Fotoit di febbraio: Vedere per credere (o no?)

di Paola Bordoni

seconda parte

“Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro.”  László Moholy-Nagy

2a.Autoritratto Wanda Wulz 1932
Autoritratto di Wanda Wulz 1932

Nel 2012 il Metropolitan Museum of Art di New York dedicò la mostra “Faking It: Manipulated Photography Before Photoshop” ai fotografi che avevano creato immagini alterate e manipolate ben prima della nascita del famoso software di ritocco. La volontà di intervenire sulla realtà ed interpretarla è sempre stata presente nella fotografia anche in quella predigitale; mancava il timbro clone, i livelli, la bacchetta magica ma spesso, all’interno delle camere oscure, veniva effettuato un incredibile lavoro di sovrapposizioni, cancellature, ritagli, opacizzazioni, colorazioni a mano, per rendere la realtà più interpretazione che rappresentazione.

 

 

3a.Louis Lowery la prima immagine della conquista del Monte Subachi febbraio 1945
Louis Lowery “Raising the flags  on Iwo Jima”  1945

 

4a.Joe Rosenthal Old Glory sul monte Subachi
Joe Rosenthal “Old Glory sul monte Suribachi”1945

Anche immagini divenute nel tempo iconiche sono state oggetto di manipolazioni o sono state composte ed elaborate in un momento successivo all’evento storico. Due sono le foto famose ed emblematiche, scattate entrambe durante la seconda guerra mondiale, che hanno fortemente influito sull’opinione pubblica diventando simbolo di valori universalmente condivisi.

Nell’isola giapponese di Iwo Jima venne combattuta una delle più sanguinose battaglie del Pacifico. Nella mattina del 23 febbraio 1945 un gruppo di marine issò la bandiera americana sulla vetta del vulcano Suribachi e il fotografo militare Louis Lowery scattò, mentre i combattimenti erano ancora in corso, l’immagine “Raising the Flag on Iwo Jima”. Quella che doveva diventare una delle fotografie più famose e più riprodotta di tutti i tempi “Old Glory sul monte Suribachi” fu ripresa in un momento successivo da Joe Rosenthal, che realizzò una sequenza fotografica mentre i soldati issavano nuovamente l’asta su un terreno irregolare e scivoloso per sostituire il primo, piccolo vessillo con uno più grande e visibile. Delle tante immagini sarà proprio questa, presa quasi per caso perché il fotografo fu distratto da un cameraman, a divenire la grande fotografia che è incisa nella memoria di tutti. L’equilibrio della composizione con la diagonale dell’asta e dei corpi dei marine, lo sforzo fisico comune, la cancellazione delle singole identità che rafforza la drammaticità e l’eroicità, hanno fatto di questa foto una potente icona emblematica. Pubblicata su tutti i giornali, convinse gli americani che la guerra ormai era vinta ed è rimasta nella memoria collettiva statunitense come emblema di valore e di coraggio.

5a.Evgenij Chaldej Soldati dell'Armata Rossa issano la bandiera sovietica sul Reichstag a Berlino 1945
Evgenji Chaldej “Soldati dell’Armata Rossa sul Reichstag di Berlino” 1945

Sempre una bandiera è presente nella seconda immagine “Soldati dell’Armata Rossa issano la bandiera sovietica sul Reichstag a Berlino il 30 aprile 1945”, tra i più celebri simboli del ventesimo secolo, anche per la sua realizzazione attraverso ritocchi, correzioni e fotomontaggi. L’urgenza di testimoniare la liberazione dal nazismo e creare un documento che fosse sintesi emotiva degli avvenimenti spinse il fotografo ucraino Evgenij Chaldej a condensare nell’immagine i segni della libertà e dell’eroismo. Sullo sfondo di una Berlino conquistata e in fiamme un soldato, in equilibrio precario, sventola una grande bandiera rossa sovietica, peccato però che la bandiera l’avesse commissionata lo stesso fotografo perché quella effettivamente trovata in cima al Reichstag era troppo piccola, che le nuvole di fumo degli incendi fossero il risultato di sovrapposizione con altre immagini e che fossero cancellati, in camera oscura, alcuni oggetti prova dei saccheggi sistematici dell’Armata rossa. Tuttavia questa fotografia, come “Old Glory”, non è un falso in senso stretto, ma il risultato di una traslazione atta a documentare un avvenimento già accaduto, quasi il risultato di un disallineamento del tempo.

In queste due costruzioni del mito iconografico, forse creato non del tutto consapevolmente dai fotografi, il confine tra ‘lecito’ ed ‘illecito’ risulta molto labile e la verità che le foto siano state scattate in un tempo successivo appare ai fruitori di secondaria importanza, perché quei miti, quelle icone hanno davvero funzionato nell’immaginario collettivo suscitando emotività e convinzioni personali che superano il fatto oggettivo. Le due fotografie, dove il falso ed il vero convivono,  sono un adattamento temporale della realtà e trasmettono, attraverso segni convenzionali quali la bandiera, le linee diagonali e la tensione emotiva, una comunicazione intensa capace di condizionare il nostro pensiero e soddisfare l’esigenza di veder confermato in una immagine ciò che crediamo sia stato reale.

6a.Brian Walski Iraq 2003
Brian Walski “Iraq” 2003

Quale reazione susciterebbe attualmente l’uso di tali e tanti artifici? Nel 2003 il Los Angeles Times pubblicò l’immagine di un reportage nei campi profughi iracheni dello statunitense Brian Walski. La fotografia si rivelò poi essere il risultato della sovrapposizione, in fase di postproduzione, di due scatti consecutivi e il fotografo fu licenziato.

7a. Donald Trump twitta sanzioni economiche contro la Cina novembre 2018
Twitt di Donald Trump

Nell’arco di tempo che separa le immagini di Rosenthal e Chaldej da quella di Walski è avvenuta una profonda mutazione non solo quantitativa di fotografie scattate, ma soprattutto di mentalità dovuta all’avvento e rapido sviluppo delle nuove tecnologie digitali sempre più alla portata di tutti. Virtual Reality, Second Life, App di ritocco sul cellulare, Photoshop, Instagram ci hanno abituato ad alterare la realtà e la sua manipolazione appare sempre più coinvolgente ed attraente del mondo vero, dissolvendo il confine percettivo tra realtà e finzione. La stessa comunicazione politica mostra quanto ormai questo limite sia fragile con i twitt di Donald Trump in stile Games of Thrones, ciclo televisivo di genere fantastico, che fanno riferimento ai famosi mantra della fortunata serie. Il linguaggio fotografico si è per lo più adeguato alle attese ed ai desideri del pubblico creando nuove convenzioni e schemi omologati dove la realtà coesiste con la sua alterazione. Il destinatario delle immagini d’arte, di moda, di pubblicità spesso è consapevole della manipolazione e l’accetta.

8a.Adnan Hajj Libano 2006
Adnan Hajj “Libano” 2006

Ma cosa succede se la rielaborazione riguarda l’informazione e questa può condizionare le nostre opinioni? Quello tra realtà e manipolazione nel fotogiornalismo è un equilibrio fragile ed è impossibile stabilire regole prefissate di comportamento etico universali. Così l’agenzia di stampa Reuters ha licenziato il fotografo Adnan Hajj che ha arricchito con colonne di fumo la foto panoramica di Beirut in fiamme, le stesse che Chaldej aveva aggiunto alla sua immagine  di Berlino conquistata ma, in un conflitto intensamente ideologico come la seconda guerra mondiale, lo scatto divenne per meccanismo mediatico un’icona, immagine sacra di una società laica e non più soggetta a critiche, mentre la foto di Hajj fu vista solo come una spettacolarizzazione di una drammatica realtà.

Come possiamo quindi continuare a credere nelle immagini? Michele Smargiassi nel suo blog ci suggerisce una traccia “……dico che non ci resta altro, come spettatori, che credere nelle fotografie, cioè in quello che possono a volte darci, se chi ce le propone ha fatto in modo che ce lo diano, sempre con tutti i loro limiti: cioè qualche piccolo, incerto indizio di realtà, tutto da verificare.” Credere quindi con ragionevole certezza che ogni immagine attuale menta ma che contemporaneamente racchiuda in sé un grado di veridicità condizionata da numerose variabili.