Fotografie delle ragazze Yazide nel campo profughi di Khanke in mostra al Maxxi di Roma

Dall’agosto 2014 oltre 400mila componenti della comunità yazida  hanno dovuto abbandonare le loro case nel territorio iracheno e fuggire per cercare di raggiungere  i campi profughi della regione del Kurdistan iracheno. Nel campo profughi di Khanke alcune ragazze Yazida hanno scattato immagini della situazione dei profughi. le loro immagini sono in mostra al Maxxi di Roma. Il progetto  dell’UNICEF  e finanziato dal Governo italiano, ha voluto dotare un selezionato gruppo di giovani, vittime di guerra e sopravvissute ad atti di violenza di genere, di uno strumento espressivo e di un approccio al mondo del lavoro, attraverso un laboratorio di tecniche fotografiche.

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Le giovani fotografe (foto di Anna Ranucci)

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Assenze di Franco Brilli

Ho attraversato parte degli stati del west e mi sono imbattuto in spazi immensi e davvero poco frequentati ma anche in città molto grandi eppure piene di vuoto, di assenza o di micro presenza umana anche in posti insospettabili come i Casinos di Las Vegas o le spiaggie di Los Angeles. Allora mi è tornata alla mente la frase del mio mito letterario di gioventù, Jack Kerouac, il quale ne “I vagabondi del Dharma” dice: “Sono il vuoto, non sono diverso dal vuoto, né il vuoto è diverso da me, in realtà il vuoto sono io”.

Gli americani sono così. Sanno di essere a contatto con il vuoto e con l’assenza. Sanno che la possibilità di passare da una vita normale a quella di un homeless è sempre dietro l’angolo; sanno che se stai male e non hai soldi o l’assicurazione puoi cadere nel vuoto dell’indifferenza; sanno che spesso quando hai vent’anni il governo ti chiama e ti tocca partire per una guerra in posti che non sai neanche dove sono e dove può anche capitarti di morire e la tua assenza sarà riempita con una bandiera, in mezzo ad altre mille, nel giardino di una scuola.

Per dire tutto questo ho cercato i luoghi più significativi e più pieni di umanità: le highways, i bar, i campi di basket, i luoghi turistici, le spiagge. Ho cercato i momenti di maggiore assenza e ho deciso di desaturare le immagini per accentuare la sensazione di sproporzione tra la grandezza degli spazi e la mancanza di persone, nonostante i segni della loro attività. Un modo diverso, spero, di raccontare un Paese davvero straordinario ma ancora pieno di contraddizioni.

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Menzione speciale a Martin Parr al Sony World Photography Awards

“Unico linguaggio visivo” questa è la motivazione per la menzione speciale che il fotografo inglese Martin Parr riceverà ai Sony World Photography Awards 2017.  Il titolo è stato assegnato al celebre autore documentarista, membro dell’agenziaMagnum Photos dal 1988, per la “sua visione unica ed ambigua del mondo. La cerimonia di premiazione avverrà il prossimo 20 aprile a Londra.
Parr ha dichiarato ” E’ un grande onore ricevere il titolo di Outstanding Contribution to Photography, specialmente pensando ai nomi  di illustri predecessori come William Egglestone e William Klein . E’ inoltre rassicurante vedere che la World Photography Organisation e Sony continuano a sostenere la fotografia contemporanea in tutti i suoi aspetti”.

Source: www.repubblica.it

Contest di gennaio la foto più votata: Simonetta Orsini

Per il Contest di gennaio, la foto più votata è stata quella di Simonetta Orsini.

Le altre foto

Alessia Ambrosi                                                                                              Anna Ranucci

Antonella Simonelli                                                                                          Lillo Fazzari

Lucio Baldelli                                                                                Antonietta Magda Laini

Michela Poggipollini                                                                         Sergio D’Alessandro

La Nuvola di Fuksas: il nuovo Centro Congressi dell’Eur di Sergio D’Alessandro

Dopo 8 anni dall’inizio dei lavori e 18 dal lancio del bando di concorso, è stato inaugurato il Nuovo Centro Congressi dell’Euro a Roma, nel frattempo diventato noto a tutti come “La Nuvola di Fuksas”.

Ho avuto la possibilità di visitare il cantiere a primavera 2011, quando si parlava dell’inaugurazione entro la primavera dell’anno successivo.  Siamo arrivati a fine 2016 ma ne valeva la pena, visti i risultati spettacolari.

In questa breve rassegna fotografica, che si apre con un mosaico di quattro immagini che mostrano com’era e come è diventata la “Nuvola”, ho cercato di mostrare alcuni degli scorci che più mi hanno colpito dell’opera finita.

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Dalla Cina con amore di Michela Poggipollini

Ho sempre saputo del grande amore tra mio padre, marò italiano del Battaglione San Marco e mia madre, ragazza danese proveniente da un’agiata famiglia. Un amore nato a Shanghai durante la seconda guerra mondiale e molto contrastato, tutti elementi che lo rendevano ai miei occhi molto romantico.Mia madre mi disse che quando mio nonno seppe dell’amore di sua figlia per un soldato italiano, di cui non si conosceva la famiglia, per giunta appartenente allo schieramento dell’Asse e campione di boxe, non volle più vederla, non andò al suo matrimonio né alla sua partenza per l’Italia, dove c’era, di nascosto,soltanto mia nonna.

Mio padre, il più piccolo di cinque fratelli,  aveva avuto una infanzia difficile. Mio nonno,che faceva parte del gruppo fondatore del Partito Popolare guidato da Don Sturzo,morì a soli trentotto anni, stroncato da un infarto durante un dibattito politico, quando mio padre aveva solo due anni. Il fratello maggiore sin da piccolo gli insegnò i primi rudimenti della boxe per potersi difendere. Successivamente lo iscrisse ad una palestra dove subito cominciò a vincere. La sport lo aiutò a trovare una strada in cui realizzarsi che gli tornerà utile anche nel futuro.

Quando papà andò in pensione, si comprò una Olivetti portatile, un piccolo tavolino di noce e cominciò a scrivere, per molte ore della giornata,la sua grande avventura in Cina. Quando andai io stessa in pensione, mentre riordinavo la libreria, trovai un libro verde e capii che era la sua storia in Cina,di cui per molto tempo aveva scritto. Decisi allora di leggerla e fu per me una grande scoperta conoscere quali avventure avesse passato, quanto romantico e struggente fosse stato il grande amore dei miei genitori,sullo sfondo degli eventi bellici che li vedevano su fronti opposti.Andai allora a cercare le fotografie dei miei genitori di quell’epoca e le trovai sepolte in alcune scatole cinesi.Da qui,complice la mia passione per la fotografia,è nato il desiderio di raccontare la storia delle mie origini a Shanghai attraverso queste immagini ingiallite.

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Questa immagine rappresenta il Bund, l’arteria principale ed il simbolo di Shanghai durante quel periodo. La metropoli, era la sesta più grande del mondo e la più importante dell’Oriente. Il Bund fu la prima immagine della Cina che mio padre deve aver visto nel 1939,scendendo dalla nave “Conte Verde”, ancorata sul fiume Wan Pu. Si stabilirà definitivamente a Shanghai, dopo essere stato per due anni nella caserma di Tientsin, soggiornando sulla nave Eritrea. Ogni mattina un barcaiolo cinese lo portava alla banchina sfidando la corrente sulle acque limacciose del fiume. Da questa distanza poteva ammirare gli alti palazzi del Bund dai più vari stili architettonici. C’erano alberghi, uffici di rappresentanza, banche, locali notturni. Sui marciapiedi e nella strada si potevano incontrare frettolosi uomini di affari, cinesi arricchiti in lussuosissime macchine, elegantissime signore europee e persone di tutte le razze; Shanghai era la città più cosmopolita degli anni ’30. Negli androni dei palazzi vi sostavano anche mendicanti in attesa di qualche moneta. Dappertutto si sentivano gli odori dei rifiuti, del pesce, del fumo di carbone che si mischiavano con i profumi delle avvenenti signore.

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Le immagini di mio padre iniziano con una foto scattata durante i campionati italiani di boxe del 1939. Nella seconda foto mio padre sta accanto alla Nave Conte Verde dopo aver superato una selettiva visita medica, che gli  consentirà di arruolarsi nel Battaglione San Marco, andare per due anni in Cina ed  evitare la partenza per la guerra che sembrava imminente. In basso c’è la prima immagine di mio padre in Cina, nella caserma di Tientsin.

4-5 Ho selezionato alcune foto tra le moltissime che ho trovato, purtroppo tutte molto piccole. Sono prevalentemente ambientate a Pechino e a Shan Hai Kuan.

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Del periodo in cui mio padre risiedeva in Cina, dal 1939 in poi, non ho molte immagini di mia madre. Ho invece numerose foto,molto belle e curate, della famiglia danese di mia nonna ed i miei bisnonni Suenson. E’ per questo che ho introdotto mia madre nel racconto fotografico partendo da un bellissimo ritratto dei miei nonni, Paul e Vera. Mio nonno, che mia madre descriveva come un grande idealista, durante la prima guerra mondiale, era partito con la Legione Straniera per combattere i tedeschi in Africa. A Copenaghen lasciò mia nonna Vera, allora sua fidanzata, che lo aspettò per quattro anni, fino a quando non tornò, dopo aver trascorso un periodo in un campo di prigionia tedesca,senza un dito per via di una pallottola e senza i capelli, secondo mia madre, a causa dell’elmetto.

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Queste sono immagini della vita familiare dei miei nonni, con i loro tre figli piccoli. C’è un riuscitissimo ritratto di tre bambini, mia madre nel centro,sua sorella più grande ed il fratello più piccolo ai lati.In un’altra foto mia nonna guarda con tenerezza mia madre.

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 Ritratto di gruppo, presumibilmente risalente agli anni 40, ambientato nel parco della villa. 

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 Ho accostato una foto di mia madre in abito da sera per un ballo nell’esclusivo Circolo Francese, a quella di mio padre in posa ad una premiazione per un incontro di boxe. Benché passassero buona parte della giornata nello stesso edificio, vivevano in mondi completamente diversi. Mio padre si allenava nel piano dove c’era la palestra, la più attrezzata per la boxe a Shanghai, ad un altro piano mia madre partecipava a feste organizzate dal Club dove si ballava, fumava, si bevevano alcolici, le ragazze erano in abito lungo o vestite per una festa a tema mentre i ragazzi indossavano sempre lo stesso vestito bianco. Mio nonno stava in qualche altra parte del Circolo dove giocava e vinceva molto a bridge, contribuendo così al bilancio familiare.

Dopo l’otto settembre i marò del Battaglione S. Marco, e tra questi mio padre, furono internati dai giapponesi in un campo di prigionia per tre mesi. Dopo di che furono liberati e la maggior parte si trovò allo sbando in una Shanghai in piena crisi economica. I miei genitori riuscirono a cavarsela solo perché, contro il volere di mia madre, mio padre continuava a combattere e vincere sul ring. Chi si era ribellato ai giapponesi era finito invece nei lager in Corea ed in Giappone. I miei genitori partirono per l’Italia otto mesi dopo la fine della guerra, con la nave italiana Eritrea che recuperò e rimpatriò tutti i marò del Battaglione S. Marco sparsi per la Cina.

Berlino ed i berlinesi di Fabio Faltelli

Berlino città divisa tra due mondi, separati e poi riuniti, città di cultura e città-stato, in continua trasformazione, città vivibile e piena di biciclette. Berlino capitale, città distrutta dalle bombe e poi rinata, accarezzata dalla Sprea e dal suo cielo grigio e assassina di ebrei. Berlino tedesca, turca e italiana, dove si mangia male e a prezzi cari. Città di Nefertiti, della porta di Ishtar e del mercato di Mileto, del caldo estivo e del gelo invernale.

Come è possibile rappresentare gli aspetti di una città così complessa?

Io, più semplicemente, ho cercato di fermare alcuni momenti che ritraggono dei berlinesi durante alcuni momenti di svago e varie architetture cittadine durante alcuni giorni torridi della fine di agosto 2016, dai bagni nelle fontane ai bambini divertiti dalle bolle di sapone.

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