“Halal” Business – La pastorizia italiana incontra l’Islam

di Giselle Sartori foto di Filippo Tosi

Siamo a bordo della nostra jeep quando il gregge di pecore attraversa la pianura. Fermiamo il mezzo e osserviamo la scena. Un ragazzino ci passa di fronte portando al guinzaglio tre giganteschi pastori maremmani. Più in là, due asini trasportano gli animali appena nati che rallenterebbero la marcia. Rimaniamo affascinanti dall’armonia di quel tempo dimenticato e qualche settimana più tardi decidiamo di tornare.

31012017-DSCF9077

Filippo segue la transumanza durante una gelida giornata invernale, adattandosi ai ritmi severi imposti dalla natura. Testimone silenzioso dell’attività di Fabio e Gabi, cattura i frammenti della vita pastorale con la sua macchina fotografica.

Il paesaggio nomade, antropizzato dal pascolo, fluisce nel tempo e nello spazio con movimenti ancestrali e solenni. Il silenzio della pianura, avvolta dalla coltre di nebbia, è rotto soltanto dal belare degli agnelli e dallo scampanellio degli asini.

31012017-DSCF9758

Fin dalle primissime ore di luce, Fabio e Gabi, camminano alla ricerca di erba fresca per il loro gregge. Gabi è un uomo taciturno, ha la barba rossa e la sigaretta sempre accesa. Gira avanti e indietro seguito dal suo cane e finita la transumanza tornerà dalla sua famiglia in Romania. La presenza di un estraneo non distoglie l’attenzione dal suo unico compito: guidare le ottocento pecore bergamasche. “Il 90% degli allevatori impiegati nella pastorizia nella nostra regione sono rumeni”, spiega Fabio che proviene da almeno tre generazioni di pastori. Racconta delle numerose difficoltà legate al suo mestiere: l’urbanizzazione che strappa le terre al pascolo, il prezzo eccessivo dei materiali, la svalutazione dei prodotti lanifici sostituiti oggi da quelli sintetici, ma nonostante gli ostacoli continua a condurre le pecore. Un tempo, il padre di Fabio, compiva la transumanza in dieci giorni di cammino da Cremona alla Val Camonica. Oggi, invece, le pecore viaggiano su autotreni.

30012017-DSCF8723

 

Lecito e proibito

31012017-DSCF9294

Scopriamo dalle parole dei due pastori che il prodotto finale segue traiettorie di consumo differenti dal passato. La carne di Fabio e Gabi è destinata infatti al mercato musulmano del cibo halal, il cibo “permesso” dalla norme etico-sanitarie della legge islamica, la Shar’ia. Non solo la carne ma anche i formaggi possono essere halal. I principi che definiscono il concetto di halal (lecito) e haram (proibito) sono contenuti nel Corano, Libro Sacro dell’Islam e negli Hadith ovvero la raccolta di detti e gesti del profeta Muhammad.

31012017-DSCF9605

Negli anni 50’ la pastorizia si sorreggeva sul mercato della lana, ma oggi il settore ha subito un forte declino. La tosatura delle pecore avviene esclusivamente per il benessere degli animali. “La lana non si vende più e la pecora è diventata carne da macello” commentano i pastori. A partire dagli anni 90’, con le prime ondate migratorie di musulmani verso il nostro Paese è aumentata la richiesta di carne ovina, immancabile sia nelle celebrazioni che nella tradizione alimentare islamica.

31012017-DSCF9062

L’Occidente e l’affare dell’etica musulmana

30012017-DSCF8701

Alla visione statica e monolitica della società pastorale, si oppone una dinamicità culturale espressa nella capacità di adattamento alle nuove forme economiche risultanti dal fenomeno dell’immigrazione nel nostro Paese. La pastorizia, come ogni altra forma culturale, partecipa inevitabilmente ai cambiamenti della modernità.

Il fenomeno dell’immigrazione ha trasformato diversi settori dell’economia per rispondere ai bisogni attuali della società moderna.

L’economia è attratta dal nuovo affare “halal”, e la pastorizia ha scoperto nella religione islamica una nuova fonte di sopravvivenza.

31012017-DSCF8864

 

31012017-DSCF9531

La foto di Albert Einstein battuta all’asta

di Paola Bordoni

Recentemente la più famosa foto dello scienziato Albert Einstein è stata battuta all’asta per 125.000 dollari. La foto originale fu scattata il 14 marzo 1951 da Arthur Sasse, dell’agenzia United Press International (UPI) durante la festa di compleanno dello scienziato al Princeton Club ; il fotografo che chiese al Premio Nobel di sorridere ed ottenne in risposta una linguaccia.

Einstein fu entusiasta dello scatto e ne ordinò 9 copie; alcune le tenne per sé altre le utilizzò come cartoline e biglietti di auguri per i suoi amici, corredandole spesso di messaggi ironici.

Inviò una di queste foto all’amico giornalista Howard Smith con la frase “Questo gesto – della linguaccia – vi piace perché si rivolge a tutta l’umanità. Un civile può permettersi di fare ciò che non oserebbe un diplomatico.”

 

http---media.clickblog.it-9-908-einsteintongue

Sources: http://www.supereva.it/

Fotoit – luglio/agosto “L’ibrido nella fotografia contemporanea” ultima parte

di Paola Bordoni

Un processo ibridativo di gran lunga più ampio e che coinvolge non solo il risultato finale ma tutto il passaggio creativo, lo ritroviamo nell’opera della fotografa Linda Fregni Nagler con la manipolazione di immagini d’archivio. Per la complessa opera “The Hidden Mother” l’artista attinge dalla sua vasta collezione di foto autoriali ed anonime selezionando ritratti di bambini sorretti da madri velate; fino ai primi decenni del Novecento, il genitore che teneva il bambino dritto nel lungo tempo di esposizione, veniva nascosto con diversi artifizi, di solito un velo.  Le singole immagini sono state rifotografate, manipolate, trasformate in scala, montate ed accostate per creare un unico complesso di 997 fotografie organizzate in una teca di vetro, dove il singolo scatto supera la mera documentazione  per diventare tessera di un mosaico totale e corale. Il processo creativo  in questa artista non si limita alle sole immagini: è la stessa azione dell’artista che si ibrida, sovrapponendo i diversi ruoli di fotografa, di collezionista, di elaboratrice e di curatrice.

Ruth Van Beek Hibernator

All’interno del vasto e complesso panorama degli artisti che usano il processo ibridativo vi è anche una forte dimensione concreta ed artigianale che ritroviamo, ad esempio, nelle immagini di Ruth Van Beek che taglia, piega, incolla il materiale fotografico attingendo al suo vasto archivio, formato attraverso una costante ed attenta ricerca, con ritagli di giornale, immagini internet, pagine di vecchi libri e collezioni fotografiche. Nella sua estesa e complessa produzione spicca la serie “The Hibernators”, dove piccoli animali domestici, gatti, cani, porcellini d’india e conigli, dal muso spesso intenzionalmente rimosso, prendono nuove forme attraverso le piegature effettuate dalla fotografa sul supporto cartaceo dell’immagine stessa, dando vita ad un curioso catalogo dove le piccole creature assumono, come per magia, una nuova identità, ponendosi come mondo animale  ipotetico e possibile. Mi piace il modo in cui gli animali sono fotografati, specialmente nei libri pratici sugli animali domestici. I cani, i gatti, le cavie, i polli … Sembrano oggetti strani, costretti nel quadro dell’immagine, cercando una speranza perduta. Quando comincio a tagliare o piegare il ritaglio, cerco di liberare di nuovo l’animale dalla sua posizione, solo per catturarlo di nuovo in una nuova trasformata posa o forma.”

Se è possibile quindi indicare un filo rosso nel territorio estremamente mobile della produzione degli artisti che usano processi ibridativi, questo è rappresentato in primo luogo dalla perdita dell’asset tradizionale della fotografia, dove l’immagine non è più racchiusa nella referenzialità con l’oggetto e nel singolo scatto “dell’attimo fuggente” ma si sviluppa nel processo mentale e fisico di successiva realizzazione; è nella manipolazione ed ibridazione, il cui risultato può apparire spesso disorientante soprattutto per lo sganciamento temporale e per la rappresentazione di un reale ipotetico, che troviamo una nuova valenza fotografica. C’è inoltre un ampio uso di vecchie immagini personali o spesso d’archivio che vengono rifotografate, anche parzialmente,  per essere risemantizzate.

Ma in quest’epoca di transizione e di nuove concezioni e produzioni culturali, all’interno della fotografia contemporanea, queste tracce, questi fili conduttori che uniscono autori così differenti e opere così diverse, continueranno ad essere seguiti ed ampliati o, viceversa, la ricerca seguirà nuovi paradigmi, obbligandoci ancora una volta a mettere in discussione i nostri parametri di lettura?

Fotoit – luglio/agosto “L’ibrido nella fotografia contemporanea ” prima parte

di Paola Bordoni

Tracciare una mappa di ricognizione per muoversi nel complesso e vasto mondo della ricerca fotografica contemporanea è impegno non da poco; per non perdermi, cercherò di tratteggiare solo alcune linee nella produzione che utilizza il processo ibridativo, impiegando e manipolando con tecniche artigianali o digitali prevalentemente immagini, siano esse fotografie familiari, industriali, scientifiche o di archivio. L’originale immagine viene smontata, rifotografata, tagliata, ricomposta, spezzettata, sovrapposta ottenendo attraverso  un processo ibridativo  una nuova interpretazione visiva.

Una delle caratteristica più incisive di questo processo di commistione è spesso lo scardinamento totale del concetto che le immagini riproducano la realtà, anche se ormai si è consapevoli che questa esattezza riproduttiva non può prescindere da una lettura personale ed interpretativa che, sviluppando un processo mentale, integra la visione con le idee, i ricordi e le emozioni che fanno parte della nostra storia personale cognitiva. Questo scardinamento si applica spesso non solo alla dimensione spaziale ma anche a quella temporale, come nell’opera “New Vedute – Alternative Postcard from Rome” dell’inglese Simon Robert, presentato in occasione dell’ultimo Festival della Fotografia a Roma. La serie di immagini è stata realizzata attraverso un procedimento ibrido, ossia manipolando cartoline della città, di diversa origine e di diverse epoche, con la sovraimposizione di istantanee contemporanee scattate dall’autore. Il risultato di questa stratificazione, ottenuta utilizzando da una parte materiale storico cartaceo e dall’altra uno scatto digitale, è la percezione consapevole del flusso del tempo, che sovverte radicalmente il concetto dell’immagine come registrazione dell’istante unico.

Chino Otsuka Immagine Finding Me

Questo  processo moltiplicativo del tempo è presente anche nella produzione di Chino Otsuka; nella preziosa ed intima serie “Immagine Finding Me” la fotografa giapponese narra contemporaneamente il passato ed il presente inserendo l’immagine di se stessa adulta negli scatti che la ritraggono nell’infanzia, per ottenere una nuova visione ibrida dove l’elaborazione digitale diventa uno strumento, quasi una macchina spazio/tempo, per consentire un viaggio di collegamento tra il presente ed il  passato.

Chino Otsuka Memoryscapes 

Nella più recente “Memoryscapes” la stessa fotografa ci introduce, in modo più diretto, ad un’altra caratteristica peculiare presente nella manipolazione ibridativa: l’utilizzo di vecchie immagini personali che vengono rifotografate, limitando la nuova fotografia solo ai particolari che sono nei bordi, a ciò che non è stato soggetto dello scatto. “Ho scelto con cura una piccola selezione di vecchie fotografie che ho ri-fotografato ingrandendo l’immagine. Fornendo una nuova cornice alle fotografie, le immagini frammentate e sfuocate di memorie distanti iniziano a raccontare le proprie storie”. Chino Otsuka riallaccia ancora una volta il rapporto tra l’ identità personale e la memoria in un gioco infinito di rimandi tra la tecnica e il tempo, tra il presente ed il  passato.

La fotografia nel film “Slumdog Millionaire” – parte terza

di Erica Cremenich

Per la realizzazione di alcune scene, sono stati utilizzati anche degli specchi, che sono risultati estremamente utili. Un escamotage questo che risulta molto più vicino al carattere un po’ meno diretto dei film della cinematografia tradizionale indiana piuttosto che di quella occidentale. Nello specifico, quando Salim spara a Maman, non viene mostrato lo sparo in sé, perché il cast teneva in considerazione il divieto di visione ai minori di tredici anni. Ha, quindi, fatto solo in modo che si vedesse e udisse l’impatto dello sparo senza mostrarlo esplicitamente. Ci è riuscito, appunto, usando una serie di specchi.

millionaire2

La risposta sbagliata, suggerita dal presentatore a Jamal, durante l’interruzione pubblicitaria, viene scritta su uno specchio e non è stato facile poterla rendere. 

millionaire3

Nella stanza in cui muore Salim ci sono degli specchi. Più avanti, ecco Mittal, nuovamente, davanti allo specchio.

millionaire11

II regista insiste sull’uso di vari colori che vengono riproposti, nell’arco dello svolgimento del film, come i gialli e i blu molto saturi che ricorrono, specialmente, nelle sequenze, che si snodano all’interno dello studio televisivo. Il regista Danny Boyle insieme con la costumista Suttirat Anne Larlarb hanno deciso di abbinare il colore giallo al personaggio di Latika. Lo spettatore lo nota e lo ricorda. Latika ha il vestito giallo da piccola e la sciarpa gialla da grande. Il giallo è anche il colore dell’oro. Infatti, Latika è preziosa per Jamal decisamente più di quanto possa esserlo il montepremi televisivo.

millionaire13

Chiaramente, gli slum di Bombay sono un esplosione enorme di colori che ben rappresentano il fatto che siano sempre in continua crescita, cambiamento, in un continuo divenire. Le scene in notturna con i bambini sono state create ad hoc con l’utilizzo di una particolare illuminazione, in quanto era proibito far lavorare i bambini di notte e risultano molto suggestive e particolarmente veritiere. 

Millionaire1

Usando queste metodologie e strumentazioni, la troupe è riuscita a realizzare una fotografia d’eccellenza che rimane impressa nella mente dello spettatore persino dopo che sono trascorsi anni dalla visione del film. Tale fotografia  si è aggiudicata anche un meritato Oscar nel lontano 2009. 

Vincitori del “Best iPhone Photos” 2017

di Paola Bordoni

Alla competizione, che premia le migliori fotografie realizzate utilizzando la fotocamera degli iPhone, hanno partecipato centinaia di fotografi  di 140 Paesi  per le varie categorie: viaggi, ritratti, animali…etc. Un premio giunto alla sua decima edizione che è diventato uno dei punti di riferimento anche tra i fotografi di professione.

Quest’anno  è stato proclamato vincitore del premio “Ritratto” Gabriel Ribeiro del Mato Grosso do Sul – Brasile  Brooklyn, New York. ” Questa foto è stata scattata nel mese di gennaio a mio cugino. Volevo fargli una  foto, siamo andati alla finestra più vicina e abbiamo cominciato a fotografare con luce naturale. Ho usato l’app Lightroom Mobile insieme a Snapseed per ottenere il risultato finale “

1

Dina Alfasi – Israele, ha ottenuto il Primo Posto nella categoria “People”: “Scatto soprattutto scene e ritratti di strada, cercando di catturare momenti intimi. Ogni giorno vado a lavorare in treno e in autobus: per due ore ogni giorno sono accanto a persone diverse. In un primo momento, per passare il tempo, li osservavo e cercavo di indovinare dove stavano andando, quale era la loro storia…poi ho cominciato a fotografarli .”

3

Brenda O Se da Cork – Irlanda  si è classificata al primo posto nella categoria “Fotografo dell’anno”.”Ho scattato questa foto in una camminata di prima mattina intorno ai porti di Jakarta nell’aprile del 2016. Queste erano le mani di un impiegato che stava prendendo una pausa. Sono stato colpita dalla trama creata dalla sporcizia accumulata sulle sue mani “.

4

Joshua Sarinama di Cambrige Ma – United States è al secondo posto per la sezione Travel : “Ho preso quest’immagine nell’estate del 2016 nella mia città”

2

A Sebastiano Tomada di Brooklyn, New York  è stato assegnato il gran premio “fotografo dell’anno: “I bambini erano nelle strade a Qayyarah  vicino al fuoco ed al fumo dei pozzi petroliferi incendiati dai militanti dell’Isis.”

06_1st-Animals_francesca-tonegutti-2-950x883

Francesca Tonegutti, Milano, Italia premiata per la categoria “Animals”:
“Yeguizo: è il nome del cavallo  che ho fotografato a Chiclana de la Frontera, in Spagna. La foto è stata scattata con un iPhone 6″.

Sources:http://www.ilpost.it/2017/06/27/iphone-photography-awards-2017/

Un ponte per la fotografia

Si inaugura giovedì 22 giugno alle ore 18.00 la Collettiva dei soci di Officine Fotografiche Roma presso il Sovrappasso della stazione metropolitana Garbatella.

Anche quest’anno nell’ambito del Festival Fotoleggendo è stato dato spazio ad una parte delle produzioni degli iscritti all’Associazione.

Tra i lavori selezionati per la mostra anche quelli di Antonella Simonelli e Letterio Fazzari due soci del nostro Circolo PhotoUp.

Festa per la Cultura

Alcune immagini del Festival per la Cultura che si è tenuto nei giorni 9, 10 e 11 giugno dall’Associazione Controchiave di Roma presso la Scuola Principe di Piemonte in via Ostiense 263  ed al quale hanno partecipato alcuni soci del Circolo PhotoUp.

foto di maria Elena Ania

Questo slideshow richiede JavaScript.

Foto di Antonella Simonelli

Questo slideshow richiede JavaScript.

Foto di Sergio D’Alessandro: l’allestimento della mostra fotografica

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

 

Fotoleggendo-#Storie

di Antonella Simonelli

Torna la XIII edizione di Fotoleggendo , il Festival della fotografia organizzato e prodotto da Officine Fotografiche Roma sotto la direzione artistica di Emilio D’Itri.

Storie è il tema di questa ultima edizione e sarà trattato nei modi e negli aspetti più diversi ,che vanno dalle narrazioni intime a quelle di natura storica e politica.

Moltissime le mostre che saranno presenti al Festival . Larry Fink, Laia Abril, Tamara Dean, Lorenzo Castore….sono alcuni degli gli autori che esporranno negli spazi della Pelanda Factory del Museo Macro Testaccio nel weekend inaugurale, ma tanti altri sono gli autori presentati gia dalla settimana precedente nel Circuito delle gallerie che aderiscono al Festival (Matèria, ROAM Gallery, WSP Photography, ISFCI, LEPORELLO, 001, …).

Durante le giornate inaugurali sempre alla Pelanda accanto alle mostre ci saranno anche incontri, premi e letture portfolio da parte di più di venti lettori tra photoeditor, critici, curatori, giornalisti ed esperti del settore.

Inaugurazione il 16/17/18 giugno allo Spazio Factory della Pelanda-Museo Macro Roma

Fotoleggendo.it

 

 

 

Fotoit- Maggio “Underground” di Giulio Brega

di Paola Bordoni

Le porte del vagone della metropolitana si aprono ed insieme al largo finestrino mostrano il luminoso interno: tecnicamente potremmo salire, unirci nel breve viaggio under ground ma ne siamo respinti, tenuti fuori dalla posizione di chiusura dei passeggeri, intenti ad interagire solo con i loro smartphone e tablet, per controllare notifiche, like, mail. I passeggeri sono individui isolati, drammaticamente capaci di comunicare solo attraverso strumenti tecnici, estranei al vicino prossimo, anche a quello con il quale c’è contatto fisico. Il soggetto di questa immagine è negli sguardi  che non si incontrano, non si incrociano, lasciando le persone perse ciascuna nella propria solitudine ed incomunicabilità. L’atmosfera di un banale luogo della vita quotidiana si riempie di un silenzio soffocante, che satura ogni spazio dell’ambiente creando quasi una sospensione metafisica, dove scompare anche il futuro ed ovvio movimento del mezzo di trasporto. Giulio Brega, nel tempo sottile di uno scatto, apre ad una visione del quotidiano carica di  profondi significati psicologici e concettuali.