Giacomelli/Burri. Fotografia e immaginario materico di Stefano Marcovaldi

Dal 01 Luglio 2021 al 26 Settembre 2021

SENIGALLIA | ANCONA

LUOGO: Palazzo del Duca

INDIRIZZO: Piazza del Duca 1

Dal primo di Luglio si aprirà a Senigallia una mostra su due grandi artisti del Novecento Giacomelli e Burri.

Le vite di Mario Giacomelli e Alberto Burri si sono intrecciate negli anni più volte, in un rapporto di reciproca stima e ammirazione che è confluito in una ricerca comune, che questa esposizione vuole indagare ponendo in dialogo le loro opere sia di pittura che fotografiche. Intorno al 1966 avviene il primo incontro tra i due, grazie all’intercessione di Nemo Sarteanesi – pittore, intellettuale e amico di Burri – che casualmente conosce Giacomelli a Senigallia.

La mostra di Palazzo del Duca a Senigallia propone un importante nucleo di fotografie che Mario Giacomelli dedicò ad Alberto Burri e Nemo Sarteanesi e che appartengono ai fondi della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri e agli Archivi Giacomelli e Sarteanesi.

Mario Giacomelli scatterà tutte le sue foto, sempre, con una unica macchina fotografica.

Una corpo macchina artigianale comprata nel 1955 da Tarini a Milano e che utilizzò fino all’anno 2000.

KOBELL PRESS” questo è il nome.

Progettata dal fotografo Luciano Giachetti con la collaborazione dell’artigiano milanese Boniforti,costruita poi in soli 500 esemplari dalla ditta di Agostino Ballerio, fu inizialmente dotata di un obbiettivo Voigtlander color-heliar 1:3,5/105.

I fotografi vicini a Giuseppe Cavalli (Gruppo Misa) avevano scelto di dotarsi di questa macchina di fatto assemblata ad personam.

Era stata pensata per il fotoreportage giornalistico, riuscendo ad unire le pellicole negative medio formato delle rolleiflex e la flessibilità delle ottiche intercambiabili Leica. Tra gli autori che a scopi artistici avevano ed usavano la Kobell, oltre Giacomelli, c’erano, Giuseppe Cavalli, Ferruccio Ferroni, Renzo Tortelli e, su consiglio e raccomandazione di Giacomelli, anche Duilio Barbaresi, suo amico, celebrato parrucchiere senigalliese, esperto ed appassionato di fotografia. 

Ma  come nacque questa mitica Macchina fotografica?

La Leica è stata il grande amore del fotografo Luciano Giachetti, detto Lucien e se la portò dietro al reparto di cinematografia militare di Torino, al quale era stato assegnato.

Quando, all’indomani del 25 aprile 1945, i soggetti fotografici stavano mutando, la Leica mostrò forse i suoi anni. Nonostante il lungo stato di servizio, le caratteristiche principali di questa macchina ormai passata alla leggenda erano rimaste inalterate. Ma le esigenze della cronaca, della registrazione continua ed incalzante sulla pellicola della vita nei primi due anni di pace, aumentavano in modo preponderante. Occorreva passare dal formato 24 per 36 al formato 6 per 9 caratteristico della Rolleiflex. Tuttavia era anche necessario continuare a disporre di obiettivi di grande precisione e versatilità. Giachetti, nel frattempo stabilitosi a Vercelli, con un anno di lavoro paziente, dal 1946 al 1947, mise a punto una macchina che rispondesse ai requisiti voluti.
“Il problema – rammenta – era di fondere la Leica con una delle macchine da fotocronaca che erano comunemente adoperate dagli americani e che durante la guerra erano state date in dotazione anche ai reparti specializzati degli eserciti italiano, tedesco, francese”.
Il risultato di un lavoro fatto di innumerevoli viaggi fra Vercelli e Milano, di continue prove e di non poche delusioni, prese il nome di Kobell, che in tedesco vuol dire mescolanza. Infatti, quel pezzo unico al mondo, oggi custodito gelosamente e che figurerebbe bene in un museo internazionale della fotografia, aveva gli obiettivi Zeiss, l’otturatore a tendina e il mirino propri della Leica. Però le altre parti erano della tedesca Plaubel, cosicché fu possibile ottenere fotogrammi 6 per 9 di alta resa. “Tutta la mia attività di fotocronista fino al 1957 – dice Giachetti – si basò sulla Kobell, mentre i miei colleghi usavano ormai quasi esclusivamente la Plaubel e la Rolleiflex.

La sua mitica Kobell, Giacomelli nel corso degli anni, nel farsi chiaro il suo stile, la personalizza cambiando l’obiettivo con un Eliar a diaframma tutto chiuso con tempi lunghi. Modifica il formato del negativo, 56×74 con rullino 6×6 e con rapporto 2/4 adatto per il formato della carta 30×40. L’aver modificato l’obiettivo, non più collegato con lo scatto, lo obbliga a fotografare unicamente con l’uso del cavetto. Certo non è la sua, una macchina per passare inosservati o per muoversi agili e cogliere l’attimo, è una macchina che detta tempi lenti (tra l’altro pesantissima), con cui il fotografo dialoga con la sua interiorità immettendosi nel mondo. Giacomelli ha modificato così fortemente il suo apparecchio che alla fine, della Kobell è rimasta solo la scatola: il mezzo tecnologico, in questo processo di metamorfosi, smette di essere un oggetto preconfezionato, per divenire parte dell’artista stesso e della sua forza creativa. Una sintonizzazione reciproca, che fa dire a Giacomelli: “Io il profumo che ha il fieno dopo la pioggia, l’ho imparato dopo che ho comperato la mia macchina fotografica”.