.

“Le fotografie – scrive Susan Sontag – forniscono testimonianze. Una cosa di cui abbiamo sentito parlare, ma di cui dubitiamo, ci sembra provata quando ce ne mostrano una fotografia……Una fotografia è considerata dimostrazione incontestabile che una data cosa è effettivamente accaduta.”

Non è semplice, forse è impossibile, comporre una lista completa degli esempi di fake fotografie che sono comparse nel corso degli anni; forse fu l’inglese Roger Fenton a manipolare per primo una fotografia. L’immagine la conosciamo tutti: durante la guerra di Crimea, nella calda primavera del 1855, la Valle dell’Ombra della Morte era disseminata di palle da cannone e Fenton, primo fotografo di guerra embedded dalla Regina Vittoria, impressionò le sue immagini su lastre al collodio umido. Ma la foto più famosa e conosciuta è forse il risultato di una ben organizzata rappresentazione scenica? Quale fotografia, tra quelle scattate, è veramente riproduzione del reale e quale altra è dovuta a manipolazione decisamente fisica con lo spostamento manuale dei proiettili anche sulla strada? Occorreva forse al fotografo una drammatizzazione del suo reportage realizzato prevalentemente nelle retrovie e nei momenti di pausa e ristoro delle truppe, in parte per problemi tecnici ma soprattutto per il proposito di ottenere un risultato finale vittoriano di piacevole e rassicurante escursione militare?

1.R.Felton, la valle dell'ombra della morte, 1855, Crimea

Se Felton operò per accrescimento non si contano, in ambito fotografico, le omissioni e le cancellazioni messe in atto in gran parte per ragioni di stato e politiche.

Tra le più famose quelle di Lev Trotsky, leader della rivoluzione bolscevica caduto in disgrazia e definito da Lenin “canaglia”, mandato in esilio e fotograficamente epurato da tutte le immagini ufficiali. La propaganda politica e la rimozione di personaggi però non è retaggio solo dei secoli passati e di regimi totalitari.

2.Rimozione fotografica di Lev Trotsky

Il quotidiano israeliano The announcer ha eliminato le figure femminili nell’immagine della manifestazione che si è tenuta a Parigi l’11 gennaio 2015 in seguito all’attentato terroristico a Charlie Hebdo: sono state epurate il Ministro degli Affari Esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, il Sindaco di Parigi Anne Hidalgo e la Cancelliera tedesca Angela Merkel, uniche donne presenti in prima fila. La fotografia da elemento documentale del vero diviene, con l’alterazione del messaggio, strumento di persuasione più o meno orwelliano per rafforzare e conformare il modo di pensare dei lettori conservatori del giornale.

3.Manifestazione per l'attentato Hebdo Parigi 2015

4.The Annoncer

L’inganno perpetrato mira scorrettamente alla disinformazione. E’ questo dunque un primo confine di eticità che non deve essere superato? e come tutelare lo spettatore/fruitore? Scriveva Sergio Romano “il giornalismo fotografico e televisivo può essere, grazie all’apparente realismo delle immagini, ancora più ingannevole e mistificatorio… Se vado al supermercato e compro un barattolo di marmellata, l’etichetta mi dice con quali ingredienti è stata fatta. Ma se leggo un giornale o guardo la televisione non sempre, apparentemente, ho il diritto di sapere chi ha scattato quella fotografia, a quando risalgono quelle immagini, in quali condizioni sono state riprese e che cosa accadeva in quel momento al di fuori del quadro». Potremmo anche aggiungere : “quanto e come le immagini sono state successivamente manipolate”.

Fotoit settembre: Vedere per credere (o no?)

di Paola Bordoni

Prima parte

Tutte le fotografie sono accurate. Nessuna di esse è la verità”– Richard Avedon

Argomento attuale e insidioso quello della manipolazione delle immagini. In mancanza di una disciplina giuridica univoca che distingua la realtà dalla sua alterata rappresentazione e il lecito dall’illecito, le regole di comportamento etico vengono affidate alle norme delle principali testate giornalistiche, delle associazioni di categoria, delle organizzazioni fotografiche ed alla morale professionale dell’autore.

Ma quando una immagine può definirsi falsa o manipolata? Qual è il confine etico che non deve essere superato?

Chi di noi non ha avuto esitazioni davanti all’immagine del miliziano di Capa, al crop di inquadratura della bimba Kim Phuc, immagine iconica della guerra in Vietnam, alla drammatizzazione ed enfatizzazione tonale del funerale dei due piccoli palestinesi uccisi dal bombardamento israeliano  a Gaza?

Fragile, lungo e malleabile è l’intero processo di produzione dell’immagine prima di arrivare al fruitore; i passaggi sono tanti e ognuno implica delle possibilità di scelte e alternative. La prima manipolazione è già insita nella stessa genesi dell’immagine: essa riproduce in bidimensionale oggetti tridimensionali, quindi non rappresenta la realtà ma la verosimiglianza. Il fotografo ha poi, nel momento dello scatto, una serie di opzioni che influiscono sul risultato finale e sul suo significato: dal taglio dell’inquadratura all’uso della compressione prospettica degli obiettivi, dai tempi di esposizione alla sfocatura e tante altre. L’immagine scattata continua poi il suo percorso tra decisioni del fotografo, dell’editor e del curatore, con molteplici possibilità e declinazioni di intervento che riescono a trasformare la ipotizzata realtà in una verità raccontata, filtrata, alterata attraverso molteplici passaggi.

Alla fotografia, sin dalla sua nascita, era stata attribuita una straordinaria oggettività ed autenticità in quanto offriva dati certi e testimoniali, risultato di un procedimento meccanico che rispondeva alle leggi dell’ottica e della chimica. Cosa si poteva volere di più rispetto alle interpretazioni artistiche e soggettive del pittore che non aveva neanche obbligo di presenza sull’evento rappresentato?

Robert Frank, lo straniero che ha fotografato l’America

di Paola Bordoni

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Il fotografo e regista svizzero, naturalizzato statunitense e famoso per il suo libro di culto The Americans,  è morto  all’età di 94 anni in Canada. Robert Frank ha ispirato generazioni di fotografi con il suo lavoro che traeva origine dalle foto di Bill Brands e di Walker Evans, del quale era stato assistente.

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Con il suo reportage “The Americans” cambiò la storia della fotografia, con un racconto fotografico di un viaggio attraverso 48 stati americani a metà degli anni Cinquanta.

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Con  un finanziamento da parte della Fondazione Guggenheim, con una Ford Business Coupe, due macchine fotografiche e centinaia di rullini in bianco e nero percorse migliaia di chilometri.

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Delle quasi 30.000 foto scattate nel viaggio solo  83 vennero raccolte nel libro  The Americans. Il libro fu pubblicato nel 1958  in Francia dall’editore Delpire con il titolo Les Americains e con saggi ad accompagnare le foto di Frank. Solo l’anno successivo il libro fu pubblicato negli Stati Uniti, nella famosa edizione con l’introduzione di Jack Kerouac .

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 Una sequenza di immagini in grado di vivere di vita propria, senza testo, senza didascalie, quelle immagini imperfette non avevano bisogno di spiegazioni.

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Fotografie dirette, a volte ruvide, altre sfuocate, a volte scattate senza scendere dall’auto, dove niente era conforme alle regole del racconto patinato. Frank aveva fotografato scene di vita di ogni tipo, spesso in contraddizione con l’idea positiva che gli Stati Uniti volevano dare di loro stessi in quegli anni.

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Inaugurazione della mostra “MAAM: il museo abitato” alla Festa per la Cultura

Foto di Copertina: Lucio Baldelli

di Paola Bordoni

Civico n.193 di via Prenestina, a due passi dal Raccordo anulare: una vecchia, immensa e dismessa fabbrica di salumi della Fiorucci . Nel marzo 2009 duecento senza casa e migranti occupano la fabbrica abbandonata e la trasformano nella loro abitazione, così da trasformare i vecchi immensi magazzini in piccole case.

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Alessandra Catenacci
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Franco Brilli

Nel 2011 viene realizzato da Giorgio de Finis e Fabrizio Boni il film documentario etnografico “Space Metropoliz” che entra nei vecchi edifici   e ne racconta le storie, i sogni, le ambizioni degli abitanti.

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Il film fantarealista annuncia l’inizio delle migrazioni esoplanerarie : il viaggio degli abitanti di Metropoliz alla ricerca di un mondo migliore dove ricominciare la vita. E quale posto migliore della luna?

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Massimo Giannetti
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Monica Ferzi

La Luna nei trattati internazionali è definita come res communis,  come patrimonio comune dell’umanità dove sono bandite qualunque forma di appropriazione nazionale o dichiarazioni di sovranità, nonché la proprietà privata.

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Maria Rosaria Marino
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Antonella Simonelli

Nel film gli abitanti costruiscono un razzo per raggiungere la luna. Combatteranno contro le forze oscure con l’ultima battaglia, come recita il titolo dell’opera di Stefania Fabrizi che  ha concesso al Circolo PhotoUp di utilizzare l’immagine come locandina.

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Il MAAM : Il museo dell’Altro e dell’altrove, un  acronimo sarcastico che rieccheggia i Moma, Maxxi, Met del mondo.

 

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Maria Rosaria Marino

Nato nel 2012 con un duplice obiettivo: quello di creare una barricata fatta di opere  d’arte a difesa dell’occupazione e dei suoi abitanti e, nello stesso tempo,  evitare l’isolamento della città meticcia con il resto della città attraverso la realizzazione di tanti incontri tra i quali le inaugurazioni collettive in occasione degli equinozi e dei solstizi o la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto.

Il risultato è uno spettacolare Museo abitato dove le opere d’arte si intrecciano e si contaminano nella vita quotidiana degli abitanti., in un continuo di venire poichè le opere e le installazioni  vengono nel tempo modificate, cancellate, ritracciate.

Più di 500 artisti di fama internazionale hanno portato il loro contributo ed esposto al Maam. Tra di loro citiamo: Stefania Fabrizi,   Sten&Lex, Lucamaleonte, Kobra, Massimo de Giovanni, Malcom Angelucci, Thomas Majella, Pietro Ferrante

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Fabio Faltelli

Fotoit maggio: Fotografia e Industria di Paola Bordoni (terza ed ultima parte)

di Paola Bordoni

Foto di copertina: Carlo Valsecchi – Gasometro

Negli ultimi decenni l’avanzare di tecnologie innovative e digitalizzate, la delocalizzazione delle grandi produzioni dall’Europa all’Asia con la conseguente riqualificazione delle restanti in imprese di servizi, la comparsa di una società senza classi sociali, hanno determinato una profonda trasformazione nella rappresentazione visiva della industria che si iscrive sempre più negli apparati comunicativi di marketing e di pubblicità. Nelle immagini le fabbriche, le industrie si trasformano in opere d’arte, astratte, perfette, spesso immerse in luce algida. Negli spazi vuoti raffigurati è enfatizzata la mancanza della fisicità umana e del lavoro, solo a volte sostituito da robot, mentre i macchinari sono posti centralmente in uno spazio asettico, quasi a indicare un futuro di affrancazione dal lavoro.

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H. Spohler: Assembly Line (2008)

L’attuale rappresentazione iconica del processo produttivo postindustriale mostra sempre più un aspetto immateriale e futuristico dove la principale attività dell’uomo si smaterializza e si trasforma contemporaneamente in una strategia di marketing aziendale.

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Vincent Fournier : Space Project

Ma se tutto ciò è valido per l’Occidente, il racconto visivo cambia radicalmente nelle aree geografiche dove sono state delocalizzate le aziende alla ricerca di bassi costi produttivi. Indagando sull’influenza dell’industria sull’uomo e la natura, le immagini mostrano il costo della crescita sregolata sulla società e sull’ambiente, lo sfruttamento del lavoro a volte anche minorile, le profonde trasformazioni del territorio.

In un mondo dove convivono e si sovrappongono società protoindustriali, industriali e postindustriali la fotografia, nelle forme più varie e con approcci narrativi diversi, visualizza la realtà e la complessità dell’industria contemporanea; solo rappresentando queste ultime attraverso le immagini si può comprendere il percorso effettuato ed il futuro prossimo venturo.

Bibliografia:

A. Accornero, U. Lucas, G. Sapelli, Storia fotografica del lavoro in Italia 1900-1980, Bari, De Donato, 1981.

C. Colombo, V. Castronovo, La fabbrica di immagini. L’industria italiana nella fotografia d’autore, Firenze, Alinari, 1988.

P. Desole, La fotografia industriale in Italia 1933-1965, Editrice Quinlan, 2015.

U. Stahel, Industria oggi. Immagini contemporanee della collezione Mast, Fondazione Mast, Bologna, 2015.

U. Stahel, Materia e idea, macchina e metafora, Prefazione alla mostra La forza delle immagini, Bologna 2017.

Fotoit maggio: Fotografia e Industria di Paola Bordoni (seconda parte)

di Paola Bordoni

Foto di copertina: Guido Guidi – La Fabbrica

Nata nell’Ottocento come autocelebrazione ed autopromozione la fotografia industriale mostra inizialmente codici visivi statici, dalle prospettive centrali, con gli operai in posa corale o allineati davanti alle linee produttive, quasi a rinviare ad una ottimistica e gerarchica visione familiare e padronale.

Nei primi decenni del Novecento, con l’ampliarsi e lo svilupparsi dell’industria soprattutto siderurgica, si fa strada una narrazione iconica che celebra la macchina, prodotto dell’ingegno umano, e l’uomo coprotagonista epico del progresso. La  dinamica bellezza delle strutture industriali viene esaltata attraverso riprese dal basso o in diagonale e l’operaio, eroe moderno, diviene simbolo del coraggio e della forza fisica.

1.1.L. Hine Meccanico addetto ad una pompa (1920)
L.Hine: meccanico addetto ad una pompa (1920)

E’ in questo periodo che le grandi industrie, con l’estendersi del mercato, percepiscono la necessità di celebrare la loro storia ed i successi ottenuti in riviste aziendali (house organ) affidando alle immagini un racconto che non è solo destinato ad una interazione comunicativa con l’esterno per creare consenso ma anche a rafforzare l’identità aziendale tra i lavoratori, favorendo il senso di appartenenza. Le riviste aziendali, spesso dirette da intellettuali come Ungaretti, si sono avvalse della collaborazione, per committenza o per successiva acquisizione di immagini, di fotografi celebri come Jakob Tuggener, Robert Doisneau, Ugo Mulas e Gabriele Basilico.

5.1.G.Basilico Loro Piana, Quarona 1991
G. Basilico: Loro Piana Quaderno 1991

La sintassi comunicativa della fotografia industriale cambia radicalmente dopo la seconda guerra mondiale, la successiva forte crescita economica e il nascere di profonde inquietudini sociali; la centralità ritorna al lavoratore, con riappropriazione della propria immagine, mentre le macchine industriali diventano funzionali all’uomo. Questa traccia continuerà poi negli ultimi anni del secolo scorso anche come testimonianza militante nell’ambito dell’impegno civile e documentazione delle nuove forme di alienazione dell’era industriale.

Biennale foto industria
Gianni Berengo Gardin: (da sinistra a destra) l’industriale Alberto Alessi, i designer Achille Castiglioni, Enzo Mari, Aldo Rossi, Alessandro Mendini, Milano 1989 
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Uliano Lucas: L’Ilva di Taranto (1980)

Fotoit maggio. Fotografia e industria di Paola Bordoni (prima parte)

di Paola Bordoni

Foto di copertina: Luca Campigotto – Arsenale di Venezia

Una relazione complessa e profonda ha da sempre legato la fotografia all’industria, non solo perché indiscutibilmente la nascita della fotografia democratica coincide cronologicamente con l’affermarsi e lo svilupparsi del processo industriale ma anche per affinità di procedimento automatico, per cui l’immagine meccanica, prodotto industriale, è conseguibile attraverso operazioni ripetitive e seriali simili a quelle che si svolgono nelle fabbriche. You press the button, we do the rest era lo slogan coniato da George Eastman per promuovere le prime fotocamere Kodak destinate ad un vasto pubblico, anche non professionista, in sostituzione delle artigianali lastre fotografiche.

La narrazione visiva dell’età industriale nacque alla fine dell’Ottocento intrecciandosi e connettendosi, nell’arco di due secoli, con tutti gli aspetti della società, della politica, delle ideologie, dell’economia e dell’ambiente, mostrando il progresso delle tecnologie produttive e delle macchine ma anche, contemporaneamente, le contraddizioni legate allo stesso mondo industriale come il depauperamento delle risorse naturali, i cambiamenti ambientali, lo sfruttamento del lavoro umano, il mito della crescita sregolata. In questa smisurata opera la fotografia industriale ha attraversato tutti i generi dal ritratto alla paesaggistica, dal reportage all’architettura, dal concettuale al corporate, dalla micro e macrofotografia allo still life.

2.1.E.Hoppé Costruzione del dirigibile 1928
E.Hoppé: Costruzione del dirigibile 1928

Parlare quindi di fotografia industriale significa anche accostare fotografi diversi con diverse attitudini che, tutti insieme, hanno contribuito a creare la memoria e la testimonianza dell’età industriale: le emblematiche immagini di Emil Hoppé, la fotografia sociale di Lewis Hine, la visione costruttiva di Aleksandr Rodčenko, l’architettura monumentale di Margaret Bourke-White, i ritratti di operai di Gianni Berengo Gardin, la ricerca oggettiva e topografica di Bernd e Hilla Becher, il corporate estetico di Lee Friedlander, i dispositivi industriali come oggetto archeologico di Thomas Ruff, gli spazi notturni e vuoti dei cantieri di Luca Campigotto, le finzioni speculative di Vincent Fournier ed ancora tanti altri. Si è così realizzato, nel corso di due secoli, un immenso racconto visivo della fabbrica, del mondo del lavoro e dell’industria che diviene testimonianza, a volte celebrativa a volte critica, della trasformazione delle società che le si modellano attorno.

 

1.Margareth Bourke White Costruzione del tunnel del vento (1936)
M.Bourke White: Costruzione della galleria del vento (1936)