Fotoit aprile: Donatella Guerrini “Lugo – Via Mentana 2019

di Paola Bordoni

Basta attendere. Basta guardarsi intorno. Qualcosa accadrà. Scattare all’improvviso, senza seguire tante regole compositive, cogliendo in una immagine caotica il momento irripetibile e pieno d’incanto, l’attimo che sembra aspettarti e, con il cuore a mille, fermarlo prima che sfugga via e non esista più. Nel caldo di una macchina parcheggiata in una striminzita ombra, immerso nella noia di un’attesa, lo sguardo del bimbo incrocia con l’obiettivo fotografico, legati da un nulla che non sia la casuale vicinanza di uno spazio temporaneamente condiviso. I tagli compositivi, la sovrapposizione di piani e di oggetti, le sovraesposizioni vengono mediati dall’interno dell’abitacolo di una autovettura con un continuo rimando tra il primo piano di un ‘dentro’ immobile, un ‘fuori’ caotico e frenetico ed ancora un altro ‘dentro’ immerso nella sospensione temporale dell’attesa.

Donatella Guerrini

Fotoit aprile: Talent scout junior – Alessandro Castellani

di Paola Bordoni

Ritratto di un microcosmo familiare. Le accattivanti e colorate fotografie, ingannevolmente semplici, raccontano in un geometrico mosaico la storia e gli interessi  di quattro persone unite da un legame affettivo e bloccate in una sequenza di scatti frontali, quasi giocose foto segnaletiche.A. Castellani-Noi-1

Lo sguardo del fotografo, premiato giovane Talent Scout, si poggia su uno spazio umano privato recependo, attraverso un dispositivo magico quale è la macchina fotografica, le poliedriche possibilità dei singoli individui che, nella vita quotidiana come in un teatro, impersonano e conducono una molteplicità di ruoli. Il ritratto è stato da sempre ritenuto uno degli strumenti più validi per celebrare la necessità inconscia di celebrare se stessi e gli altri, soprattutto per interpretare le identità dei soggetti rappresentati, il famoso ‘rubare l’anima’. Attraverso la rigorosa divisione del corpo, nella quale i volti vengono sempre negati, Alessandro Castellani ci mostra le diverse ‘anime’ di se stesso e dei componenti la sua famiglia.

Il risultato fotografico è una specie di stratificazione di identità di origine differente e tra loro non conflittuali; così il professionista in giacca e cravatta, nelle sue diverse ma al tempo stesso aggregate personalità, si connette con l’altro sé, l’appassionato motociclista e giocatore di calcio, l’arciere si sovrappone all’esperta di lingue straniere, lo sciatore abita nello stesso corpo del fotografo. In questi scatti c’è un investimento emotivo ed affettivo espresso attraverso una rappresentazione colorata e spontanea di un tema strettamente autobiografico che mostra un forte senso di appartenenza.

 

Sempre il tema di un legame forte e profondo è presente nel portfolio “Un po’ di colori”, dedicato alla narrazione astratta della terra di origine del fotografo, la Bassa Padana dove l’ambiente è dominato dalla presenza del Po. E’ una natura introversa dal respiro lento e silenzioso quella raccontata con empatia da Castellani, fatta di riflessi, arbusti, limo secco, aloni luminosi dai pallidi colori che riprendono vita solo nelle immagini dei detriti del lavoro umano, le corde, i legni delle barche. Non c’è la maestosità della natura in questi scatti, mancano i grandi spazi, il fluire del fiume, l’orizzonte, tutti quegli elementi narrativi che da sempre fanno parte integrante della rappresentazione del paesaggio. Il fotografo ricerca invece il significato nei dettagli, subordinando la visione del panorama alla composizione ed agli accordi tonali in una visione ravvicinata ed intima, convinto che le forme astratte aprano una via d’accesso alla creazione di una visione soggettiva e  rivelino l’emozione profonda che scaturisce dalla consapevolezza  di appartenere ad un luogo.

Metropoli di Gabriele Basilico

di Antonella Simonelli

Il 25 gennaio si è aperta al Palazzo delle Esposizioni a Roma una grande mostra dedicata ad uno dei più importanti fotografi italiani ed internazionali.

La mostra curata da Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia è incentrata sul tema della città con oltre 250 foto di diversi formati dagli anni Settanta al Duemila.

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Il paesaggio antropizzato, il suo sviluppo problematico e contraddittorio, le sue straficazioni create dal tempo, dai margini alle periferie in continua trasformazione sono stati sempre l’universo della sua ricerca. Lo attrae l’architettura “media”come lui la definisce, le periferie, i porti ,dichiarando di essere vittima di una sorta di fascinazione per il cemento. Scrive Basilico: “quello che mi interessa in modo costante, quasi ossessivo è il paesaggio urbano contemporaneo, fenomeno sociale ed estetico di grandi, rapide, incontenibili trasformazioni in atto nelle città del pianeta e penso che la fotografia sia stata, e continui forse ad essere uno strumento efficace e particolarmente sensibile per registrarlo”.

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Il percorso espositivo si articola in cinque capitoli:

Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980, il primo grande progetto realizzato da Basilico.

Le sezioni del paesaggio Italiano, sei itinerari realizzati nel 1996 insieme a Stefano Boeri e presentati alla Biennale di Architettura di Venezia.

Beirut, due campagne fotografiche realizzate nel 1991 in bianco e nero e nel 2011 a colori.

Le città del mondo, le città dei suoi viaggi nel tempo ,da Bari a Napoli ad Istanbul, a Gerusalemme, Shanghai, Mosca, New York e Rio de Janeiro……

Inoltre, a corredo della mostra, viene presentata un’ampia biografia del fotografo che racconta la sua attività artistica e professionale

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Con un occhio attento Basilico documenta la contemporaneità e l’aspetto irreversibile dell’urbanizzazione nelle città che incontra. Tra assonanze e differenze le città che ci propone dialogano fra loro e noi passo dopo passo ci muoviamo tra verticalità, grattacieli, architetture allungate, disomogeneità, porti e rovine o i contorni indefiniti della città di Roma.

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Palazzo delle Esposizioni – Roma – Via Nazionale 194

25 gennaio – 13 aprile 2020

www.palazzoesposizioni.it

www.arte.it

EFFETTO PITTORICO di Maurizio de Angelis

Nell’intento di realizzare delle foto creando un effetto pittorico, ho cosparso di vasellina un quadrato di plexiglass e l’ho posto davanti all’obiettivo al momento dello scatto.

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Le condizioni di luce, la quantità di crema e la sua distribuzione sul supporto di plastica sono determinanti per ottenere un buon risultato, così come può risultare utile l’utilizzo del cavalletto.

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CHILDREN ( Erwitt – McCurry – Mitidieri)

di Antonella Simonelli

Ancora per pochi giorni è visitabile la mostra fotografica Children con cui Bologna celebra i diritti dei bambini in occasione dei 60 anni della Dichiarazione dei diritti del fanciullo e dei 30 anni della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Gli scatti dei tre autori Erwitt, McCurry e Mitidieri profondamente diversi dal punto di vista espressivo sono accomunati dall’identica volontà di testimoniare in prima persona le vicende dei bambini che hanno incontrato negli angoli più remoti del mondo.

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Con questi presupposti i tre autori sono stati messi in scena nel palcoscenico della mostra dallo scenografo Peter Bottazzi che ha progettato le tre aree dove troviamo in modi differenti  rappresentato  il mondo dell’infanzia.

Nella prima area troviamo le immagini a colori di Steve McCurry, esse  rimandano ad una struttura che ricorda una giostra. La seconda area è occupata dalle fotografie di Mitidieri collocate su blocchi di legno quasi a ricreare le costruzioni con cui gioca il bambino da piccolo. Nella terza sezione invece abbiamo le immagini di Elliott Erwitt allestite su una specie di abaco ,uno degli strumenti piu antichi utilizzati per l’apprendimento e lo studio, un diritto, spesso negato, all’istruzione e alla conoscenza.

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Un catalogo di immagini , quelle  di Steve McCurry , che coglie come solo lui sa fare lo stupore , la meraviglia , l’intensita nello sguardo di chi  è fotografato, oppure quelle di Dario Mitidieri che con il suo bianco e nero ci da una partecipazione diversa ma non meno intensa di quella che Hannah Arendt definiva la “banalita del male” o attraverso la commedia umana che Erwitt rappresenta come lo scorrere del tempo che diventa storia .

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Una riflessione, insomma , sull’infanzia e i diritti , spesso negati, che gli appartengono.

Bologna, 20 novembre 2019- 6 gennaio 2020

Auditorium Enzo Biagi- Biblioteca Salaborsa

Identificazioni Visionarie di Antonella Simonelli

Girovagando nelle stanze dei musei ti accorgi che quello che hai davanti agli occhi è qualcosa di vitale. Da qui una riflessione sul rapporto tra opera d’arte e spettatore. Molto spesso colui che guarda nell’opera si riflette ma anche si perde, nonostante si metta di fronte all’opera ben strutturato con le sue conoscenze, le sue esperienze, le sue emozioni, a volte trova in essa qualcosa in cui perdersi, un io che non è il suo io ma un’identità aperta, spesso ritroviamo noi stessi dopo esserci smarriti. Da qui l’idea che colui che guarda da senso all’opera: dalla relazione tra ciò che vede e ciò che questo gli provoca si attua quell’esperienza di perdita che in realtà permette di conoscersi. Allora se l’opera viene vitalizzata da colui che guarda, allo stesso modo il visitatore guardando vive un’esperienza di identificazione visionaria che in un modo o nell’altro può trasformarlo e cambiarlo.

Con queste foto cerco di raccontare tutto questo su un piano metaforico e simbolico e in un linguaggio estetico il più vicino possibile all’esperienza vissuta.

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Fotoit novembre: Talent Scout FIAF – Mario Vani

di Paola Bordoni

Da più di un mese osservo queste fotografie. Torno continuamente a guardarle. Non so dire il perché. Mi catturano. Questa è la sensazione che provo di fronte alle quindici immagini del portfolio “La mattanza”. Il mio occhio identifica immediatamente il complesso codice di gesti e segni rappresentativi del feroce, antichissimo rito della tradizione contadina della uccisione del maiale, allevato per più di un anno per essere poi macellato: la corda insanguinata, il gancio,  l’ombra di una mano, il lungo coltello, il sangue rappreso. L’effetto percettivo prodotto dai contenuti e dalla sequenza delle immagini è rapido, violento e nel mio “vedere” intuisco l’invisibile, il non mostrato: le grida, la paura, la frenesia degli atti, il silenzio “in un crescendo e decrescendo di note che alternano momenti di calma a momenti di forte concitazione, come un’onda che sale e che scende”, scrive Mario Vani, autore del portfolio, presentato per il progetto Talent Scout da Silvio Mencarelli, presidente del Circolo fotografico Photosophia. Le dominanti cromatiche e l’uso del mosso accrescono l’impressione di assistere direttamente all’epifania del rito contadino, avvertendo nelle narici l’odore mescolato del sangue e del sudore, cogliendo le grida degli uomini e l’urlo  dell’animale,  superando il vuoto temporale tra il tempo dello scatto e quello della sua visione. Siamo testimoni anche noi, insieme ad un impassibile gatto, del transito dalla vita alla morte e della scomparsa di una cultura antica che ha avuto la sua ragion d’essere e che oggi non esiste quasi più.

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Nel portfolio “La mamma” il fotografo è testimone dell’uso della macchina fotografica come mezzo tecnico, tramite attraverso il quale vedere i luoghi consueti, abituali, già acquisiti, rifiutando l’assuefazione dello sguardo, per realizzare progetti al di là degli stili e delle mode, seguendo istinto e emozioni. Staccandosi dai fumosi e spesso fosforici colori del precedente lavoro, il fotografo usa una ridotta gamma di sfumature di grigio per sintetizzare e semplificare la visione del lento fluire della vita di una mamma, impegnata nella soffocante routine quotidiana, consumata all’interno di ambienti familiari, dove anche la visione del cielo è negata dalle persiane abbassate. Il fotografo confeziona e consegna ai nostri occhi un poetico e grigio documento di un microcosmo familiare, dove si raccolgono i suoi ricordi e le sue memorie, in una fusione del tempo remoto e presente.

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Nel terzo portfolio “Dioscuri” il fotografo racconta, in una lucente visione, i personaggi mitologici impegnati in una eroica battaglia. Il bianco ed il nero definiscono gli spazi mentre il denso spessore del vuoto muta il reale nell’irreale, in una dimensione contemporaneamente antica e nuova.

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Tre portfolio e tre linguaggi fotografici diversi, eppure a tutti i fotografi viene indicato di scegliere un proprio stile. E se fosse proprio questo il gioco di Mario Vani? quello di non imprigionare la foto in un tratto riconoscibile ma di cambiare l’atto fotografico in base alle esigenze di contenuto?

Una proposta terminologica di Carlo Delli. Terza parte

La foto di copertina “Tre giovani ghepardi – Masai Mara” è di Carlo Delli.

Senza fotografia ci sarebbe un’altra storia dell’umanità così come nessuno di noi sarebbe lo stesso senza la fotografia. Pochi esempi sui miliardi possibili. Tre sul piano generale, molto noti.
Uno: la Security Farm Administration degli Stati Uniti produsse una impressionante documentazione fotografica sulle durissime condizioni di lavoro nel paese dalla metà degli trenta del novecento, compreso lo sfruttamento minorile, e queste foto indussero il Congresso a modificare la legislazione e migliorare così la vita di milioni di persone.
Due: pensate cosa ha voluto dire in termini di percezione dell’accaduto, vedere le fotografie delle cataste di cadaveri nei campi di Auschwitz, e pensate se non ci fosse stata nessuna documentazione fotografica.
Tre: nel 1968 in casa cominciai a sentir parlare di un dramma che si svolgeva in Africa e che divenne sùbito un modo di dire generale: il Biafra; quei bambini scheletriti che morivano di fame ci colpirono profondamente perché li vedevamo nelle prime foto del genere, e nessuna descrizione a parole avrebbe potuto nemmeno lontanamente avere quello stesso effetto.
Poi un esempio sul piano personale: alcune fotografie di mia figlia piccola mi fanno emozionare profondamente, tanto che mi pare di essere lì a quel tempo e a volte guardandole sento l’odore di mia figlia a quell’età! Credo che nemmeno il più bel ritratto che io avessi fatto mi darebbe le stesse sensazioni.
Ma perché il Congresso cambiò la legislazione sul lavoro? Perché le foto dei campi di concentramento hanno cambiato la percezione della guerra? Perché la tragedia del Biafra diventò un modo di dire? Perché le foto di mia figlia mi danno un’emozione così intense? Tutto per il medesimo motivo: quelle immagini rappresentano visivamente la realtà! Quegli orrori o quelle gioie esistevano realmente! Hanno impressionato materialmente la pellicola e per questo impressionano la nostra mente e il nostro animo!

E si ritorna alla fotografia indice di realtà, che è la sua peculiarità, la sua essenza. Potrei continuare all’infinito, aggiungo che con l’indispensabile aiuto della fotografia si è progrediti in ogni campo della scienza, dalla comprensione dell’Universo macroscopico alla fisica subatomica, dalla biologia alla medicina.
Finisco questo paragrafo sottolineando la differenza tra fotografia e altre forme artistiche di linguaggio, con le parole del prof. Massimo Mussini: “La fotografia non contraffatta ha un fascino che nessuna opera d’arte può eguagliare, ed è quello della rievocazione. Ciò che guardo è esistito. L’immagine rielaborata in camera oscura, oppure ricostruita elettronicamente, entra a fare parte di un altro mondo, quello dell’immaginazione … e in questo secondo ambito, la fotografia perde gran parte della sua peculiarità…”

In definitiva, storicamente e fattivamente, “fotografia” ha un suo peculiare significato; per me è una parola quasi sacra, e non voglio pronunciarla davanti a immagini che fotografie non sono più.

Ci sono sempre stati molti modi di “alterare” il risultato fotografico nel momento stesso dello scatto, ad esempio usando filtri, esagerando l’esposizione, muovendo la fotocamera, e in mille altri modi; c’è poi il vasto tema delle situazioni preparate ad hoc, cioè delle messe in scena; ma mi concentro in questa sede sulle alterazioni fatte in una fase successiva allo scatto.
Come chiamare un’immagine di derivazione fotografica, ma successivamente alterata? Sento dire “immagine fotografica”, ma “immagine “ è troppo generico, e la fotografia stessa è comunque una immagine. Ecco quindi una proposta terminologica: oggi per le modifiche successive allo scatto si parla spesso di post-produzione, e allora per le fotografie poi alterate credo che possiamo efficacemente usare l’espressione “IMMAGINE FOTOPRODOTTA”, contratta magari in “fotoprodotto” se il contesto lo permette. * appendice 3 – elettronografia

Premesso con fermezza che fotografia e immagine fotoprodotta hanno ambedue pari dignità, credo sia comunque molto importante distinguerle, anche verbalmente. E pongo per questo due domande.
La prima: è facile distinguerle in pratica? Sarà facilissimo se l’intenzione dell’Autore è quello di palesare l’alterazione o, pur non volendolo palesare, non è però bravo a usare i programmi di fotoritocco e si fa scoprire. Sarà però impossibile distinguerle se l’Autore ci vuole imbrogliare ed è un bravo ritoccatore (in questo caso potremmo anche dire taroccatore): senza la sua ammissione o circostanze terze noi rimaniamo inesorabilmente imbrogliati. Questo è un problema primario nella civiltà delle immagini: nella stragrande maggioranza dei casi non potremo avere certezze, prendiamone atto e stiamo in guardia. È proprio in quest’ottica che Salgado ha recentemente affermato con ragione che la fotografia è morta, quasi sempre infatti non abbiamo la minima possibilità di sapere se quello che vediamo sia un’immagine fotoprodotta o una fotografia.
Ci sono però anche possibilità positive: tutti i casi in cui il giudizio è aperto, i casi cioè in cui l’Autore, pur dichiarando le modifiche, può sentirsi ancora dentro i limiti della fotografia mentre per altre persone li ha superati. Questo è lo stimolante campo del confronto: conoscendo prima la differenza teorica, si può poi discutere la pratica con cognizione di causa, guidati dalla nostre sensibilità, cultura ed esperienze personali.

La seconda domanda: è utile prendere atto della loro diversità?
Si entra ancor più nelle preferenze personali, potete infatti dire di no. Secondo me invece sapere se siamo di fronte ad una fotografia o un’immagine fotoprodotta è molto importante.
Abbiamo già detto che se il fotografo si esprime mantenendo il rapporto indicale di rappresentazione della realtà visiva, pur usando comunque tutte le possibilità che il linguaggio fotografico gli permette, avremo una fotografia, che è un documento ma potrà avere in certi casi anche un valore narrativo o addirittura creativo.
Ma cosa ci fa presente una fotografia? Ci mostra intanto la realtà visiva che lo stesso fotografo ha colto e intendeva mostrarci. Poi, tramite questa, ci presenta poi l’idea che il fotografo voleva trasmetterci. Ma rappresenta in più tutto ciò che, pur essendo davanti all’obiettivo, il fotografo non ha guardato o non ha visto, ma che la superficie fotosensibile ha registrato! Mi rifaccio qui a ciò che Franco Vaccari chiama forse con termine improprio ma efficacissimo ”inconscio tecnologico” del mezzo tecnico e alla sua autonoma registrazione della realtà visiva. La fotografia rappresenta almeno tutto questo.
Cosa ci rende presente invece l’immagine fotoprodotta? Ci rende soprattutto – se non solamente – l’idea dell’Autore. Se rappresenta anche qualcos’altro è solo nei residui di fotografia rimasti. Sono un fotografo di Natura e vi porto questo esempio credo molto significativo: una fotografia di Natura rappresenta, oltre la mia idea, l’Energia Creatrice all’opera, se vi piace potete ben dire che rappresenta direttamente l’opera di Dio; se invece la altero e ne ricavo un’immagine fotoprodotta, ebbene questa rappresenta solo o soprattutto me stesso e la mia idea: vi pare la stessa cosa?!? Sono sicuramente cose molto diverse!

Attenzione però, sia chiaro che ottenere e usare le immagini fotoprodotte può essere altrettanto importante e dignitoso! Anzi dico di più: in taluni casi esprimersi con le immagini fotoprodotte può essere ancor più efficace che con le fotografie, al fine di  promuovere una buona causa, per suscitare una certa emozione, porre attenzione su un argomento concreto. Tuttavia un’immagine fotoprodotta è un’altra cosa rispetto a una fotografia.
A chi non interessa questa differenza dico che prendo atto del suo atteggiamento, è legittimo, ma gli dico anche di prendere atto a sua volta che a me invece interessa moltissimo.

Se troviamo su di una rivista l’immagine di un bambino morto (avevo fatto questo esempio ben prima che purtroppo accadesse davvero) i casi sono tre: 1) è una fotografia documentaria: quel bambino c’era ed era veramente morto in relazione all’argomento trattato; 2) è una “fotografia di scena”: il bambino è stato truccato e messo lì durante le riprese di un film, oppure dal fotografo stesso; 3) è un’immagine fotoprodotta: quel bambino è vostro figlio mentre dorme e tutto il resto lo avete messi voi digitalmente. Se non vi interessa sapere questo, e badate solo al messaggio, bèh, è lecito, ma sono gusti vostri. Ci sono casi di fotoreporter licenziati per aver taroccato, senza averlo dichiarato, le fotografie pubblicate sul Times o sul National Geographic, ci dicevano bugie, e per fortuna qualcuno pensa ancora che sia una cosa detestabile e sanzionabile.

Conclusione. Alterare le fotografie è stata un’attività nata il giorno dopo l’invenzione della fotografia stessa, ed è una possibilità meravigliosa, soprattutto con i mezzi odierni che ci permettono di scatenare la nostra fantasia e creatività. Le immagini fotoprodotte sono una possibilità straordinaria di espressione, non solo artistica, che tra l’altro uso anch’io. Ma come in ogni altro campo dell’operare umano possono essere usate per imbrogliare. Monumenti indiscutibili della fotografia come Alfred Stieglitz, Ansel Adams ed Henry Cartier-Bresson sono convinti che le fotografie possano avere a che fare con la “verità”; io non oso sostenere tanto, ma so per certo che le fotografie di per sé non dicono mai bugie! Siamo noi che possiamo interpretarle male e soprattutto sono i fotografi, e altre persone, che possono far dire loro bugie in milioni di modi diversi, prima, durante e dopo lo scatto.
Fotografie e immagini fotoprodotte arricchiscono entrambe in maniera straordinaria il nostro mondo e le nostre vite, ma sono molto diverse, e le parole ci devono aiutare a non confonderle, per non confondere il nostro mondo e le nostre vite.

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Per la collaborazione nell’estensione, la modifica e il completamento di questo scritto ringrazio particolarmente Massimo Mussini, Mauro Pieroni, Giorgio Rigon, Giorgio Tani e Giancarlo Torresani, ma anche, per l’epistolario avuto, Silvano Bicocchi, Vincenzo Marzocchini,  Filomeno Mottola, Claudio Pastrone, Marcello Ricci e Piero Sbrana.

 

Una proposta terminologica di Carlo Delli. Seconda parte

L’immagine di copertina “Moth surprie (Saturnide)-Mkuzy-Sud Africa” è di Carlo Delli.

Altro punto essenziale è il concetto di “rappresentazione”: il primo significato di rappresentare è: “far presente” attraverso un linguaggio ciò che esiste ma che non abbiamo davanti perché lontano nel tempo e/o nello spazio. Ma il verbo “rappresentare” è sconosciuto a molti possessori di macchine fotografiche, cosa molto strana dato che la fotografia è rappresentazione della realtà VISIVA tramite il linguaggio fotografico.
Dire che una fotografia sia realtà è una palese idiozia. Credo che molti fotografi sostituiscano erroneamente la parola “rappresentazione” con la parola “riproduzione”, che vuol dire fare una copia uguale all’originale; in pratica dicono “rappresentare” ma intendono “riprodurre”. E allora per loro la fotografia non può rappresentare la realtà, perché così dicendo intendono che la riproduce, ed è ovvio e banale che una fotografia non lo faccia.

Inoltre fotografi e critici omettono quasi sempre un aggettivo fondamentale: VISIVA. La fotografia ha a che fare solo con la parte visiva della realtà. Ora di sicuro la vista è il senso di gran lunga più importante per conoscere la realtà, ma non è l’unico. La realtà è essenzialmente inconoscibile nella sua totalità, l’argomento è chiaramente abissale, ma questo è un motivo in più per parlare in modo corretto.
È dannoso pensare e dire che l’aggettivo “visiva” sia sottinteso quando parliamo di fotografia, è invece assolutamente necessario metterlo sempre. La fotografia si occupa della “realtà visiva” e tramite questa può rappresentare oggetti e fatti; poi, e solo poi, tramite questi oggetti può simboleggiarne altri e addirittura può arrivare a veicolare idee astratte o impalpabili, ma tutto questo è un plus della fotografia, non ne è l’essenza.

Chi ha inventato la fotografia ha spalancato la porta a effetti psicologici immensi, senza fondo, soprattutto per il rapporto esclusivo e terrificante che questa ha col tempo: prima ne cristallizza solo una porzione, e poi la mantiene immutata a dispetto del resto del tempo, che continua a scorrere.
Ma si è aperto anche un mondo materiale e tecnico: pellicole e sensori, obiettivi i più diversi, diaframmi, tempi di esposizione corti o lunghi, scatti in sequenza, etc etc, per cui quello fotografico è un linguaggio ricchissimo di strumenti, che possono essere usati su soggetti infiniti, in modi infiniti, da personalità e sensibilità infinite! Come dico io: un infinito al cubo! Un linguaggio tale che il fotografo può non solo documentare ma anche esprimere la sua personalità, può narrare, e può addirittura creare, pur rimanendo dentro la “fotografia”, senza cioè “alterare” quello che ha registrato la macchina fotografica.

Ed eccoci ad “alterare”, altra parola chiave. Attenzione, vale qui non in senso dispregiativo ma solo nella sua etimologia latina di alter: trasformare in qualcosa di diverso, rendere “altro” rispetto all’originale. Oggi, dopo lo scatto, sono praticamente obbligatori degli aggiustamenti, ma se l’idea del fotografo è quella di rimanere all’interno della “fotografia”, le modifiche devono essere minime e comunque tali da non trasformare l’immagine in “altro”, tali da far restare l’immagine come uno stampo automatico, un indice, di ciò che si poteva vedere davanti all’obiettivo al momento dello scatto.

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