Wild photographer of the year 2017

di Paola Bordoni

Dal 1964 il prestigioso concorso raccoglie e premia gli scatti dei fotografi professionisti e non, dedicati alla fotografia naturalistica. Per quest’anno sono stati inviati 50.000 scatti da 95 paesi  e ne  sono stati selezionati 100 da una giuria internazionale di esperti in base alla creatività, al valore artistico , alla complessità tecnica ma anche per una interpretazione veritiera del mondo animale, e per il loro messaggio etico. Le immagini, scelte dai giurati,  sono suddivise in 16 categorie. I nomi dei vincitori saranno resi noti come ogni anno dal Natural History Museum di Londra – una vera istituzione nel campo della divulgazione scientifica – il prossimo 20 ottobre, in concomitanza con l’apertura al pubblico della relativa mostra nelle sale del museo.
Uno sguardo emozionante sull’ambiente da salvaguardare e da preservare con le immagini della bellezza e diversità del nostro pianeta.

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’77 UNA STORIA DI QUARANT’ANNI FA

di Antonella Simonelli

Dal 24 settembre 2017 fino al al 14 gennaio 2018 presso il Museo di Roma in Trastevere sarà possibile visitare la mostra “77 una storia di quarant’anni fa nei lavori di Tano D’amico e Pablo Echaurren” promossa da Roma Capitale-Assessorato della crescita culturale-Sovraintendenza Capitolina ai beni Culturali ,organizzata dal Centro Sperimentale di Fotografia adams e curata da Gabriele Agostini.

La mostra attraverso le immagini fotografiche di uno tra i maggiori fotografi italiani Tano D’Amico e attraverso le opere di uno dei più interessanti artisti dell’arte contemporanea Pablo Echaurren prende le mosse dal rapporto tra arte, politica e ideologia e l’uso che i movimenti antagonisti facevano delle avanguardie artistiche del 900. Da questo presupposto racconta i fatti, gli eventi e le persone protagoniste di un particolare momento della nostra storia : il ’77.

La mostra non ha una struttura storico-cronologica degli avvenimenti ma una struttura tematica e si incentra intorno ad alcuni nuclei tematico-emozionali tipo le facce, le feste, la donna, il rapporto uomo-donna, l’opposizione, la morte, il sangue, le lettere, la comunicazione alogica, la poesia visiva, la creatività urbana…. mezzi migliori per raccontare il linguaggio dell’epoca.

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La mostra contiene circa 200 opere ed è corredata dall’uscita di un libro “Il Piombo e le Rose “-Utopia e creatività del movimento 77- edito da Postcart, proiezioni di filmati, ed una postazione informatica per la consultazione di stampa e quotidiani dell’epoca. Inoltre durante lo svolgimento della mostra sono previsti tre seminari tematici con giornalisti, storici, storici dell’arte e protagonisti del movimento e ancora verrà proiettato il film “ Indiani Metropolitani “ della regista Antonella Sgambati.

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Museo di Roma in Trastevere   Piazza di Sant’Egidio, 1 – Roma (RM)

Dal 24/09/2017 al 14/01/2018

source: www.oggiroma.it

“Halal” Business – La pastorizia italiana incontra l’Islam

di Giselle Sartori foto di Filippo Tosi

Siamo a bordo della nostra jeep quando il gregge di pecore attraversa la pianura. Fermiamo il mezzo e osserviamo la scena. Un ragazzino ci passa di fronte portando al guinzaglio tre giganteschi pastori maremmani. Più in là, due asini trasportano gli animali appena nati che rallenterebbero la marcia. Rimaniamo affascinanti dall’armonia di quel tempo dimenticato e qualche settimana più tardi decidiamo di tornare.

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Filippo segue la transumanza durante una gelida giornata invernale, adattandosi ai ritmi severi imposti dalla natura. Testimone silenzioso dell’attività di Fabio e Gabi, cattura i frammenti della vita pastorale con la sua macchina fotografica.

Il paesaggio nomade, antropizzato dal pascolo, fluisce nel tempo e nello spazio con movimenti ancestrali e solenni. Il silenzio della pianura, avvolta dalla coltre di nebbia, è rotto soltanto dal belare degli agnelli e dallo scampanellio degli asini.

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Fin dalle primissime ore di luce, Fabio e Gabi, camminano alla ricerca di erba fresca per il loro gregge. Gabi è un uomo taciturno, ha la barba rossa e la sigaretta sempre accesa. Gira avanti e indietro seguito dal suo cane e finita la transumanza tornerà dalla sua famiglia in Romania. La presenza di un estraneo non distoglie l’attenzione dal suo unico compito: guidare le ottocento pecore bergamasche. “Il 90% degli allevatori impiegati nella pastorizia nella nostra regione sono rumeni”, spiega Fabio che proviene da almeno tre generazioni di pastori. Racconta delle numerose difficoltà legate al suo mestiere: l’urbanizzazione che strappa le terre al pascolo, il prezzo eccessivo dei materiali, la svalutazione dei prodotti lanifici sostituiti oggi da quelli sintetici, ma nonostante gli ostacoli continua a condurre le pecore. Un tempo, il padre di Fabio, compiva la transumanza in dieci giorni di cammino da Cremona alla Val Camonica. Oggi, invece, le pecore viaggiano su autotreni.

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Lecito e proibito

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Scopriamo dalle parole dei due pastori che il prodotto finale segue traiettorie di consumo differenti dal passato. La carne di Fabio e Gabi è destinata infatti al mercato musulmano del cibo halal, il cibo “permesso” dalla norme etico-sanitarie della legge islamica, la Shar’ia. Non solo la carne ma anche i formaggi possono essere halal. I principi che definiscono il concetto di halal (lecito) e haram (proibito) sono contenuti nel Corano, Libro Sacro dell’Islam e negli Hadith ovvero la raccolta di detti e gesti del profeta Muhammad.

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Negli anni 50’ la pastorizia si sorreggeva sul mercato della lana, ma oggi il settore ha subito un forte declino. La tosatura delle pecore avviene esclusivamente per il benessere degli animali. “La lana non si vende più e la pecora è diventata carne da macello” commentano i pastori. A partire dagli anni 90’, con le prime ondate migratorie di musulmani verso il nostro Paese è aumentata la richiesta di carne ovina, immancabile sia nelle celebrazioni che nella tradizione alimentare islamica.

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L’Occidente e l’affare dell’etica musulmana

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Alla visione statica e monolitica della società pastorale, si oppone una dinamicità culturale espressa nella capacità di adattamento alle nuove forme economiche risultanti dal fenomeno dell’immigrazione nel nostro Paese. La pastorizia, come ogni altra forma culturale, partecipa inevitabilmente ai cambiamenti della modernità.

Il fenomeno dell’immigrazione ha trasformato diversi settori dell’economia per rispondere ai bisogni attuali della società moderna.

L’economia è attratta dal nuovo affare “halal”, e la pastorizia ha scoperto nella religione islamica una nuova fonte di sopravvivenza.

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Fotoit – luglio/agosto “L’ibrido nella fotografia contemporanea” ultima parte

di Paola Bordoni

Un processo ibridativo di gran lunga più ampio e che coinvolge non solo il risultato finale ma tutto il passaggio creativo, lo ritroviamo nell’opera della fotografa Linda Fregni Nagler con la manipolazione di immagini d’archivio. Per la complessa opera “The Hidden Mother” l’artista attinge dalla sua vasta collezione di foto autoriali ed anonime selezionando ritratti di bambini sorretti da madri velate; fino ai primi decenni del Novecento, il genitore che teneva il bambino dritto nel lungo tempo di esposizione, veniva nascosto con diversi artifizi, di solito un velo.  Le singole immagini sono state rifotografate, manipolate, trasformate in scala, montate ed accostate per creare un unico complesso di 997 fotografie organizzate in una teca di vetro, dove il singolo scatto supera la mera documentazione  per diventare tessera di un mosaico totale e corale. Il processo creativo  in questa artista non si limita alle sole immagini: è la stessa azione dell’artista che si ibrida, sovrapponendo i diversi ruoli di fotografa, di collezionista, di elaboratrice e di curatrice.

Ruth Van Beek Hibernator

All’interno del vasto e complesso panorama degli artisti che usano il processo ibridativo vi è anche una forte dimensione concreta ed artigianale che ritroviamo, ad esempio, nelle immagini di Ruth Van Beek che taglia, piega, incolla il materiale fotografico attingendo al suo vasto archivio, formato attraverso una costante ed attenta ricerca, con ritagli di giornale, immagini internet, pagine di vecchi libri e collezioni fotografiche. Nella sua estesa e complessa produzione spicca la serie “The Hibernators”, dove piccoli animali domestici, gatti, cani, porcellini d’india e conigli, dal muso spesso intenzionalmente rimosso, prendono nuove forme attraverso le piegature effettuate dalla fotografa sul supporto cartaceo dell’immagine stessa, dando vita ad un curioso catalogo dove le piccole creature assumono, come per magia, una nuova identità, ponendosi come mondo animale  ipotetico e possibile. Mi piace il modo in cui gli animali sono fotografati, specialmente nei libri pratici sugli animali domestici. I cani, i gatti, le cavie, i polli … Sembrano oggetti strani, costretti nel quadro dell’immagine, cercando una speranza perduta. Quando comincio a tagliare o piegare il ritaglio, cerco di liberare di nuovo l’animale dalla sua posizione, solo per catturarlo di nuovo in una nuova trasformata posa o forma.”

Se è possibile quindi indicare un filo rosso nel territorio estremamente mobile della produzione degli artisti che usano processi ibridativi, questo è rappresentato in primo luogo dalla perdita dell’asset tradizionale della fotografia, dove l’immagine non è più racchiusa nella referenzialità con l’oggetto e nel singolo scatto “dell’attimo fuggente” ma si sviluppa nel processo mentale e fisico di successiva realizzazione; è nella manipolazione ed ibridazione, il cui risultato può apparire spesso disorientante soprattutto per lo sganciamento temporale e per la rappresentazione di un reale ipotetico, che troviamo una nuova valenza fotografica. C’è inoltre un ampio uso di vecchie immagini personali o spesso d’archivio che vengono rifotografate, anche parzialmente,  per essere risemantizzate.

Ma in quest’epoca di transizione e di nuove concezioni e produzioni culturali, all’interno della fotografia contemporanea, queste tracce, questi fili conduttori che uniscono autori così differenti e opere così diverse, continueranno ad essere seguiti ed ampliati o, viceversa, la ricerca seguirà nuovi paradigmi, obbligandoci ancora una volta a mettere in discussione i nostri parametri di lettura?

Fotoit – luglio/agosto “L’ibrido nella fotografia contemporanea ” prima parte

di Paola Bordoni

Tracciare una mappa di ricognizione per muoversi nel complesso e vasto mondo della ricerca fotografica contemporanea è impegno non da poco; per non perdermi, cercherò di tratteggiare solo alcune linee nella produzione che utilizza il processo ibridativo, impiegando e manipolando con tecniche artigianali o digitali prevalentemente immagini, siano esse fotografie familiari, industriali, scientifiche o di archivio. L’originale immagine viene smontata, rifotografata, tagliata, ricomposta, spezzettata, sovrapposta ottenendo attraverso  un processo ibridativo  una nuova interpretazione visiva.

Una delle caratteristica più incisive di questo processo di commistione è spesso lo scardinamento totale del concetto che le immagini riproducano la realtà, anche se ormai si è consapevoli che questa esattezza riproduttiva non può prescindere da una lettura personale ed interpretativa che, sviluppando un processo mentale, integra la visione con le idee, i ricordi e le emozioni che fanno parte della nostra storia personale cognitiva. Questo scardinamento si applica spesso non solo alla dimensione spaziale ma anche a quella temporale, come nell’opera “New Vedute – Alternative Postcard from Rome” dell’inglese Simon Robert, presentato in occasione dell’ultimo Festival della Fotografia a Roma. La serie di immagini è stata realizzata attraverso un procedimento ibrido, ossia manipolando cartoline della città, di diversa origine e di diverse epoche, con la sovraimposizione di istantanee contemporanee scattate dall’autore. Il risultato di questa stratificazione, ottenuta utilizzando da una parte materiale storico cartaceo e dall’altra uno scatto digitale, è la percezione consapevole del flusso del tempo, che sovverte radicalmente il concetto dell’immagine come registrazione dell’istante unico.

Chino Otsuka Immagine Finding Me

Questo  processo moltiplicativo del tempo è presente anche nella produzione di Chino Otsuka; nella preziosa ed intima serie “Immagine Finding Me” la fotografa giapponese narra contemporaneamente il passato ed il presente inserendo l’immagine di se stessa adulta negli scatti che la ritraggono nell’infanzia, per ottenere una nuova visione ibrida dove l’elaborazione digitale diventa uno strumento, quasi una macchina spazio/tempo, per consentire un viaggio di collegamento tra il presente ed il  passato.

Chino Otsuka Memoryscapes 

Nella più recente “Memoryscapes” la stessa fotografa ci introduce, in modo più diretto, ad un’altra caratteristica peculiare presente nella manipolazione ibridativa: l’utilizzo di vecchie immagini personali che vengono rifotografate, limitando la nuova fotografia solo ai particolari che sono nei bordi, a ciò che non è stato soggetto dello scatto. “Ho scelto con cura una piccola selezione di vecchie fotografie che ho ri-fotografato ingrandendo l’immagine. Fornendo una nuova cornice alle fotografie, le immagini frammentate e sfuocate di memorie distanti iniziano a raccontare le proprie storie”. Chino Otsuka riallaccia ancora una volta il rapporto tra l’ identità personale e la memoria in un gioco infinito di rimandi tra la tecnica e il tempo, tra il presente ed il  passato.

La fotografia nel film “Slumdog Millionaire” – parte terza

di Erica Cremenich

Per la realizzazione di alcune scene, sono stati utilizzati anche degli specchi, che sono risultati estremamente utili. Un escamotage questo che risulta molto più vicino al carattere un po’ meno diretto dei film della cinematografia tradizionale indiana piuttosto che di quella occidentale. Nello specifico, quando Salim spara a Maman, non viene mostrato lo sparo in sé, perché il cast teneva in considerazione il divieto di visione ai minori di tredici anni. Ha, quindi, fatto solo in modo che si vedesse e udisse l’impatto dello sparo senza mostrarlo esplicitamente. Ci è riuscito, appunto, usando una serie di specchi.

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La risposta sbagliata, suggerita dal presentatore a Jamal, durante l’interruzione pubblicitaria, viene scritta su uno specchio e non è stato facile poterla rendere. 

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Nella stanza in cui muore Salim ci sono degli specchi. Più avanti, ecco Mittal, nuovamente, davanti allo specchio.

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II regista insiste sull’uso di vari colori che vengono riproposti, nell’arco dello svolgimento del film, come i gialli e i blu molto saturi che ricorrono, specialmente, nelle sequenze, che si snodano all’interno dello studio televisivo. Il regista Danny Boyle insieme con la costumista Suttirat Anne Larlarb hanno deciso di abbinare il colore giallo al personaggio di Latika. Lo spettatore lo nota e lo ricorda. Latika ha il vestito giallo da piccola e la sciarpa gialla da grande. Il giallo è anche il colore dell’oro. Infatti, Latika è preziosa per Jamal decisamente più di quanto possa esserlo il montepremi televisivo.

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Chiaramente, gli slum di Bombay sono un esplosione enorme di colori che ben rappresentano il fatto che siano sempre in continua crescita, cambiamento, in un continuo divenire. Le scene in notturna con i bambini sono state create ad hoc con l’utilizzo di una particolare illuminazione, in quanto era proibito far lavorare i bambini di notte e risultano molto suggestive e particolarmente veritiere. 

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Usando queste metodologie e strumentazioni, la troupe è riuscita a realizzare una fotografia d’eccellenza che rimane impressa nella mente dello spettatore persino dopo che sono trascorsi anni dalla visione del film. Tale fotografia  si è aggiudicata anche un meritato Oscar nel lontano 2009. 

La fotografia nel film “Slumdog Millionaire” – parte seconda

di Erica Cremenich

Nella scena in cui i due ragazzini entrano in un bordello alla ricerca di Latika, Thomas Nievelt, l’elettricista dà al direttore della fotografia Anthony Dod Mantle e agli attori la capacità di muoversi liberamente all’interno della stanza, illuminandola attraverso finestre alte e utilizzando luci 6K HMI contro specchi e pannelli riflettenti. Tale tipico modo di lavorare si adotta, normalmente, nei film danesi del movimento cinematografico danese “Dogma 95”, di cui sia T. Nievelt che A. D. Mantle facevano parte.  Nel film sono presenti molti primi piani che isolano i personaggi e ci permettono di penetrare nella loro dimensione interiore. I primissimi piani, invece, vengono molto usati per riprendere i bambini e conferiscono loro debolezza, mantenendoli in una posizione inferiore rispetto agli adulti. 

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La ripresa dei dettagli non è mai casuale ma particolarmente funzionale alla narrazione.  Molte inquadrature, girate con macchine inclinate, risultano storte, sbieche e, susseguendosi con una ripetitività quasi ossessiva, ben comunicano il senso di provvisorietà e instabilità che caratterizza i personaggi.  Le inquadrature, infatti, sono spesso brevi e veloci di durante appena sufficiente o addirittura insufficiente alla loro lettura per l’alto contenuto emozionale.

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Ognuna di esse è particolarmente studiata, sinergica e, potremmo dire,  ipercinetica. Questo tipo di fotografia ci ricorda quella di un altro grande nome del cinema, Orson Welles. Da un punto di vista prettamente tecnico, le inquadrature del film si sviluppano da posizioni differenti, da più punti di vista della stessa scena. Ci sono, infatti, molti cambiamenti dei punti di ripresa che risultano funzionali soprattutto nelle molte scene d’inseguimento in stile western. 

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Le inquadrature dall’alto “aeree” sono alternate con quelle da terra e i primi piani a piani lunghi e lunghissimi.  Potremmo definire la fotografia, in linea di massima nervosa, quasi da videoclip. Palesemente, in stile videoclip all’occidentale, viene ripresa l’ultima scena di ricongiungimento dei due amanti tramite il balletto in stile bollywoodiano che si svolge sul sottofondo musicale della canzone “Jai Ho!”. 

La fotografia nel film “Slumdog Millionaire” – parte prima

di Erica Cremenich

La fotografia rappresenta, sicuramente, l’aspetto più curato e riuscito dell’intero film. Considerando la strumentazione impiegata per girare alcune scene, la troupe ci rivela che sono state usate, prevalentemente, fotocamere ma anche videocamere digitali molto sofisticate ma, di certo, moderne, piccole, maneggevoli e flessibili. Lo scopo di tale impiego, infatti, era conferire al film maggiore realismo, rendere la recitazione degli attori anche non professionisti più naturale possibile e permettere di entrare meglio al livello dei bambini presenti in gran parte della pellicola.

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Inoltre, tale fabbisogno tecnico permetteva di poter passare inosservati negli slum di Bombay, ambientazione molto ricorrente, dove, altrimenti, sarebbe stato impossibile gestire il caos e la folla che, in tal modo, è risultata molto più rilassata e disinvolta. Il fluire della vita a Bombay viene colto magistralmente e, in esso, lo spettatore viene catapultato, fin dalla prima scena, dove la camera rimbalza attraverso strette vie e capanne cittadine alla stessa grandissima velocità dei bambini, seguendo e catturando i loro rapidi movimenti.

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Tramite tale accurata strumentazione, è stato anche possibile catturare la poca luce presente per i vicoli della città, operazione per nulla semplice e fare riprese in luoghi dove ottenere un permesso ufficiale per girare sarebbe stato molto difficile, come all’interno del Taj Mahal. Nella fattispecie, la Canon aveva fornito alla produzione una fotocamera 1D mark III, che può scattare raffiche fino a trenta immagini raw al secondo, usata per girare una delle scene culminanti del film, che riguarda il momento in cui del denaro viene gettato in aria. Aveva procurato alla troupe anche la fotocamera Canon EOS-3 con una funzione che permette di scattare a undici fotogrammi al secondo, la quale fornisce una forte intensità di colore, usata per girare la bellissima inquadratura di Latika a diciotto anni a Victoria Terminus, immagine speciale che ricorre più volte impressa nella mente del protagonista Jamal.

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Inoltre, è stata usata anche per riprendere alcuni inserti come quello all’inizio del film che mostra un bambino che ruba una bici e, infine, anche per filmare l’arrivo di Latika in mezzo alla gente per assistere, finalmente libera, alla puntata in cui gioca il suo amato Jamal. La troupe usa anche quella che chiama una “CanonCam”, che è, precisamente, una macchina fotografica Canon con cui è possibile scattare a dodici fotogrammi al secondo. Una particolare menzione va alla piccola cinepresa 2K digital della Silicon Imaging, la SI-2K Mini, di cui la parte che contiene il sensore d’immagine 2 / 3” CMOS e l’obiettivo a supporto della lente può essere staccata dal resto della camera. E’ stata usata in un modo tra il palmare e la Steadicam, mediante un giroscopio. Ha un contenitore di lente di montaggio dove sono state inserite lenti di vario tipo, tra cui un set di lenti LINOSc, che sono state usate, in particolare, quando gli oggetti erano molto vicini per migliorare la sensazione di nitidezza, qualità e profondità degli stessi.

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Vincitori del “Best iPhone Photos” 2017

di Paola Bordoni

Alla competizione, che premia le migliori fotografie realizzate utilizzando la fotocamera degli iPhone, hanno partecipato centinaia di fotografi  di 140 Paesi  per le varie categorie: viaggi, ritratti, animali…etc. Un premio giunto alla sua decima edizione che è diventato uno dei punti di riferimento anche tra i fotografi di professione.

Quest’anno  è stato proclamato vincitore del premio “Ritratto” Gabriel Ribeiro del Mato Grosso do Sul – Brasile  Brooklyn, New York. ” Questa foto è stata scattata nel mese di gennaio a mio cugino. Volevo fargli una  foto, siamo andati alla finestra più vicina e abbiamo cominciato a fotografare con luce naturale. Ho usato l’app Lightroom Mobile insieme a Snapseed per ottenere il risultato finale “

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Dina Alfasi – Israele, ha ottenuto il Primo Posto nella categoria “People”: “Scatto soprattutto scene e ritratti di strada, cercando di catturare momenti intimi. Ogni giorno vado a lavorare in treno e in autobus: per due ore ogni giorno sono accanto a persone diverse. In un primo momento, per passare il tempo, li osservavo e cercavo di indovinare dove stavano andando, quale era la loro storia…poi ho cominciato a fotografarli .”

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Brenda O Se da Cork – Irlanda  si è classificata al primo posto nella categoria “Fotografo dell’anno”.”Ho scattato questa foto in una camminata di prima mattina intorno ai porti di Jakarta nell’aprile del 2016. Queste erano le mani di un impiegato che stava prendendo una pausa. Sono stato colpita dalla trama creata dalla sporcizia accumulata sulle sue mani “.

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Joshua Sarinama di Cambrige Ma – United States è al secondo posto per la sezione Travel : “Ho preso quest’immagine nell’estate del 2016 nella mia città”

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A Sebastiano Tomada di Brooklyn, New York  è stato assegnato il gran premio “fotografo dell’anno: “I bambini erano nelle strade a Qayyarah  vicino al fuoco ed al fumo dei pozzi petroliferi incendiati dai militanti dell’Isis.”

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Francesca Tonegutti, Milano, Italia premiata per la categoria “Animals”:
“Yeguizo: è il nome del cavallo  che ho fotografato a Chiclana de la Frontera, in Spagna. La foto è stata scattata con un iPhone 6″.

Sources:http://www.ilpost.it/2017/06/27/iphone-photography-awards-2017/

Un ponte per la fotografia

Si inaugura giovedì 22 giugno alle ore 18.00 la Collettiva dei soci di Officine Fotografiche Roma presso il Sovrappasso della stazione metropolitana Garbatella.

Anche quest’anno nell’ambito del Festival Fotoleggendo è stato dato spazio ad una parte delle produzioni degli iscritti all’Associazione.

Tra i lavori selezionati per la mostra anche quelli di Antonella Simonelli e Letterio Fazzari due soci del nostro Circolo PhotoUp.